L’Arena di Pola – sett.07 – 15/9/47 Entra il vigore il Trattato di Pace

Un furtivo scalpiciar di passi nella via deserta affondata nell'oscurità della notte, rotta soltanto dal bagliore di qualche raro fanale. Sono due uomini ed una donna che a passo affrettato rincasano, cercando di attutire il rumore dei loro passi in quell'aria stagnante di fine estate percorsa a tratti da una lieve brezza.

Ma in una via deserta i passi di tre persone sono troppi per non svegliare il silenzio che, seccato da questi intrusi, ribatte loro in faccia moltiplicato il rumore e poi soltanto lentamente si ricompone. Mi passano accanto guardandomi con fare sospettoso; forse inavvertitamente si scostano da me, come temendo il contatto; il loro passo diventa più lento ed incerto; non parlano; non mi rivolgono neanche direttamente lo sguardo, ma io sento la loro attenzione tesa verso di me; quando mi hanno oltrepassato uno si volta; incontra il mio sguardo e rigira di scatto la testa; la rivolterà ancora una volta fatti cinquanta metri per vedere la mia ombra dileguarsi. Intrusi in casa propria; è questo il dramma degli ultimi italiani che attendono l'imbarco per domani mattina onde lasciare definitivamente quella città nella quale fino all'estremo limite sono rimasti a dare il loro contributo di lavoro.

Partiranno domani, con l'immensa tristezza di dover lasciare aperta la porta di quella casa le cui chiavi sono ormai nelle mani dello straniero. Sono pochi i funzionari che ancora attendono di partire; gli altri se ne sono già andati con i precedenti scaglioni; la città vive nel deserto più completo, ed è logico perciò che quei tre passanti mi abbiano guardato con sospetto in questi giorni in cui anche la polizia sta smobilitando; non mi hanno riconosciuto nel buio della notte e di quelli che non si riconosce non è assurdo sospettare. Tutti gli italiani se ne sono ormai andati da Pola e la città, quieta e silenzioso, mollemente abbandonata nelle braccia dell'estate che culla la nudità delle sue strade, delle sue case, dei suoi giardini, aspetta che la mano maldestra ed infida del padrone straniero cali su di lei per gettarla nella disperazione e nel dolore.

Radi i passanti di giorno nelle sue strade; neanche i “titini” si incontrano più; se ne stanno forse rintanati nelle loro case a meditare sul destino che li aspetterà e non danno alcun segno di quella festevolezza che sarebbe stata ragionevole in loro al pensiero che presto in città entreranno quelle “armate liberatrici” prima tanto invocate. Solo verso sera qualche gruppetto si forma al centro della città diventato paese. Si fermano ed attendono; attendono forse come una volta che venga l'ordine di inscenare qualche manifestazione contro gli italiani o contro gli alleati.

Ma quell'ordine non viene e non verrà più; adesso incomincerà l'epoca della disciplina “cieca ed assoluta”; non più scioperi o proteste, bensì silenzio ed obbedienza. Hanno facce serie e perplesse questi sostenitori di Tito: sembrano occupati da profondi pensieri; penseranno all'avvenire che li attende in quella città che essi hanno voluto morta e deserta. Ora tacciono. Non gridano più contro gli italiani. Non guardano più con disprezzo gli ultimi partenti, ma i pochi impiegati rimasti li considerano lo stesso con sospetto.

Non possono dimenticare q u a n d o perseguitavano gli italiani con ferocia astiosa e cattiva. Alla sera questi gruppetti di titini formano un quadro penoso e nello stesso tempo melanconico. Sono i residui peggiori di una città che essi hanno voluto conquistare con la violenza e con la frode. Ora l'hanno avuta, ma quanta amarezza deve essere in fondo ai loro cuori: non così s'immaginavano di avere la bella preda. Intanto l'estate fa sfiorire i giardini, fa crescere l'erbaccia negli orti, dona agli alberi chiome variopinte ed immense. Mal'autunno e poi l'inverno non sono lontani.

 E sono un autunno ed un inverno che dureranno per lunghi anni fin quando il sorriso non tornerà ad allietare le membra ora isterilite della città. Viene la sera, stancamente si adagia su questa città del silenzio e della desolazione; penetra fra le arcate dell'Arena, corre per le strade, raggiunge gli angoli discreti dei giardini. Ma non ci sono coppie di innamorati che vengono a farle festa; solo gruppi di facce tristi e pensierose. Sul tardi qualcuno passerà per le strade deserte; sarà un'italiano rimasto a godersi fino in fondo l'ultima serata passata a Pola quasi per inebriarsi della sua riposante bellezza.

Raggiungerà il proprio letto pensando all'angoscia dell'indomani quando il vapore si staccherà dalla riva ed un amaro pensiero lo assalirà: Fino a quando resterò lontano? Forse mai più rivedrò la mia città ed in quel “ mai più ” sentirà un vuoto nel suo animo, uno smarrimento che lo lascerà dolorante e pensoso. Raggiungerò anch'io la mia stanza, il mio letto cercando di non far rumore. Come un intruso in casa propria.

PASQUALE DE SIMONE
articolo tratto da “L'Arena di Pola” giovedì 18 settembre 1947