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Missoni: ”Non solo le case, ci hanno tolto i sogni” (quotidianamente.net 08 gen)

«Noi non siamo solo profughi. Non possiamo essere come gli emigranti che sognano un giornodi tornare, rivedere il proprio paese, i vecchi amici e l’osteria. Noi non possiamo farlo perché il nostro paese, i vecchi amici, l’osteria non ci sono più. Non hanno confiscato le nostre case, hanno anche sequestrato i nostri sogni». Non poteva essere che Ottavio Missoni, il più celebre dei 350 mila profughi da Dalmazia, Istria e Fiume a tirare le fila di un excursus di diciassette storie, diverse una dall’altra ma tutte egualmente drammatiche, sulle proprietà confiscate agli italiani nell’ex Jugoslavia e non poteva non farlo con una considerazione che testimonia nel modo più efficace come dietro le proprietà vi siano stati cuori, vite, sudori, dolori e gioie, ma come sia stata la speranza innanzitutto, quella che fa vivere la gente, a essere stata uccisa.

Ottavio Missoni ha passato i novant’anni, ma anche in queste giornate attorno alle festività si reca in azienda. «A Ragusa – racconta – me ne sono andato che avevo sei anni eppure mi ricordo più di qualcosa. Avevamo una bella villetta fuori città, tra Ragusa e Gravosa, con un giardino. Mi sono rimasti in mente soprattutto due cipressi. E poi le galline, c’erano anche le galline. Io mi arrampicavo sugli alberi e con gli amici si giocava soprattutto a calcio: ero il più piccolo e perciò mi mettevano sempre in porta, anche se non ero contento di questo».

Il nonno di Missoni era stato nominato magistrato a Ragusa sotto l’Austria-Ungheria e qui papà Vittorio era diventato capitano marittimo della compagnia Libera Triestina. La mamma invece era una de Vidovich, proveniente da una famiglia di feudatari veneziani. «Mio nonno materno aveva due castelli – racconta ancora Missoni – a Capocesto e a Rogosnizza, località non distanti da Sebenico. Con la riforma agraria però nel 1912 o 1913 l’Austria-Ungheria li sequestrò. In un certo senso siamo ancora in conflitto anche con Vienna». All’arrivo dei partigiani di Tito però i Missoni non possedevano soltanto la villa di Ragusa, «ma anche un bellissimo palazzetto a Sebenico, proprio di fronte alla cattedrale – racconta ancora Ottavio – A un certo punto mio padre lo acquistò dal mio nonno materno, ma glielo lasciò in usufrutto con la clausola che poteva rimanerci dentro per tutta la vita. Però venne la guerra e perdemmo tutto».

A Zara invece i Missoni andarono ad abitare in affitto e decisero di farlo nel momento in cui il fratello maggiore di Ottavio doveva cominciare a frequentare le scuole superiori dato che a Ragusa, di lingua italiana, non ne esistevano, mentre la famiglia dopo la prima guerra mondiale aveva appunto optato per la cittadinanza italiana. «Dei ventimila abitanti di Zara – conclude Ottavio – tremila sono morti sotto i bombardamenti, mille sono stati uccisi in mare perché è in mare che ci sono le foibe dalmate, pressoché tutti gli altri se ne sono andati da una città, la Dresda del Mediterraneo, distrutta per l’80 per cento dalle bombe. La vera Zara non esiste più».

(fonte www.quotidianamente.net 8 gennaio 2012)

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