Libertà – 190208 – “Mio padre, inghiottito dalla foiba”

A più di sessant'anni dalla morte prematura e misteriosa di una persona amata, il dolore o la rabbia non si dissolvono, ma cambiano forma se c'è di mezzo l'ombra di una tragedia etnica. L'urgenza di un tempo, quando la storia d'Italia era lacerata da conflitti e fedi opposte, diventa sete quotidiana di memoria, di chiarezza e di giustizia. «Perché è ancora un tabù parlare di foibe, parlare di chi è scomparso?». Se lo chiedono Franca e Loredana Cornelli, che – a ridosso del "Giorno del ricordo" (10 febbraio), celebrato a Piacenza con una fiaccolata e un banchetto – hanno accettato di raccontare una storia di famiglia, quella del papà, Francesco Mario Cornelli, nato a Mortizza, inghiottito da una foiba. «Sarebbe giusto cominciare a dire certe verità, aprire gli archivi – sprona Loredana – invece la Croazia non fa questo passo, mentre la Slovenia ha fornito gli elenchi dei militari italiani infoibati». La vicenda di questa famiglia comincia e per certi aspetti finisce in un pugno di anni, tra il '43 e il '47.
«I morti, da una parta o dall'altra, devono essere ricordati. Mio padre – sono parole di Franca – ha dato la vita per la patria. Piacenza celebra con lapidi e studi tutti i piacentini scomparsi in guerra, ma degli infoibati non parla mai».
Ed ecco la storia. Francesco Mario Cornelli lascia Mortizza molto giovane per diventare militare dell'Arma e con la divisa presta servizio a Torino e a Firenze. Di lì a poco viene mandato in Istria dove s'innamora di una giovane di Pola, la bellissima Gisella Caporalin. Nel 1936 dal matrimonio di Francesco e Gisella nasce la primogenita Franca. E il papà diventa maresciallo maggiore della stazione di Postumia prima, poi di Susak, la famiglia prende casa a Fiume. Nel '42 nasce la seconda figlia, Loredana.
La cornice storica però si fa sempre più arrischiata sulle coste dalmate. Prende forza lo scontro fra forze naziste e la guerriglia partigiana di Tito. Cornelli decide di mandare la famiglia al sicuro a Mortizza, dai nonni. Il viaggio è avventuroso. Mamma e figlie partono di notte e arrivano a Trieste su un carro trainato da cavalli. «Quando fummo vicino alla grande foresta tra Fiume e Trieste il cocchiere spense la luce, per evitare i ribelli». C'è il treno per Bologna da prendere: «Ma venendo da Pola, già sotto il controllo dei titini, si diceva che la gente non veniva fatta scendere dai partigiani italiani, ma rimandata indietro». Bologna è bombardata, c'è un fuggi fuggi generale e per le tre donne la confusione gioca a favore. «Avevo sette anni, mi esprimevo in croato – annota Franca – mia madre mi zittì e da allora non lo abbiamo più parlato in famiglia». Anche a Mortizza piovono i bombardamenti, ma c'è cibo. Papà Francesco scrive tutti i giorni, non parla di politica nelle lettere, è in apprensione per la famiglia. E i presagi non mancano. In un messaggio fa sapere di aver lasciato orologio, fede nuziale e ventimila lire a un amico, per la moglie. L'ultimo indizio risale al maggio del 1945, all'editto di Tito che invita i militari a presentarsi in caserma per essere inseriti nel nuovo esercito. «Molto scapparono, mio padre si fidò e si presentò». Da allora se ne perdono le tracce. La mamma Gisella appena possibile tornò in Istria, cercando il marito. Non lo troverà mai, troverà solo la casa svuotata, i beni confiscati. L'unica labile traccia è la foto pubblicata da un giornale e scattata da un reporter americano per documentare i campi di lavoro in Jugoslavia. C'è un uomo che assomiglia al piacentino. Tutta Mortizza lo riconosce, ne parla. La famiglia s'illude. Ma ogni speranza è fuoco di paglia. L'11 ottobre 1947 il maresciallo viene dichiarato irreperibile dal Municipio di Piacenza. Le figlie non hanno dubbi, il padre è morto in una foiba: «Gli uomini venivano legati insieme con filo di ferro, si sparava al primo e gli altri giù, lo seguivano tutti». Un'altra vittima di quella pulizia etnica anti-italiana che prescindeva dall'appartenenza politica. «Non ho conosciuto mio padre, avevo undici mesi quando siamo tornate e mi chiedo perché sia morto – confida Loredana -. Oggi non ho dolore, ma provo ancora rabbia».

Patrizia Soffientini