La Voce del Popolo – 050907 – Ballarin: “Le Maldobrie” immortali

Egregio caporedattore,
nei giorni appena trascorsi, Il Piccolo, che viene allegato al Vosto giornale, ha dato a molti la possibilità di acquistare un capolavoro: “Le Maldobrie”.
Tempo fa, in uno di quei ritrovi un po’ chic ed un po’ snob di New York, ma sempre vivi ed attivi culturalmente, sentivo una disquisizione su cosa sia un romanzo perfetto. In buona sostanza una simile opera può assumere questo titolo quando è… eterna. Per raggiungere il “livello di eternità” ricercato, secondo la tesi di molti, è indispensabile che la vicenda raccontata si collochi in un’epoca ed in un luogo indefinibili, in modo da poter essere replicata intatta per anni e per secoli e mai corrotta da eventi troppo in là nel tempo e dimenticati o da punti dello spazio che non esistono più.
Io me ne stavo in disparte ed ascoltavo l’animata conservazione, per la verità, potrei dire, un po’ fumosa e, men che meno, pragmatica. Ma, tant’è, quello era l’ambiente. E pensavo, dentro di me a come tutte le opere che noi comunemente consideriamo “grandi”, posseggono proprio le caratteristiche inverse. Chessò, mi immaginavo l’Iliade e l’Odissea prive di tempo e spazio, e così facevo dell’opera di Dostoevsky, di Manzoni, di Dante, di Shakespeare e così via. Più pensavo ad esempi a cui far corrispondere il “target” definito da quella scuola di pensiero e più, a dozzine, mi venivano in mente esempi di capolavori immortali caratterizzati da proprietà opposte.
Alla fine sono giunto ad una semplice conclusione: “Vuoi vedere che un’opera è immortale quando parla di “eventi” immortali che accadono nel cuore dell’uomo immerso totalmente nella realtà che vive?”. E credo che sia proprio così: l’essere umano non può essere alienato dal luogo e dal tempo in cui vive, ma eterni possono essere i suoi sentimenti, il suo pensiero, la sua passione, il suo tormento… insomma, in una parola, la sua anima.
Carpinteri e Faraguna hanno creato un capolavoro assoluto e non solo. Quest’opera dialettale poco conosciuta al grande pubblico proprio perché collocata in luoghi e spazi stra-definiti, racconta marinai e vedove, capitani e falegnami, trafficanti, pescivendoli, vecchi saggi e tutti gli altri caratteri di un Popolo molto ben contraddistinto da cuori propri. Caratteri, appunto, comuni a tutta l’Umanità ma con sfumature uniche di una Nazione che vive seppur divisa.
Ma non basta, quei testi hanno avuto un effetto ben più importante. Quando li lessi per la prima volta, negli anni ’70, rimasi folgorato: io, profugo figlio di profughi, errante nel mio cuore alla ricerca di un’identità, l’avevo trovata “anche” grazie a loro (oltre che ai miei incommensurabili genitori) e non solo. Mi scoprii parte di un complesso mondo fatto di fuga e resistenza, dialettica e prospettiva, moribonde lingue o idiomi dati per defunti e, infine, resurrezioni culturali insperate, inattese e sorprendenti.
Esiste un Popolo, vivo più che mai, frazionato in tanti Stati diversi, non solo quelli che definiscono l’Alto Adriatico, ma anche tutti quelli in cui mezzo milione di persone si è sparpagliato dal 1943 al 1960. Un Popolo vessato dal Trattato di Campoformio in poi. Schiacciato, defraudato, sottomesso ad ondate successive, ora da un lupo ed ora da un orso. Smembrato, dilaniato, invaso e, infine, ancora presente! È una delizia leggere, sulle tracce di Carpinteri e Faraguna, le opere di uno stuolo di bambini e ragazzi (ancor più in una società che invecchia) che racconta in un dialetto che esiste ed e' attuale (altro che inventato, come commentava un giornalista in un articolo qualche giorno fa). I temi di Sara d’Isola d’Istria, di Martina di Fiume, di Serena di Pola, di Gabriel di Lussino, di Sebastian, Alberto, Ingrid, Giovanni, Marco e tanti altri traggono spunto e sono conseguenza di una traccia segnata per gioco o nostalgia anni fa da due geni.
E così ci troviamo a che fare non con un vago ricordo, non con una nostalgia né con un revanscismo. Ma con un idioma che unisce e fa parlare nello stesso “dialeto” un ragazzo nato a Roma nel Villaggio Giuliano-Dalmata, con uno nato a Pola ed un altro di New York nato in Astoria. E tutti e tre parlano non solo del passato e delle storie imparate dalla generazione precedente, ma di attualità! E si riconoscono in un'unitarietà insperata.
In un’epoca di mutui scambi culturali ed aperture a nuove civiltà come segno di ricchezza, come dicono molti maestri, non è forse un’opera eterna quella di mantener viva una lingua?

Dr. Antonio Ballarin, Roma