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Quell’incubo di Tito che non passa (Il Sole 24 Ore 04 mag)

di Cristina Battocletti

«Anch'io ero sul treno blu che portava mio nonno da Lubiana a Belgrado.

Avevo 25 anni. Mi impressionò la gente che si ammassava lungo i binari per dargli l'ultimo saluto». Stupisce il dolore trattenuto con cui Svetlana Broz, nipote del maresciallo Tito, che guidò l'ex Jugoslavia dalla fine della seconda guerra mondiale alla sua scomparsa, ricorda a distanza di trent'anni il giorno della morte del nonno: per la prima volta accetta di parlarne alla stampa.

Josif Broz, detto Tito, guida dei partigiani combattenti, fondatore della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, morì il 4 maggio 1980 a Lubiana, ora capitale della Slovenia, a 87 anni, dopo aver subito l'amputazione di una gamba per problemi di circolazione. Il suo corpo fu portato a Belgrado con il treno blu, che usava per attraversare il paese e in cui aveva cucito stati diversi per etnie e religioni, nel nome di "fratellanza e unità". Un puzzle che si disgregò nella guerra fratricida durata dal 1991 al 2001 e i cui piccoli focolai rimangono ancora accesi in alcune regioni come il Kosovo.

Svetlana, 55 anni, diafana e appuntita nei lineamenti, figlia del primogenito di Tito, Zarko, ci riceve a Sarajevo, nella sede della ong Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide) che dirige. Medico cardiologo, ha dedicato gli ultimi dieci anni a risvegliare la «gioventù dormiente» del suo paese acquisito: la Bosnia. Nata e cresciuta a Belgrado, ha scelto di vivere dopo la guerra a Sarajevo, dove trascorreva i giorni di vacanza per prestare aiuto come medico volontario nell'assedio delle milizie serbe dal '92 al '96. Lo fa con seminari e letture pubbliche di testimonianze di persone che si opposero alla guerra fratricida e che si rifiutarono di uccidere il vicino di casa solo perché di etnia e religione differente.

Nella passione civile di Svetlana conta l'esempio del nonno. Si immalinconisce a raccontare quella figura, specialissima per lei. «Sono ricordi privati», si schermisce, ma poi spiega come nacque il soprannome Tito, che si impose per l'abitudine del maresciallo a impartire ordini secchi durante la resistenza: «Tu questo», diceva ai partigiani. Tu in serbo si dice "ti" e questo "to": e nacque Tito.

L'8 maggio a Belgrado ai funerali di Tito c'erano rappresentati di 128 paesi, tra cui quattro re, tre principi, Indira Gandhi e Margaret Thatcher.

«Il ricordo più bello è legato al vostro ex presidente della Repubblica, Alessandro Pertini. Ho scolpita dentro la sua commozione nell'accomiatarsi dal nonno, tenendo la mano a lungo sulla sua bara. Due partigiani che si salutavano. C'erano milioni di persone: si dice che Tito fosse stato un dittatore, ma per quale dittatore la gente accorre spontaneamente a dare l'estremo saluto?».

A far guadagnare a Broz la fama di dittatore furono polizia e servizi segreti solerti nel far internare i dissidenti in campi di concentramento, il più famoso è Goli Otok, l'Isola calva. Un regime di stampo socialista, più morbido di quello sovietico e distaccato da quello di Stalin, con cui ruppe nel 1948, basato su un'economia più improntata al profitto, nonostante la collettivizzazione agricola, che costò l'esilio a molti italiani, e la statalizzazione delle industrie. «Ma allora gli jugoslavi almeno conducevano una vita decente. Tutti avevano lavoro, auto e casa e molti anche una seconda abitazione al mare. L'educazione e la sanità erano gratuiti.

Potevano spostarsi liberamente, in molti ci invidiavano il passaporto rosso». Su Tito gravano anche accuse di stragi: a lui fu ascritto il massacro di Bleiburg, dove nel 1945 al confine tra Austria e Slovenia furono massacrati circa 30mila prigionieri tra ustascia (nazionalisti croati, filonazisti), cetnici (antifascisti serbi, anticomunisti, monarchici) e collaborazionisti. E le foibe, i buchi carsici dove, subito dopo la seconda guerra mondiale, furono gettati circa mille italiani e sloveni accusati di prossimità al regime fascista. «Ogni atrocità è un'atrocità. Non posso giustificare l'uccisione di persone innocenti. Ma i nazisti massacravano cento civili per ogni tedesco ammazzato e 50 per ogni ferito. Forse i partigiani hanno commesso efferatezze simili? E tra le vittime di Bleiburg siamo sicuri che ci fossero mogli e figli innocenti? Mi chiedo ancora: perché quei prigionieri furono consegnati dal primo ministro britannico Winston Churchill a Tito? Era prerogativa di Churchill, che aveva appoggiato mio nonno durante la guerra, proteggerli. E invece gli inglesi li rimandarono indietro».

Da alcuni anni a questa parte gli scrittori e gli artisti dell'ex Jugoslavia esprimono un senso di nostalgia per i tempi di Tito, che hanno battezzato Jugonostalgia. Un sentimento palpabile a Sarajevo, dove di anno in anno si vedono passeggiare sempre più ragazze velate. Gordana, 60 anni, emigrata in Germania da 40, alza le mani al cielo quando si nomina Broz. «Se lo avessimo ancora…», sospira. «Stavamo bene. Ora mi tocca aiutare economicamente mia sorella che non ce la fa più». Danis, 27 anni, una laurea in giornalismo, l'adolescenza passata sotto assedio e un lavoro nel negozio di dischi del centro, racconta che la gente ricorda con nostalgia il maresciallo e che a lui è venuta voglia di saperne di più dai libri: «Tito era un genio, sotto di lui non c'erano i casini che ci sono adesso».

Perfino Emir Kusturica, Leone d'oro a Venezia e Palma d'oro a Cannes, che abbandonò la nativa capitale bosniaca e la fede musulmana sotto l'assedio per battezzarsi cristiano ortodosso, ha un moto di ammirazione quando nominiamo il maresciallo. «Tito? – ci spiega da Marrakech – è un vero enigma. Non si capiva se fosse serbo, sloveno, croato. So solo che per decenni ha avuto il coraggio di fare quello che non osava nessuno: resistere a Stalin» e fa una mossa come a dire, chapeau, tanto di cappello.

Una vita per la Repubblica di Jugoslavia Nato nel 1892, Tito organizza il movimento antifascista della resistenza jugoslava. È ritenuto responsabile di alcuni massacri perpetrati contro i collaborazionisti e degli eccidi delle foibe. Dopo la rottura con Stalin del 1948, è diventato – nel 1953 – presidente della Repubblica di Jugoslavia e guida del movimento dei non-allineati. Nel 1974, con la nuova costituzione Tito è nonimato presidente a vita.

Il 4 maggio 1980 Tito muore a Lubiana, dopo l'amputazione della gamba sinistra dovuta a problemi di circolazione. È sepolto a Belgrado, nel mausoleo Kuca Cveca a lui dedicato. La statua che si trova a Sarajevo è meta di tanti nostalgici. Durante la guerra, centinaia di persone gli rendevano omaggio nonostante quella via fosse nel mirino dei cecchini.

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