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Dalmazia: soffio d’italianità sulla sponda orientale (Voce più Dalmazia 12 mar)

di Dino Saffi

Il centocinquantesimo anni­versario dell'Unità d'Italia è un'occasione per ricordare quanti sulla sponda orientale adria­tica seguirono con passione l'evol­versi delle vicende storiche del­l'epoca. E non mancarono quan­ti, con l'Italia nel cuore, ne prese­ro parte attivamente. Consistente fu la partecipazione degli istriani e dei dalmati alla Prima Guerra d'Indipendenza, con l'adesione di centinaia di volontari a difesa della Repubblica di Venezia e della Re­pubblica Romana e nelle file del­l'esercito piemontese.

Nel governo veneziano molti dalmati e istriani

A Venezia, oltre a Nicolò Tommaseo, con Daniele Ma­nin alla guida della Repubblica, molti membri del governo erano dalmati e istriani: il ministro del­la Marina e della Guerra Antonio Paulucci, Matteo Ballovich, So­vrintendente alla Marina, Leone Graziani, Vincenzo Solitro, Mat­teo Petronio. Si formò un'intera Legione Dalmato-Istriana.

A Roma collabora con i Triu­mviri il liberale raguseo Federi­co Seismit-Doda (autore de "la Romana", l'inno dei difensori di Roma), che più tardi sarà ministro nel governo Crispi. E nella difesa della città si distinsero numerosi volontari dalmati e istriani.

Parecchi i volontari nell'esercito piemontese

Non va dimenticato, inoltre, il contributo alla lotta per l'unità d'Italia nel periodo 1859-1861. An­che in questo arco di tempo si veri­ficò un ingente afflusso di volontari istriani, dalmati e fiumani nell'eser­cito piemontese e nelle formazio­ni garibaldine, molti dei quali non rientreranno più in patria per sot­trarsi alle prevedibili persecuzioni.

E poi, accanto a quanti si batterono nella penisola appen­ninica, non possiamo scordare gli uomini di cultura, che pur animati da sentimenti di italia­nità, dopo la rinascita nazionale degli altri popoli con cui convi­vevano, assunsero posizioni di apertura e di dialogo, come di­mostrano le opere e gli atteg­giamenti concreti degli scrit­tori triestini, istriani e dalmati italiani e la loro attenzione alle culture e alle discipline lingui­stiche dei popoli vicini. I più importanti germanisti, slavisti e studiosi di lingua ungherese

erano proprio giuliani, dalmati e fiumani.

Il Risorgimento della lingua

Riportiamo di seguito brevi cenni biografici su alcune del­le personalità di maggior spicco della cultura e della politica dal­mate che si distinsero pure per la loro italianità:

Pier Alessandro Paravia (1797-1857) nasce a Zara e dopo gli studi al Liceo Convitto Marco Foscarini di Venezia si laurea in legge a Padova, secondo la conso­lidata tradizione dei giovani intel­lettuali dalmati. A Venezia inizia i suoi studi filologici sulle lingue ita­liana e latina, con le prime tradu­zioni e pubblicazioni, finché viene chiamato nel 1830 alla cattedra di eloquenza italiana all'Università di Torino.

Qui svolge la sua opera di ri­cercatore, di storico e di educato­re per venticinque anni, decisivi nella formazione delle classi di­rigenti piemontesi e italiane che faranno il Risorgimento. Arden­te patriota, pur nella modestia e nell'equilibrio del carattere, è un sostenitore della purezza del­la lingua come fondamento del­l'unità nazionale italiana, che egli vede chiarissima con i suoi occhi di dalmata, dalle Alpi alla Sicilia. "Nel Risorgimento della lingua -egli afferma – sta il Risorgimento della Nazione". Convinto del pro­fondo legame tra la cultura cristia­na e lo spirito nazionale, i suoi pri­mi saggi affrontano i temi "Sulle relazioni del Cristianesimo con la letteratura" e "Del sentimen­to patriottico". In corrisponden­za e amicizia con le personalità più rilevanti del suo tempo, come Rosmini e Tommaseo, è autore di opere rimaste fondamentali, come il "Canzoniere nazionale" stam­pato nel 1849, le "Memorie ve­neziane di letteratura e storia" del 1851 o le "Lezioni di storia subal­pina" del 1854, nelle quali esorta la gioventù piemontese all'amo­re e alla conoscenza della lingua italiana, affinché il Piemonte po­tesse adempiere al compito stori­co di unificare la nazione. Prima di morire a Torino nel 1857 vuo­le fare dono alla città natale della sua biblioteca, ottenendo la colla­borazione dei più illustri letterati italiani che da ogni regione invia­no a Zara migliaia di volumi pre­giati, che il Comune ospitò nella elegante Loggia cittadina, fondata nel 1300 e ricostruita da Giangiro-lamo Sammicheli nel 1565.

La Biblioteca Paravia fu la fonte dell'italianità dalmati­ca fino alle devastazioni di Zara nella Seconda guerra mondiale.

Oggi ha cambiato nome, ma il suo archivio, pur danneggiato dai bombardamenti alleati e da atti vandalici nell'ottobre 1944, rima­ne una testimonianza incancellabi­le della cultura latina e veneta del­la Dalmazia.

Niccolò Tommaseo (1802­1874) nasce a Sebenico. Compie gli studi a Padova. La sua opera di lin­guista e di lessicografo ("Il Vocabo­lario della lingua italiana"e "Il Vo­cabolario dei sinonimi") costituisce a tutt'oggi un pilastro della lingua italiana moderna ed esercita quindi un'influenza determinante sull'uni­ficazione culturale e politica del Paese. In contatto con le personalità di rilievo del suo tempo, nonostan­te il carattere schivo e angoloso, si pone al centro del dibattito culturale e politico, come dimostrano i suoi carteggi con gli esponenti più qua-liticati della cultura filosofica e let­teraria del Risorgimento. Negli anni di esilio all'estero, per sfuggire alle persecuzioni austriache a causa del­le sue idee e della sua azione politi­ca, viene a contatto con le correnti più avanzate del pensiero contem­poraneo europeo, elaborando una visione unitaria e realistica della na­zione italiana e del nuovo Stato na­zionale che si va formando. Prota­gonista della rivoluzione veneziana del 1848-1849, si trova a capo, con Daniele Manin, della rinnovata Re­pubblica Veneta di impronta libera­le. Fervente cattolico con una vena tradizionalista, non teme di metter­si in contrasto con la Chiesa per la sua opposizione al potere temporale dei Papi e la sua libertà di pensiero. Spirito ecumenico verso le chiese ortodosse e sensibile alle aspirazio­ni di libertà di tutti i popoli studia e diffonde in Europa la poesia popo­lare neogreca, serbo-croata e corsa. Promotore della laicità dello Stato nel pensiero e nell'azione politica, afferma l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, con particola­re attenzione alle comunità israeliti­che, che vuole libere da ogni condi­zionamento giuridico e pregiudizio razziale. La sua poesia e la sua nar­rativa ("Scintille/Iskrice" , "Fede e bellezza", "Il Duca di Atene" e gli altri romanzi storici tesi a ricupera­re le grandi passioni politiche degli italiani nel Medio Evo e nel Rina­scimento), pur non raggiungendo una compiutezza estetica, innovano profondamente la lirica e il roman­zo italiani, inserendoli nelle corren­ti più vive della letteratura europea, con anticipazioni psicologiche e una forza mistica che avvicinano alcuni suoi passi più felici ai grandi autori francesi e russi dell'Ottocen­to. Le sue intuizioni troveranno eco nella poesia, nel teatro e nella nar­rativa italiana del primo Novecento. Muore nel 1874 a Firenze, la città che amava come il centro più fecon­do dell'arte, della lingua e della ci­viltà italiane.

Il Podestà Mirabile

Antonio Baiamonti (1822­1891) nasce a Spalato da famiglia patrizia. Dopo gli studi di medici­na a Padova prende parte attiva ai moti liberali in Dalmazia, divenen­do membro della Dieta Dalmata e successivamente del Parlamento di Vienna e leader del "Partito Auto­nomo" dell'intera regione. Più volte perseguitato dalle autorità austria­che per le sue idee e la sua azione a difesa della presenza italiana nel­la sua città e in Dalmazia, assume piena coscienza della realtà pluri­nazionale della regione, guidando in tal senso il partito autonomista e acquisendo consensi anche tra la popolazione croata. Promuove l'emancipazione sociale delle clas­si più emarginate e l'introduzione dell'istruzione pubblica in lingua croata. Podestà di Spalato per circa venti anni, trasforma la sua città in un vivo centro di attività industriali e marittime, rinnovandone l'aspet­to urbanistico e collegandola con le regioni interne dell'Impero au­stro-ungarico. Carattere saldo e in­flessibile, resterà esempio per tutti gli spalatini e i dalmati di coerenza politica e di fedeltà alla causa italia­na. Fu definito "Podestà Mirabile" da tutte le componenti etniche della città natale.

Battaglia politica

Roberto Ghiglianovich (1863­1930) nasce a Zara, figlio di un avvocato di successo e deputato autonomista alla Dieta Dalmata. Compie gli studi di diritto a Graz e a Vienna, dove entra in contatto con i circoli liberali degli studenti italiani e conosce Luigi Lapenna, alto magistrato e guida del parti­to autonomista dalmato (prima di essere allontanato dal governo au­striaco per organizzare i Tribunali Internazionali del Cairo e di Ales­sandria d'Egitto). Tornato a Zara come magistrato imperiale, Ghiglianovich deve constatare che solo il Comune di Zara, guidato da Nico­lò Trigari, è riuscito a rimanere sot­to la guida dell'elemento nazionale italiano. Inizia la sua lotta, insieme a Ercolano Salvi di Spalato, Nata­le Krechich di Scardona, Giovanni Lubin di Traù, Stefano Smerchinich di Curzola e Luigi Ziliotto di Zara, per la difesa delle scuole italiane e dell'uso dell'italiano nelle pubbli­che amministrazioni e la diffusio­ne delle società sportive e culturali italiane in tutte le città della costa. La sua battaglia ideologica e politi­ca, tuttavia, alla luce del pensiero di Tommaseo e dei padri dell'autono-mismo, è aperta alla collaborazio­ne con le componenti maggiorita­rie croata e serba della popolazione dalmata, una parte della quale con­divide l'idea di una peculiarità plu­rietnica della regione che merita di essere salvaguardata come suo pa­trimonio prezioso. Alla vigilia del­la Prima guerra mondiale ripara a Roma, dove morirà nel 1930, quale consigliere di Cassazione e Senato­re del Regno.

Rispetto delle diversità etniche

Francesco Salata (1876-1944) nasce a Ossero, sull'isola di Cherso. Dopo gli studi liceali a Capodistria si iscrive alla Facoltà di Legge dell'Università di Vienna, ma deve interrompere gli studi per le preca­rie condizioni economiche. Trova impiego nel quotidiano "Il Picco­lo" di Trieste, della cui redazione fa parte per dieci anni, contribuen­do in modo decisivo al prestigio del giornale come principale stru­mento mediatico nella difesa del­l'italianità di Trieste e delle terre adriatiche soggette all'Impero au­stroungarico. Nel 1909 viene elet­to deputato alla Dieta Provinciale dell'Istria, rivelando capacità or­ganizzative nel riordino degli enti locali. Nella primavera del 1915 deve riparare a Roma. Iniziata la guerra, viene assegnato al Segreta­riato Generale per gli Affari Civili presso il Comando Supremo mili­tare, assumendo la responsabilità dei rapporti tra le Forze Armate e la popolazione delle aree investite dalle operazioni belliche. Nomina­to Prefetto fa parte nel 1918 della delegazione italiana per il Trat­tato di pace e viene posto a capo dell'Ufficio Centrale per le Nuo­ve Province. Per la sua esperien­za amministrativa e la conoscenza delle tradizioni di autonomia e di rispetto delle diversità linguistiche ed etniche delle province annesse viene spesso in conflitto con il cen­tralismo della formazione dei qua­dri ministeriali e la inattesa diffi­denza dell'amministrazione stata­le verso le popolazioni locali. Nel 1922 per l'acuirsi dei contrasti con i metodi del governo lascia l'inca­rico e si dedica agli studi storici e ai doveri di Senatore del Regno e di Consigliere di Stato. Muore a Roma nel 1944.

(courtesy MLH)

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