La Voce del Popolo – 260408 – Uccia Fornasarig testimone di due guerre

La signora Maria, detta "Uccia", dimostra meno dei suoi cent'anni che
compierà il prossimo 11 novembre. Abbiamo di fronte, come non capita poi
così spesso di vedere, oltre ad una fiumana che ha lasciato la sua città con
l'esodo, anche una donna che ha visto entrambe le due guerre mondiali.
Eventi vissuti sulla propria pelle, ormai molto tempo fa, che, nell'insieme,
sembrano gestiti da questa anziana e sanissima signora con giocosa serenità
ed un filo di allegria, che sparisce solo mentre racconta gli avvenimenti
più tragici della sua lunga esistenza.

Incontriamo la signora Fornasarig, vedova Ostrani, nel suo appartamento di
via Duca d'Aosta a Gorizia, città dove risiede dagli anni Cinquanta del
secolo scorso e da dove ha deciso di farsi intervistare, per permetterci di
registrare un'altra testimonianza della particolare storia del Quarnero,
come della Venezia Giulia e di tutti i territori che ci sono vicini, nella
memoria, nel cuore o nella terra.

Se la sente di raccontarci un po' di lei, di come è stata la sua vita?

"Sono nata a Trieste nel novembre del 1908, da una famiglia di origine
friulana. Dopo 4 anni ci trasferimmo, a seguito di un cambiamento
professionale di mio padre, a Fiume, che venne assunto alla Stabilimento
cantieristico locale. Quando fui un po' più grande, iniziai anch'io a
lavorare e fino a prima di sposarmi ero alla Ellerman e Wilson, una società
di navigazione inglese. Durante la prima guerra mondiale venimmo sfollati a
Pola, ma in questo periodo i grandi cambiamenti a seguito degli avvenimenti
bellici si circoscrissero in un'assenza da casa che durò solo pochi mesi.

Nel 1939, quando mi sposai, andai invece ad abitare alla periferia di Fiume,
nella zona dei Bagni Riviera, dove c'era un piccolo stabilimento balneare.
Lo stesso posto, da quello che ne so, esiste ancora oggi ed è frequentato da
vecchi fiumani. Quella casa, comunque, durante la Seconda guerra mondiale fu
bombardata e venne giù una parete intera.
Quindi, nel 1945, fummo costretti a prendere una stanza in affitto e risale
a quel periodo anche un altro brutto avvenimento. Mio padre fu portato via a
seguito dell'occupazione jugoslava per 40 lunghi giorni, ma fortunatamente
venne rilasciato. Per il resto, ci furono razziati solo un po' di oggetti
personali, ma almeno tornò salvo".

Come sono stati gli anni dal 1945 al 1950, visto che lei è rimasta a Fiume
in tutto questo periodo?

"Sono stati anni difficili, soprattutto per il razionamento del cibo e della
legna. Ti trovavi a fare ore di fila per dei beni primari e magari tornavi a
casa senza niente, perché ti dicevano che questa o quella merce era
esaurita. Anche l'incontro con tutta questa gente che veniva dall'interno
non fu facile. Era come se si scontrassero due mondi. Il clima era teso, in
genere. Si sapeva che molti scappavano all'estero, non avevamo denaro e si
sapeva anche che molte persone venivano perseguitate".

Voi comunque avete deciso di rimanere, tutto sommato, abbastanza a lungo
prima di lasciare la città.

"Si, per via del lavoro soprattutto. La differenza è che prima la gente se
ne andava con niente, lasciava tutto a casa. Noi invece ce ne andammo quando
potemmo ottenere l'opzione di scelta per la cittadinanza italiana, e con più
cose.
Mio marito fu licenziato in tronco quando decidemmo, come si usava in quel
periodo, e entro 6 mesi dovevamo lasciare Fiume. Ottenemmo poi una proroga
per via di mia suocera, che si era ammalata gravemente. Alla fine lasciammo
la città nell'agosto del 1950, mentre mia suocera morì nel novembre dello
stesso anno, a casa sua.
In quel periodo Antonio e suo fratello gemello Paolo, i miei due figli, si
ammalarono di difterite. Antonio, con le cure che consistevano in numerose
iniezioni, restò cieco per alcuni mesi, ma Paolo, purtroppo, morì. Stessa
sorte anche per mio fratello, che morì per un colpo al cuore la vigilia di
Natale del 1949. Lasciammo Fiume con la famiglia tristemente falcidiata da
questi avvenimenti".

Come fu l'arrivo in Italia?

"Nel 1950 arrivammo a Trieste e dopo 10 giorni fummo trasferiti al campo
profughi di Udine, dove rimanemmo per un'altra settimana. Da la però fummo
invece destinati al campo di Laterina, in provincia di Arezzo. Stavamo in un
casermone orrendo e umido, vicino all'Arno. Sembrava un capannone per il
bestiame. All'interno c'erano dei muri divisori che non arrivavano al
soffitto e le "stanze" erano delimitate con il fil di ferro. Qualche sedia e
un po' di chiodi erano il nostro "arredamento". In più, avevamo 150 lire al
giorno per sopperire al cibo, da cucinare su dei mattoni".

E come fu l'approdo a Gorizia?

"Dopo tre anni, appena mio marito trovò un lavoro grazie ad un amico, ci
trasferimmo qui. Ricordo che le prime cose che volli permettermi furono la
mortadella e il prosciutto, che non avevamo mai mangiato ma che volevamo
assolutamente provare. Siamo stati ospiti di questo nostro amico per due
anni e tre mesi, nella sua cantina, con tutti i mobili accatastati e due
stufe a petrolio. Mio figlio prese una broncopolmonite in quel periodo. Nel
1953, finalmente, ci stabilimmo in un appartamento in via Oberdan".

Come è stata l'accoglienza della gente?

"All'inizio è stato soprattutto difficile trovare casa. Erano tempi duri per
tutti e la gente di qui dava la preferenza e il proprio aiuto a chi
conosceva meglio. Qui comunque c'erano tanti fiumani e fra di noi ci si
aiutava. Alla fine, tutto si è sistemato e piano piano, siamo resuscitati".

Emanuela Masseria