Quando rimane solo il rancore (Voce del Popolo 20 dic)

Quando rimane soltanto il rancore

Il 9 febbraio prossimo avrà luogo la consegna ufficiale del Premio Internazionale del Giorno del Ricordo, assegnato dalla Presidenza dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Tra i premiati, come riportavamo nell’edizione di ieri, non figurano nomi di singoli o enti ricollegabili ai “rimasti”. Dunque, noi con la tragedia delle foibe e dell’esodo non c’entriamo nulla.

Da una parte forse è meglio così: condividendo con gli esuli riconoscimenti che fanno riferimento alle tragedie della seconda guerra mondiale ci presteremmo alle solite accuse – che giungono puntuali – di irredentismo, fascismo e nazionalismo da una parte della stampa locale. Tuttavia questa fuga pragmatica non stempera l’amaro in bocca che avvertiamo non tanto per la totale esclusione dei rimasti, quanto per le interpretazioni di fondo a proposito di ciò che si va a “ricordare”. E pare abbastanza evidente che il “ricordo” sia focalizzato più sulle foibe (episodio violento) che sull’esodo (dramma epocale) in quanto tale e “dentro” al quale ci siamo anche noi. L’esodo non è soltanto conseguenza delle foibe, mentre la devastazione identitaria (anche italiana) dell’Istria, pagata anche e molto dai rimasti, è figlia primigenia dell’esodo.

Si conclude che ciò che l’ANVGD recupera e organizza in ricordo sono esclusivamente le foibe e l’esodo, e lo fa decontestualizzando i due tragici fatti dalla barbarie civile che era stata perpetrata precedentemente a danno degli Slavi. È ovvio che una posizione del genere sia destinata a provocare reazioni e scontri quali il “Mesić-Napolitano” degli anni scorsi. A ben vedere, questo è un tipo di ricordo fermo al passato, funzionale a sé stesso, sordo e in pieno atteggiamento di diniego di fronte alle ragioni e ai dolori degli altri, disinteressato ad una lettura storica più obiettiva e funzionale alla “futura normalità”. Una storia che, stiamone certi, per gli italiani dell’Istria – esuli e rimasti – è stata ad ogni modo implacabile. Dunque, non è necessario dire che gli esuli sono stati 350.000 per cogliere la gravità del fenomeno decimatorio: ne bastano e avanzano anche i molto più probabili duecentomila.

Un “ricordo ricordato in questo modo”, unilateralmente, appare dunque nulla più di un piccolo contentino per gli esuli il cui dramma era stato ignorato dalle istituzioni dello Stato e dalle coscienze italiane per decenni. Ma questo “ricordo” fa tornare in mente soltanto il peggio di ciò che siamo stati e non consente di vedere, pensare, immaginare il meglio di ciò che tutti insieme potremmo diventare.

Ricordando, in queste occasioni, anche i rimasti, sarebbe stato riconosciuto non solo il calvario affrontato da chi ha voluto continuare a parlare la propria lingua a casa propria, ma si sarebbe anche legittimato lo sforzo profuso per mantenere viva (per quel che si poteva) l’anima (anche) italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Questa missione, per niente agevole, è stata importante, epocale. Una missione che oggi, quando abbiamo “imparato” la convivenza, ci può proiettare meglio verso l’unità europea. Insomma, con i “rimasti”, nel “ricordo” ci sarebbero stati anche un po’ di futuro e speranza; senza di loro rimane solo il rancore. Senza un minimo di mea culpa.