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11 set – Missoni e l’infanzia a Zara: abbiamo pagato più degli altri

di Matteo Unterweger su Il Piccolo dell'11 settembre 2009

«Dalmazia, non Croazia del sud». Ottavio Missoni ci tiene: lui, nato nella dalmata Ragusa nel 1921 e trasferitosi già da bambino a Zara, quello spicchio di terra dell’Adriatico orientale l’ha sempre chiamata così. E in questo modo continuerà a definirla, senza mai avere neanche il minimo tentennamento.

CUORE E DIALETTO Il più noto fra gli esponenti della civiltà dalmata, da anni ormai stilista apprezzato e conosciuto in tutto il mondo, Missoni non si prende mai troppo sul serio: «Dicono che rappresento bene la Zara di una volta, ma mi – dice – fazo el mejo posibile». Il dialetto non l’ha mai accantonato, dimenticato men che meno, suo fedele compagno di viaggio nella miriade di avventure internazionali vissute nel tempo.

BOMBE E PRIGIONE «Proprio a Trieste ho raggiunto la mia famiglia nel 1946, dopo essere rimasto prigioniero di sua maestà britannica in Egitto per quattro anni, in seguito alla battaglia di El Alamein». La loro casa, a Zara, era stata distrutta, come del resto l’intera città, «rasa al suolo dai bombardamenti aerei» degli alleati, iniziati nell’autunno del ’43 e proseguiti nel 1944.

ZARA ADDIO Quella Zara «non esiste più, solo nel nostro ricordo, nel nostro amore», rammenta Missoni con una nostalgia consapevole. Una condizione ben diversa, la sua e quella di migliaia di conterranei, da quella degli altri «emigranti, volati per esempio in Canada o in Australia, ma che possono sempre sognare di tornare un giorno» alle abitazioni d’origine o nei posti frequentati durante l’infanzia. Passata prima per l’amministrazione jugoslava, dal 1991 croata, Zara conta oggi oltre 80mila abitanti, ma le sue sembianze sono chiaramente altre rispetto allo scenario di 65 anni fa. Ricostruita e mutata, nel profondo.

FUGGITI E OCCUPATI Spiega con precisione il professor Raoul Pupo nelle pagine della raccolta di saggi ”Dall’impero austro-ungarico alle foibe”, in riferimento agli eventi del ’44 a Zara: «La popolazione era dovuta sfollare perché la città non esisteva più. Gli sfollati si erano stabiliti nell’Italia settentrionale, poi non erano più potuti rientrare a casa loro, perché, oltre che distrutta, la città era stata successivamente occupata dagli jugoslavi».

NOI DALMATI Ben si comprende, quindi, perché Missoni dica che prima di ogni ulteriore considerazione «quella guerra (il secondo conflitto mondiale, ndr) non si doveva fare, come del resto tutte le altre guerre», ma soprattutto affermi che per tali eventi bellici «noi giuliano-dalmati abbiamo pagato un prezzo che nessun altro italiano ha dovuto pagare».

STORIA MISTIFICATA Sofferenze di cui per molto tempo si è parlato poco, troppo poco: «La questione degli esuli o profughi, a seconda delle definizioni che vengono attribuite, è stata dimenticata per l’atteggiamento delle istituzioni per quaranta, cinquant’anni. La storia si può mistificare, tacendo. Qualche anno fa (con la legge 92 del 30 marzo 2004, ndr), il Parlamento ha istituito il Giorno del ricordo, fissandolo il 10 febbraio – riflette lo stilista -: almeno pei fioi servirà…». Aiuterà a mantenere viva la memoria, proprio come «si cerca di fare attraverso il raduno dei dalmati, a cui prenderò parte da venerdì sera. Verrò a dare la mia benedizione. Non prima però, perché mi voio ’ndar in giro pel mondo».

RADUNO E MEMORIA L’incontro, il 56° come noto, quest’anno si svolgerà a Trieste, non una location qualunque considerato che, come specifica Missoni, «con i triestini siamo parenti culturalmente, condividiamo anche lo stesso turpiloquio – scherza -. Siamo tutti fratelli della costa, non apparteniamo né ai Balcani, né al Danubio, ma siamo nati e rimasti sul Mediterraneo. Ritrovarci a Trieste ha un significato speciale. E poi in città ho tanti amici e mi hanno dato anche la cittadinanza onoraria».

GENTE DI MARE «Peraltro – continua Missoni – ricordo che la gente di mare a Trieste ci arrivò dall’Istria e dalla Dalmazia, quando la città divenne il porto dell’impero austro-ungarico. Prima, in molti magari non lo sanno, era solo un piccolo borgo, tanto che la vicina Muggia era una realtà ben più importante». L’entusiasmo generato dall’occasione di riabbracciare la terra giuliana non fa scivolare all’indietro, in secondo piano, una granitica certezza: «La storia dei confini non è la stessa cosa per tutti».

ITALIA, PER SCELTA In quest’area dell’Alto Adriatico è stata più sofferta e travagliata che altrove. «Io sono nato dalmata, con passaporto italiano (quello che suo padre Vittorio aveva chiesto e ottenuto tre anni prima, nel 1918, ndr)», racconta Missoni che così si definisce quindi «per scelta, non certo perché sono nato ad Arezzo o in altre località toscane».

 

 

 

(lo stilista dalmata Ottavio Missoni)

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