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Torna il Giorno del Ricordo contro la perdita di memoria (Mess.Veneto 08 feb)

Mercoledì 10 febbraio in Italia si celebra il Giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Istituito con la legge numero 92 del 30 marzo 2004, ha concesso anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Dunque, sono ormai sei anni che si ripete la celebrazione e c’è da chiedersi come sia percepita dagli italiani e quanto sia conosciuta. Agli interrogativi ha risposto un recente sondaggio in base al quale il 38% della popolazione dimostra di sapere quale sia il significato della parola “foibe” (ma si tratta del meno 3% rispetto allo scorso anno) e il 16% (meno 7%) l’espressione “esodo giuliano-dalmata”. Il dato, considerato «una perdita di memoria», emerge dal sondaggio commissionato dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd) alla Ferrari Nasi Ricerche in vista del 10 febbraio. Secondo l’associazione, si tratta di segnali preoccupanti, dovuti a una serie di cause, tra le quali l’allontanarsi dell’effetto della fiction Rai Il cuore nel pozzo (che nel 2005 ebbe oltre 10 milioni di spettatori e che non è stata poi replicata), la disaffezione dei media (che affrontano l’argomento un giorno l’anno) e «l’eccesso di attenzione sulle foibe» che, secondo l’Anvgd, si sovrappone all’esodo che costrinse alla fuga centinaia di migliaia di italiani da Istria, Fiume e Dalmazia. Dal sondaggio emerge pure che la conoscenza delle foibe è maggiore nel cittadino maschio, sotto i 35 anni, abitante nel Triveneto, diplomato, di classe sociale bassa e di centro-sinistra. Secondo l’Anvgd, si tratta del risultato dell’impegno delle associazioni di esuli nelle scuole, per far recuperare la memoria storica. Sull’esodo giuliano-dalmata, il profilo che dimostra maggior sensibilità è invece quello di un maschio, oltre i 56 anni, abitante nel Triveneto, laureato, di classe sociale medio-alta e di centro-sinistra.

Da segnalare infine che in questi giorni la Mursia ha pubblicato il libro Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani, istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti, di Jan Bernas con prefazione di Walter Veltroni (192 pagine, 16 euro). Narra appunto quanto avvenne alla fine della seconda guerra mondiale quando in 350 mila fuggirono per essere accolti in Italia tra diffidenza e indifferenza. Altri decisero di rimanere, riscoprendosi giorno dopo giorno stranieri a casa propria. A questi si aggiungono gli italiani del controesodo: comunisti partiti alla volta della Jugoslavia per costruire il Sol dell’avvenire. Un sogno finito nei campi di concentramento titini. Paradossalmente, tutti subirono la stessa accusa: «Fascisti!». Gli esuli perché in fuga dal paradiso socialista. I rimasti perché italiani.

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