Recuperate memorie rapporti tra Ragusa e Padova (Voce del Popolo 02 apr)

di Krstjan Knez

Tra l'Istria, la Dalmazia, la città di Venezia e i suoi domini di Terraferma – lo ricordiamo qualora fosse ancora necessario evidenziarlo -, inter­corsero rapporti di varia natura, intrecci che lasciarono una traccia indelebile, non solo nella docu­mentazione, ma pure – potremmo dire soprattutto – nelle testimo­nianze artistiche e monumentali in generale.

Tali legami, che furo­no particolarmente intensi durante la lunga età della Serenissima, in realtà affondavano le radici nella notte dei tempi, infatti, risalivano alla protostoria, s'intensificarono sotto Roma, e, dopo una parentesi nel corso del Medioevo, ripresero dopo le sconfitte subite dai pirati per opera dei Veneziani.

Con il ve­nir meno di quell'endemico pro­blema il mare Adriatico divenne un vettore di straordinaria impor­tanza attraverso il quale transita­vano le merci, le persone, la cultu­ra, l'arte e le idee, mentre nella sua parte settentrionale si formò a tut­ti gli effetti un'area che potremmo definire "intima".

Tra le sponde dirimpettaie la navigazione quo­tidiana metteva in contatto le co­munità dando luogo ad un'osmosi, che rammentiamo anche in questa sede perché essa è fondamentale per cogliere il passato e compren­dere la specificità delle nostre re­gioni e al tempo stesso quella ci­viltà adriatica, forgiata dalla Do­minante (ma vi erano molti ele­menti in comune ben prima del suo arrivo.

Lo evidenziamo per accantonare ogni sospetto circa la presunta "colonizzazione" di terre, che per una certa storiografia – an­cora oggi – sarebbero state snatu­rate), e che si manifestava dalle lagune sino alle Bocche di Cattaro, naturalmente con peculiarità e aspetti intrinsecamente legati al contesto locale.

In quella trama di rapporti un ruolo non indifferente fu quello dell'istruzione, riserva­ta, naturalmente, alle famiglie ab­bienti, le sole in grado di indiriz­zare i propri figli verso un percor­so di studio. Per centinaia d'anni i giovani delle contrade istriane e dalmate si formavano in Italia. Pa­dova con la celeberrima università attirò un numero non indifferente di studenti originari dalle province adriatiche della Repubblica di San Marco e non solo. Citiamo la cit­tà del Santo perché recentemente è uscito un volume in cui si ricor­dano proprio queste presenze, nel­la fattispecie quelle dei Ragusei. L'ateneo succitato ospitò innume­revoli giovani provenienti dalla Repubblica di San Biagio. L'ope­ra in questione è "L'eredità di Ra­gusa. Il restauro conservativo del­le lapidi di tre studenti ragusei nel chiostro del capitolo della basilica di S. Antonio di Padova", edizione curata da Nicolò Gallinaro, studio che costituisce il XXXV volume degli "Atti e Memorie della Socie­tà Dalmata di Storia Patria" (Vene­zia 2009, pp. 78), in cui, attraverso la presentazione e la documenta­zione di un intervento di recupe­ro delle opere – voluto e sostenuto dallo stesso sodalizio – si propone un tassello di storia adriatica in cui emerge palesemente i vincoli tra le terre bagnate da un mare comune che univa.

Nella basilica e nei chiostri del complesso Antoniano di Pa­dova si conservano mausolei ed epitaffi funebri. Si tratta di un sito in cui le testimonianze del passato sono concentrate in gran numero e, cosa particolar­mente interessante, non poche rimandano alle terre dell'Adria­tico orientale, evidenziando elo­quentemente le secolari relazio­ni tra le due coste.

Come scrive Leopoldo Saracini, presidente referato della Veneranda Arca di Sant'Antonio "Collocare la per­petuazione della propria memo­ria, quella di persone care o di il­lustri personaggi legati alla sto­ria civile ed ecclesiastica, in un contesto speciale qual è il San­to, destinato a superare il tempo, essendo proiettato in una dimen­sione di immortalità, questo era – e rimase per molti secoli – il motivo che ha prodotto nel tem­po una concentrazione di memo­rie e ricordi eccellenti – spesso di alto livello artistico – che ha pochi altri riscontri al mondo" (p. 8).

Per tale ragione le varie "na­zioni" (termine che all'epoca non aveva il significato odierno) pre­senti a Padova facevano una sor­ta di gara per ottenere degli spazi nonché dei privilegi da conservare e trasmettere a beneficio dei pro­pri esponenti. Si tratta di una ric­chezza di notevole valenza, sono tessere utili alla comprensione del passato delle nostre latitudini e perciò è quanto mai utile e ne­cessario provvedere alla conser­vazione di siffatte testimonianze. Come avverte il già citato Saracini il compito non è affatto semplice; "La vastità di questo patrimonio di memorie storiche e di opere plasti­che trasmessoci dai secoli passati richiede oggi un continuo e siste­matico intervento conservativo che presuppone mezzi economi­ci non indifferenti. Scomparse le discendenze delle antiche casate gentilizie alle quali appartennero i defunti, dissoltesi nel tempo le for­me istituzionali che avevano prov­veduto in passato a conservarne e a restaurarne i monumenti com­memorativi, oggi resta solo la sen­sibilità e l'impegno civile e cultu­rale di quanti pensano a ragione che tali memorie sono un patrimo­nio straordinario da non perdere e da tramandare" (pp. 8-9).

Nicolò Gallinaro propone in apertura un excursus storico sul­la Repubblica dalmata poi parla della situazione del XVI secolo, con un sintetico testo sulla tem­perie culturale, per inquadrare l'ambiente dal quale proveniva­no i tre personaggi, di cui nel pro­sieguo si sofferma, e che giova a comprendere il contesto in cui si muovevano.

Il Cinquecento rap­presentò un periodo importan­te per Ragusa: intensi furono gli scambi commerciali, vivaci i rap­porti via mare, fervidi i rapporti culturali, dinamici quelli diplo­matici, tant'è che le sue rappre­sentanze erano presenti in buona parte d'Europa, soprattutto nel­l'area mediterranea e nelle pro­vince ottomane dei Balcani. La città dalmata espresse una civiltà che tutt'oggi desta interesse ed il suo ruolo svolto era di gran lunga superiore alle sue limitate dimen­sioni. La cultura, lo ribadiamo, trovava un posto di rilievo e pro­prio colà – si ricorda anche nel­lo studio che recensiamo – fiorì e poté svilupparsi una letteratura che utilizzava tre idiomi: il lati­no, l'italiano (il toscano) e l'illiri­co (cioè il serbo-croato). Ragusa rappresenta a tutti gli effetti una singolarità e, benché le sue isti­tuzioni, magistrature e organi di governo utilizzassero il latino e dalla seconda metà del XV seco­lo la lingua toscana, in quel con­testo riscontriamo l'essere e la presenza delle varie anime, che operavano in un clima di stretta collaborazione in cui la diversità linguistica non rappresentava una discriminante, anzi, dato che il bi­linguismo era molto diffuso que­st'ultimo rappresentava una sorta di punto di forza.

Tale realtà, per ovvie ragioni, si tende a celare in quanto è poco confacente a quella presentazione della storia in chia­ve nazionale per cui quel passa­to è "croato" o "italiano", quasi il concetto di appartenenza nazio­nale si potesse estendere anche a una realtà di antico regime come la Repubblica di Ragusa per l'ap­punto.

Tra i massimi esponenti di quel secolo ricordiamo due umanisti ec­clesiastici come Ambrogio e Cle­mente Ragnina, il letterato Gia­como Bona che studiò a Padova, a Bologna e a Firenze, il letterato Damiano Bonessa, Ludovico Cer­va Tuberone, autore dei commen­ti sugli accadimenti avvenuti a se­guito della morte del re ungherese Mattia Corvino, Mauro Orbini, il primo autore impegnato in ricerche storiche, la cui lavoro "Il Regno de­gli Slavi" (Pesaro 1601) fu una tra le primissime opere dedicate agli Slavi meridionali. Tra i poeti men­zioniamo Michele Monaldi e Savi­no Bobali.

L'ateneo patavino divenne un centro di primaria importanza per la formazione dei giovani prove­nienti da quella Repubblica e dal­la Dalmazia in generale. L'autore dello studio che presentiamo sotto­linea "Che i dalmati siano in questi secoli una presenza attiva nella sto­ria universitaria, lo si nota non solo dagli Acta graduum academicorum Gymnasii Patavini pubblicati nei diversi secoli, ma anche dal fatto che, per esempio, tra i rettori sia nominato qualche raguseo come Francesco Crasso, poi addirittura sindaco di Padova per due volte, oppure che il più antico dei 3042 stemmi oggi esistenti al Bo' appar­tenga ad un dalmata, Giacomo Ci­cuta da Veglia, rettore dei Giuristi nel 1541-42" (p. 14).
L'intervento di restauro ha in­teressato i monumenti funebri ad Antonio Bona (1537-1558), latini­sta, a Giorgio Sorgo (1584-1609) che molto probabilmente studiava in quell'università ma non vi era iscritto, dato che il suo nome non compare nei registri, e a Stefano Gigante (1592-1613) di cui non si hanno notizie, nemmeno relative alla sua famiglia.

Come si evince i tre monumenti sono dedicati a tre giovani passati a miglior vita anco­ra molto giovani, il più anziano, in­fatti, è venuto a mancare all'età di venticinque anni. Buona parte della pubblicazione è dedicata al restauro dei monumenti funebri stessi, il cui autore ha preso direttamente parte. Una ricca documentazione fotogra­fica presenta lo stato in cui essi ver­savano prima dell'inizio dei lavori, si propongono le varie fasi dell'in­tervento, con le delicate operazioni di recupero nonché lo stato attuale delle opere, finalmente ritornate al loro antico splendore, così come dovevano apparire secoli addietro.

Il restauro conservativo fu eseguito nel corso del 2008. Per individua­re le metodologie più appropriate per eseguire l'intervento medesi­mo dei vari elementi architettonici e del materiale lapideo che forma le epigrafi, si fece anzitutto un'anali­si degli elementi che raggruppano delle analogie vuoi per tipologia e stato di conservazione vuoi per pa­tologie di degrado e ubicazione. Gli elementi individuati furono suddi­visi in: elementi in pietra tenera di Vicenza (Nanto), elementi in pie­tra tenera di Vicenza (Costozza) e elementi marmorei. I primi, come apprendiamo dallo studio, presen­tavano delle patologie di degra­do sulla superficie dei manufatti "(…) riconducibili a evidenti fe­nomeni superficiali diffusi di co­lore nero con formazioni di mi­crorganismi quali licheni e muschi e alla presenza di croste nere dentitriche dovute probabilmente al­l'aggressione dei fenomeni atmo­sferici e in parte all'inquinamento atmosferico" (p. 32).

La porosità della pietra, inoltre, ha permesso l'erosione e la disgregazione del litotipo, che ha determinato pure la perdita di materiale compro­mettendo l'integrità del manufat­to. Per quanto concerne il secondo gruppo di elementi riportiamo che "Le principali patologie di degrado sono riconducibili all'aggressione dei fenomeni atmosferici e feno­meni di polverizzazione materica superficiale. Sono presenti anche croste nere dentritiche e fenomeni di attacco biologico" (p. 36). Per le parti in marmo "Le principali pa­tologie di degrado della superficie sono riconducibili all'aggressione dei fenomeni atmosferici e in par­te all'inquinamento atmosferico. Vi sono depositi superficiali di va­rio spessore e consistenza di colo­re nero, formatesi a causa dell'alta concentrazione di agenti inquinan­ti, presenti soprattutto nelle zone meno esposte agli agenti atmosfe­rici" (p. 40). Delle schede detta­gliate propongono anche la meto­dologia d'intervento, che dimostra la professionalità degli esecutori e al tempo stesso presentano al pub­blico profano la complessità che un recupero di quel tipo compor­ta. Le foto inserite l'una accanto all'altra, che documentano lo stato dei monumenti e delle loro singo­le parti, prima e dopo il restauro, sono eloquenti; ed i risultati otte­nuti suggeriscono siano il frutto di notevole esperienza, competenza e laboriosità.