Ravignani: la città cerchi il dialogo (Il Piccolo 17 dic)

Per la prima volta nei 41 anni della sua storia il San Giusto d’oro è stato assegnato a un vescovo e questa predilezione speciale ha sorpreso per primo il destinatario: «Posso rifiutare o sembra scortese?» è stata la prima reazione di Eugenio Ravignani, che invece ieri era in consiglio comunale a fianco del sindaco Dipiazza e di fronte a un’aula affollata di autorità, clero, cittadini, assessori e consiglieri, per ricevere la statuetta di Tristano Alberti.

L’ha presa in nome della Chiesa triestina, e ringraziato i cronisti che dal 1967 assegnano il riconoscimento a chi porta il nome di Trieste lontano e in alto, secondo riconosciuti valori, «guardando all’Europa – ha sottolineato il presidente onorario del Gruppo cronisti regionale, Giorgio Cesare -, e per dare un messaggio alla Trieste che guarda al futuro, perché se continua a vivere di memoria va incontro a un tragico destino».

Omaggio dunque al cuore del messaggio di Ravignani, sempre ispirato al dialogo di tutti con tutti lungo l’intero suo vescovato, dal 1997 a oggi, quando avendo ufficialmente già lasciato la curia di fatto è ancora alla guida della Chiesa triestina, ai cui prelati afferma di aver dato un ultimo pressante messaggio: «Uscite dal tempio e spendetevi lealmente senza riserve». Per che cosa? Per i giovani, per la concordia, per la prosperità, per la pace.

Dopo il saluto del presidente del consiglio, Sergio Pacor, e il messaggio di Renzo Piccini, vicepresidente della Fondazione CRTrieste che finanzia l’aureo dono, il sindaco ha speso parole affettuose: «La rappacificazione della nostra comunità è avvenuta grazie al suo sostegno, ho rammarico per la fine del suo episcopato, mi ha aiutato in momenti in cui ho avuto paura di prendere la decisione sbagliata, mi ha sussurrato la sua saggezza, e la nostra stima è condivisa anche dalle parti più laiche della comunità, a riprova di quanto lo spessore morale e culturale di un uomo di fede possa trovare un rispetto e un’ammirazione che superano la categoria del messaggio religioso».

Anche Cesare si è messo su questa lunghezza d’onda, riassumendo: «Il San Giusto d’oro ha parlato inglese col Collegio del Mondo unito, sloveno con Spacal, Podrecca, Pahor, ebraico con la Comunità falcidiata dalla Shoah». In consiglio c’erano i rappresentanti delle chiese greco e serbo-ortodossa, della comunità ebraica, e il capo spirituale dei buddisti, tutti salutati dal vescovo nel suo lungo, intenso discorso col quale ha ricordato il proprio arrivo a Trieste, città difficile perché tanto oppressa da divisioni storico-politiche, e la chiave scelta per navigare utilmente su questo mare. Ravignani ha detto di essersi basato su un documento del predecessore Bellomi, e di averne seguito la via: guardare alle vecchie e nuove povertà, essere sensibili a un dialogo con la cultura diffusa, «che non era solo quella dotta, ma insieme era mentalità e costume di vita».

Leale cittadino, si è sempre proclamato il vescovo. Che ha specificato: «Se la mia parola potè talora sembrare critica nei confronti di situazioni in cui era umiliata la dignità dell’uomo e del suo lavoro e compromessa la serenità degli animi fino a creare chiusure e opposizioni inconciliabili, non fu mai giudizio su persone».

Questi anni si sono sgranati attraverso il dialogo con le altre religioni presenti a Trieste, che portò il vescovo a intravedere colloqui ulteriori: «Tra le diverse culture che che arricchiscono la nostra città». E poi il più sofferto, tra italiani e sloveni, tra le memorie divise: «Non si chiedeva a nessuno di dimenticare quanto aveva sofferto, ma di custodirne la memoria purificandola da ogni sentimento che potesse giustificare chiusure e divisioni». Processo «lento, ma doveroso e necessario». Che Ravignani ha affidato anche al libro d’oro del Comune, firmato nel salotto azzurro prima della cerimonia. Poveri, stranieri, giovani: le tre priorità, anche per l’oggi, del vescovo applaudito lungamente: tutti in piedi.

Tra i banchi della giunta c’erano gli assessori Bandelli, Grilli, Lobianco, Vlach. In prima fila tra il pubblico la presidente della Provincia, Bassa Poropat, il rettore Peroni, il prefetto Balsamo, l’assessore regionale Seganti. Nell’aula gremita rappresentanti di tutte autorità, anche militari. I vertici della Curia e don Mario Vatta della Comunità di San Martino al Campo, Mario Ravalico, direttore della Caritas diocesana. A tutti il presidente regionale del Gruppo cronisti, Giuseppe Cordioli, ha voluto fare un appello per i giornalisti: «Da quattro anni senza contratto, impegnati a difendere tanti colleghi precari e la libertà d’informazione».

A festa chiusa, Ravignani ha scherzato un po’: «È vero che volevo rifiutare il premio, ma in realtà questa statuetta di San Giusto va a colmare il posto vuoto di un’altra, firmata da Mascherini, che tanti anni fa consigliai a Bellomi di portare a Costantinopoli, in regalo al Patriarca. Proprio quella?, mi disse. Fu donata, e da allora un San Giusto mancava». (g. z.)