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Patria e dialetti (Il Piccolo 03 set)

LETTERE

In relazione alle frequenti esternazioni leghiste sulla sostituzione dell’Inno nazionale e l’introduzione dei dialetti nelle scuole, mi si consenta qualche breve riflessione. Per chi come me ha patito lo sradicamento dalla terra natale, il concetto di patria ha un doppio significato ugualmente importante: foglia dispersa nel vento, sento lo stesso trasporto sia per la piccola Patria «sì bella e perduta», sia per la grande Patria che l’esilio mi ha permesso di preservare. La prima, vicina e irraggiungibile, è affidata al ricordo, e ogni giorno mi racconta pezzetti del mio passato incantato, la seconda, presente e vitale, al di là di ogni orientamento politico mi dà sicurezza, senso di appartenenza. Sono sentimenti che si richiamano ai valori che la mia famiglia mi ha sempre ispirato, per cui se il «Và pensiero» mi fa tremare le vene ai polsi, «Fratelli d’Italia» è l’inno nel quale mi identifico. Quando, per fare un piccolissimo esempio, la nostra nazionale di calcio si allinea sul campo e i giocatori si allacciano l’un l’altro aspettando librarsi nell’aria le prime note dell’Inno di Mameli, io mi sento coinvolta emotivamente perché in quel momento quei ragazzi sanno di rappresentare la Patria comune e quell’inno risveglia la loro coscienza nazionale, e la mia. Quindi mai e poi mai rinuncerei, bello o brutto che sia, al mio «Fratelli d’Italia».

Ho invece qualche riserva per quanto riguarda l’«intrusione» dei dialetti in classe assieme all’approfondimento di storia e cultura delle loro terre d’origine. A parte che oggi gli Atenei si vedono costretti a organizzare corsi di ripasso della grammatica italiana per le matricole, per cui sarebbe forse più opportuno provvedere a correggere le abissali lacune linguistiche di cui è vittima la classe dirigente di domani, non posso non intravedere nella proposta bossiana qualche spiraglio nel rafforzamento dei legami con le mie radici. Portati sul territorio dalle genti dell’esodo, i nostri dialetti si sono dovuti giocoforza integrare con la parlata dominante, confondendosi spesso con essa; di alcuni, perse ormai le caratteristiche fondanti anche a causa della scomparsa dei più anziani depositari del lessico originario, non rimane e non rimarrà che la testimonianza scritta. Per garantirsi la sopravvivenza, un linguaggio ha infatti bisogno di attenzioni particolari, di tutela e protezione. Quindi sarebbe auspicabile che anche il patrimonio linguistico istriano-fiumano-dalmata nel quale è nettamente riconoscibile il segno dell’identità latina e veneziana, venisse in qualche modo valorizzato, specie a Trieste dove le genti dell’esodo rappresentano ancora quasi un terzo della popolazione. Nessuna imposizione, nessuna normativa obbligatoria che crei discriminazioni: anche la sola saltuaria lettura a scuola di testi dialettali istriani, fiumani e dalmati consentirebbe a nipoti e pronipoti di respirare, attraverso l’idioma dei padri, l’aria della patria d’origine. E forse, chissà, di stimolare studi e approfondimenti capaci di sottrarlo all’oblio.

Annamaria Muiesan Gaspàri

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