Pirjevec: solo vecchi revanscismi comunisti (Rinascita 08 apr)

di Mauro Steffè 

Argomentare con un pseudo storico come Pirjevec è inutile. Ma è l’occasione, per rammentare le posizioni antitetiche che distinguono noi italiani dalla insaziabile arroganza di questo particolare tipo di sloveni.

Dopo decenni di reciproche accuse, tensioni e strumentalizzazioni, questi storici neo e post comunisti continuano per questa via: rimangono dei reduci titini sloveni.

Essi godono ancora di benefici, gli stessi contatti con importanti editori italiani ne sono una testimonianza. Questi personaggi ottengono in varie forme aiuti pubblici, con pensioni di Stato, contributi per la stampa e le associazioni. Pur ricevendo ingenti risorse dalle casse italiane, sputano tuttavia nel piatto in cui mangiano, da quasi settanta anni. Una vergogna.

Anziché tacere, anche l’insulto. Si rammenta a questi, che tutto ha avuto origine dall’innesco dei piani comunisti, il “patto del ‘33” che prevedeva l’occupazione del Friuli Venezia Giulia sino al Tagliamento, un frutto dell’ideologia comunista in sé. Quel che fece poi l’armata italiana dal ‘41, fu una conseguenza bellica.

Ciò avvenne in terre da sempre italiane, basti ricordare che l’arena di Pola è più antica del Colosseo.

E grave colpa, decisa per bloccare l’irredentismo e il risorgimento italiano, fu quella dell’Austria asburgica che, con le direttive di Vienna del ministro Badeni, dal 1890, avviò la slavizzazione dei territori italiani, da Trieste, Monfalcone e Gorizia, sino in Istria e Dalmazia a scapito delle native parti italiane di larga maggioranza. E’ nota poi l’alleanza fra governo austriaco e nazionalisti slavi del nord in funzione anti-serba, e la persecuzione anti-italiana dal 1868 al 1918, sino alla scomparsa dell’italianità dalmata, con la chiusura di scuole, giornali, centri culturali.

Nella sua torbida analisi, Pirjevec non parla del terrorismo slavo in Venezia Giulia, dopo il primo conflitto mondiale, che fu organizzato, finanziato dal governo jugoslavo, non a caso retto dal presidente Tito, un croato.

Ugualmente mal ricorda l’occupazione italiana della Jugoslavia nella seconda guerra mondiale: rimuove che era stata la Jugoslavia a dichiarare guerra all’Italia, sottoscrivendo l’alleanza con il Regno Unito, in cambio della Venezia Giulia, inclusa Trieste.

La militanza politica di Pirjevec, nell’ex partito comunista sloveno dei “titini” del IX corpus è nota (fu il “corpo d’armata” degli infoibatori e dei responsabili dell’esodo di 350.000 italiani), e pretende di ricostruire il passato, negando gli accadimenti storici, le cause che li hanno prodotti.

La verità è che l’occupazione italiana fu accolta inizialmente in modo positivo anche dalle popolazioni slave. Si giunse a violenti scontri soltanto dopo l’inizio dell’azione di guerriglia dei comunisti, insorti sull’onda della guerra fra Germania e Urss.

Le origini della guerra italo-jugoslava, le crudeltà e violenze della guerriglia anti-italiana, sono ovviamente passate sotto rigido silenzio da questo “storico”, che presenta come sempre le foibe solo come una resa dei conti con “fascisti”. Ma le stime dei morti civili sia italiani, che jugoslavi non comunisti sono di decine e decine di migliaia.

Le tesi assurde di Pirjevec sono insostenibili, per il fatto che esistono troppi documenti scritti e pubblicati dagli stessi comunisti negli anni ‘30.

Tali documenti testimoniano la natura pianificata e organizzata della pulizia etnica compiuta dagli slavi, predisposta da Tito sulla base di un piano preciso. Lo stesso serbo, Cubrilovich, collaboratore di Tito, aveva predisposto un manuale per condurre la pulizia etnica, così come tanti altri inviati da Tito in Venezia Giulia per cacciare gli italiani. Ciò lo si evince dagli archivi della loro stessa Ozna.

Oltre ai numerosi errori storici, del libro di Pirjevec, edito ahimé da Einaudi, trapela dal testo il taglio politico, con disquisizioni personali e ideologiche.

Continui pure su questo fronte, alla fine siamo sicuri che più ne parleranno, più la storia ci darà ragione. Oppure riconoscano almeno che loro in quanto comunisti, ci hanno “mangiato” e sono andati in parlamento, sino ad oggi, scrivendo una storia di comodo.

Perciò si facciano un esame di coscienza, un profondo mea culpa, senza gettare ancora fango ai soliti fascisti, che in fondo non avevano tutti i torti.

Quel tipo di strategia poteva andare nel dopoguerra quando, oltre a non esserci mezzi di comunicazione di massa, potevano contare di essere creduti in quanto vincitori.