Barbi: dall’Adriatico modello di convivenza

Quest’anno il "giorno del ricordo" assume una ben maggiore portata, perché il 21 dicembre anche la Slovenia è entrata nel sistema europeo di Schengen per la libera circolazione delle persone: è caduto il "muro di Gorizia". E il primo gennaio la Slovenia è entrata anche nella Bce, ha adottato l’euro e ha assunto la presidenza semestrale dell’Unione Europea. Si tratta di un fatto storico per tutta l’Europa, in particolare per l’Italia e in modo particolarissimo per noi giuliano-dalmati. Sono diventato molto vecchio, ciò nonostante non credevo di arrivar a veder cancellato il confine, con le barriere militari, poliziesche, doganali, tra Muggia e Capodistria. Era lo stupido, inumano confine che l’ultimo conflitto ci aveva imposto col Trattato di pace del 10 febbraio 1947. Come nei decenni precedenti gli imperialismi prima e poi i nazionalismi avevano diviso Istria e Dalmazia dalla penisola italiana (Zara da Ancona, Spalato da Pescara), nel ’47 si è diviso persino Fiume da Trieste. E il pervicace ipernazionalismo croato continua a tenerli divisi, ostacolando il completamento dell’integrazione europea anche al di là dell’Adriatico. Quando l’inasprirsi della guerra fredda faceva pensare che l’infausta ”cortina di ferro” non sarebbe caduta mai, pareva assurdo anche solo sognare che quelle frontiere potessero essere abbattute. Ma la ragione ha vinto sulla forza; lo spirito cristiano di solidarietà ha avuto la meglio sulla brutale ostentazione delle divisioni di Stalin (e di Tito). Così è stato dimostrato che anche in quegli anni era più ragionevole e realistico puntare sullo sviluppo della politica europeista anziché arrampicarsi sugli specchi della diplomazia tradizionale per accontentare l’eretico Tito con un trattato inutile e umiliante come quello di Osimo (1977). Tanto più che si dovette non solo metter da parte i rapporti umani, culturali e materiali degli Adriatici, ma tentare di cancellarli dalla memoria degli italiani, anche a costo di provocare la reazione di una sorta di revival nazionalistico. Invece quell’oblio va rimosso. Bisogna ricordare, non tanto per dare occasione a noi vecchi di continuare a recriminare sul doloroso passato, ma per illuminare ai giovani la via di un migliore avvenire. Bisogna ricordare anzitutto le cause politiche, economiche, culturali, di stampo nazionalistico, che hanno causato il nostro doloroso passato col sacrificio di migliaia di infoibati e perseguitati, con l’esodo di un intero popolo in un clima di ostilità preconcetta, disprezzo, odi e vendette. Ricordare che i nazionalismi, sfruttando cinicamente i nobili sentimenti patriottici, hanno sconvolto una tradizione di convivenza pacifica e reciproca civilizzazione, che aveva caratterizzato i popoli affacciati sull’Adriatico con grande vantaggio economico e civile.

Bisogna ricordare che il vero patriottismo non si realizza con le chiusure autarchiche né, tanto meno, coi conflitti rovinosi, bensì con aperture culturali ed economiche, garantite da istituzioni e politiche comuni. Bisogna ricordare (e farlo capire alle nuove generazioni) che per porre riparo ai tremendi guasti prodotti dai nazionalismi e per impedire il loro riemergere non basta deplorarli, occorre creare gli strumenti spirituali e materiali, politici e istituzionali, per renderli inconcepibili e impraticabili. Come si è fatto 50 anni fa con la Ceca e con la Cee, quando Francia e Germania per risolvere le loro contese economiche (e quindi di potenza militare) hanno sostituito i cannoni e i carri armati con le istituzioni europee comuni – il Parlamento, la Commissione, la Corte di Giustizia, la Bce – dove si discutono e si varano politiche comuni, regolate da norme valide per tutti. Come si è fatto negli anni '90 con l’UE che, per ridare libertà, progresso sociale e sviluppo economico all’Europa orientale, non ha usato missili e minacce atomiche, ma seggi in Parlamento, in commissione e in tutte le istituzioni comunitarie. In questa direzione dovrà procedere in Adriatico anche la progettata euro-regione (con Veneto, Friuli, Carinzia, Slovenia e poi Istria e Dalmazia). Il 15 gennaio a Lubiana il presidente Napolitano ha potuto rispondere con la forza dei fatti: "Riconciliazione? Ma quale più efficace riconciliazione della partecipazione alla medesima Unione Europea?"

 

Paolo Barbi su Il Mattino