Quella grana sul confine orientale spiazzò gli Alleati (Il Piccolo 13 apr)

Da ”Trieste ’45” di Raoul Pupo pubblichiamo l’inizio del capitolo ”Le incerteze alleate”, per gentile concessione degli Editori Laterza.

di RAOUL PUPO

«Su Trieste siamo disponibili a mettere in pratica l’opzione che più soddisfa gli americani, purché questi siano pronti ad usare la forza per sostenerla almeno fino al trattato di pace. In sintesi, non intendiamo adottare un piano d’azione per poi essere lasciati a gestirlo da soli».

Così si legge in un appunto di sir Antony Eden, ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, risalente al marzo del 1945, data in cui gli alleati non hanno ancora la più pallida idea di come risolvere la grana che sta montando al confine orientale d’Italia, e – per di più – non sono nemmeno d’accordo fra loro.

E dire che di tempo per pensarci ne hanno avuto parecchio. Vero, gli americani nel teatro di operazioni mediterraneo sono arrivati piuttosto tardi, appena nell’autunno del 1942, e senza avere le idee molto chiare sul significato e sulle prospettive politiche della loro presenza. Gli inglesi, invece, sulla possibilità di ridisegnare la frontiera giulia hanno cominciato a riflettere seriamente fin dalla primavera del 1941, ancor prima che Italia e Jugoslavia scendessero in guerra l’una contro l’altra. Nell’atmosfera cupa e disperata di quei mesi, con l’impero britannico rimasto solo a fronteggiare la trionfante potenza tedesca, il governo di Londra, pur di scongiurare quell’adesione del regno jugoslavo al patto tripartito che le pressioni di Berlino stanno rendendoinevitabile, ha infatti deciso di derogare dal principio di non discutere modifiche territoriali nel corso della guerra, e l’ambasciatore a Belgrado è stato autorizzato a far valere, nei suoi contatti con i pencolanti dirigenti jugoslavi, la carta dell’interesse britannico a «studiare con simpatia il caso di una revisione della frontiera italo-jugoslava che è disposto a credere possa essere affermata e sostenuta alla conferenza della pace». Il linguaggio è contorto e trasuda prudenza ad ogni sillaba, ma il segnale è stato nondimeno inequivocabile.

La sua importanza non va esagerata. Probabilmente, non si è trattato della spinta decisiva nei confronti degli ambienti serbi ostili all’alleanza con Germania e Italia, perché ben più corposa dev’essere stata la preoccupazione che la Jugoslavia, una volta legatasi mani e piedi a Roma e Berlino, non avrebbe avuto più alcun modo di influire sui piani tedeschi e italiani di riassetto dei Balcani, che avrebbero potuto compromettere gli interessi serbi. Comunque, l’apertura britannica in materia di confini, unita all’avventatapromessa di aiuti militari, ha contribuito a rafforzare la determinazione dei circoli politici e militari che due giorni dopo l’adesione jugoslava al tripartito – avvenuta il 25 marzo – hanno fatto scattare il colpo di Stato che ha cacciato il reggente Paolo, posto sul trono il giovanissimo re Pietro e cercato di staccare la Jugoslavia dalla Germania, con l’unico risultato di scatenarne l’ira funesta.