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Jan Bernas va oltre le foibe (Voce del Popolo 22 mar)

FIUME – Dopo decenni di silenzio è giunto il momento che si cominci a scrivere di noi e che lo facciamo noi stessi. È questa una delle conclusioni, condivise all’unanimità da tutti i presenti, emerse in calce alla presentazione del libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, Fiumani e Dalmati: storie di esuli e rimasti” di Jan Bernas (edito nel gennaio di quest’anno dalla milanese Mursia, 16 euro) a Fiume, nel Salone delle Feste della Comunità degli Italiani. Un’odissea, quella dei cosiddetti rimasti, che presenta diverse sfaccettature ma che nella stragrande maggioranza dei casi è stata semplificata e spesso ricondotta sotto il marchio di “titini”. Quasi una maledizione, quella del “marchio” squalificante che istriani, fiumani, dalmati, esuli o rimasti indistintamente, da una e dall’altra parte del confine, si sono sentiti affibbiare e che soltanto di recente stanno riuscendo a scrollarsi di dosso. Merito del Giorno del Ricordo, indubbiamente; una ricorrenza che è stata pensata in Italia per rendere dignità alle vittime dell’esodo e delle foibe, ma che a un lustro dalla sua istituzione si sta dimostrando sempre più come un’occasione per rievocare, in tutta la sua complessità, una pagina di storia troppo a lungo ignorata. Infatti, se per alcuni anni l’attenzione è rimasta focalizzata sull’aspetto più violento e agghiacciante della vicenda, ossia le foibe (e il calvario di Norma Cossetto è stato spesso ripreso a esempio), man mano l’interesse si sta spostando anche su altri segmenti.

LITTLE ITALY E tra questi la realtà di un popolo italiano, quella “little Italy” – com’è stata definita da Giacomo Scotti – che sulle sponde dell’Adriatico orientale ha continuato a coltivare e mantenere la lingua e la cultura italiana, affermando il concetto di autoctonia, di presenza secolare, a prescindere dall’esistenza o meno dello Stato italiano su questi territori. Non dunque “rimasugli” del fascismo, come ha fatto comodo a certi considerare l’ormai minoranza italiana dal ‘45 in poi – da qui anche il binomio “italiani=fascisti” – ma genti che qui ci sono sempre state.

SCELTE E COSTRIZIONI Il libro di Bernas, oltre a riportare le testimonianze degli esuli, dà voce anche ai rimasti (e lo fa, cosa niente affatto irrilevante, con un editore prestigioso, presente in tutte le librerie d’Italia). Dai loro racconti si può ricostruire anche la pluralità dei motivi e delle ragioni che li hanno tenuti qui, perché se è vero che in diversi casi si è trattato di una scelta consapevole, è altrettanto vero che alle volte è stata una “costrizione”, come il diritto all’opzione negato, oppure particolari condizioni socio-economiche, familiari, personali…

Venerdì sera a Fiume, dove il libro è stato illustrato per la prima volta nel teatro dei fatti narrati, c’è stato chi ha parlato di italiani costretti a rimanere (Giuseppe Pino Bulva), chi ha sottolineato la mole delle opzioni respinte (Elvia Fabijanić ha detto che anni fa è stata fatta una raccolta di opzioni respinte a Fiume arrivata a quota oltre ottocento), chi ha parlato della difficoltà di continuare a essere italiani, diversi, anche tra gli stessi italiani….

NON SOLO STORIA “Quello che ci troviamo a promuovere questa sera non è beninteso un libro di storia, non nel senso classico del termine, in quanto non ha la pretesa, l’intenzione di fare luce, spiegare o reintepretare quanto è avvenuto più di mezzo secolo fa in Istria, a Fiume e Quarnero, in Dalmazia, territori in cui si sono avvicendati popoli e soprattutto Stati, ciascuno lasciando la propria impronta, più o meno profonda. Sono regioni con alle spalle un passato plurimillenario, ma che mai forse, come nel ‘secolo breve’ hanno visto mutamenti così drastici e, purtroppo, anche violenti – ha esordito Ilaria Rocchi parlando dell’opera di Bernas a Fiume –. In queste aree di frontiera, plurietniche e multiculturali, dopo secoli di convivenza, tolleranza e più o meno ‘amorevoli’ intrecci, l’affermazione dei concetti di ‘nazione’ e ‘stato nazionale’, iniziata a metà Ottocento, è, in un certo senso, ‘degenerata’ in un odio e in una volontà di prevaricazione che ha fatto perdere di vista tutti i trascorsi storici.

REGIMI TOTALITARI Contrasti nazionali, dunque, che sono esplosi soprattutto nella seconda metà del Novecento, in parte espressione dell’esigenza basilare di ribadire la propria identità e il diritto reclamato di avere una propria individualità giuridico-statale, dopo decenni trascorsi nell’ambito di realtà plurinazionali o sotto dominazioni straniere, in parte fomentati da regimi totalitari che, in cerca di una propria legittimazione e del consenso popolare, hanno propagandato proprio l’odio, che fosse odio nazionale o di classe. Manipolando, strumentalizzando in questo modo i sentimenti della gente. E di sentimenti, più che di storia vera e propria, parla proprio il libro del collega Jan Berans – ha continuato Rocchi, giornalista de “La Voce del Popolo” e docente di storia –. Un approccio insolito, che fa parlare le persone, le quali, attraverso il racconto della propria vita e delle ferite che si portano dietro, e con le quali continuano a convivere senza mai avere la speranza di vederle ricucite, ricostruiscono una pagina significativa, quanto intricata, del nostro passato. Dando voce agli involontari, piccoli protagonisti della grande storia, Bernas (ri)dà dignità a un popolo, quello istriano-fiumano-dalmata, che ha subito pene, ingiustizie e il cui calvario è stato sottoposto a un ulteriore oltraggio, il silenzio dettato dall’opportunismo politico.

Bernas narra questa vicenda e lo fa senza retorica, senza entrare nel merito dei fatti storici, dei numeri, delle eventuali ‘colpe’ o responsabilità. Perché se è vero che è di fondamentale importanza fare chiarezza e capire realmente che cosa sia effettivamente successo, è altrettanto fondamentale – anche sulla scia di quella nouvelle histoire tracciata dalla scuola delle Annales –, cogliere i sentimenti, che danno la dimensione della profondità, spessore, senso alla grande storia. Tanto da farne una disciplina ‘umanistica’ a tutti gli effetti”, ha concluso.

L’AUTORE Jan Bernas, giornalista italiano, salernitano, di origine polacca, nasce a Roma nel 1978 e attualmente lavora nella Capitale italiana per l’agenzia di stampa Apcom, occupandosi dell’Europa Centro-Orientale e balcanica. Scrive per “Il Messaggero” e collabora con la Fondazione Farefuturo, con il blog “Il Cannocchiale” e con la rivista di geopolitica “Equilibri”. Laureato all’Università di Bologna in Scienze Internazionali e Diplomatiche, ha conseguito un master in European Policy presso il College of Europe. Nel libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, tra cronaca e storia, ricostruisce tassello dopo tassello l’intero mosaico, il dramma comune di un popolo.

IL LIBRO Considerato che il territorio istriano, pur essendo per diversi aspetti omogeneo in una sua identità regionale, ha avuto una storia, il libro si suddivide in quattro parti più che tematiche territoriali, intercalate da brevi cenni storici. La prima parte è dedicata alla costa occidentale dell’Istria, all’ex Zona B (con tappe rievocative incentrate su Buie, Cittanova, Prenzo, Rovigno, Dignano); la seconda incentrata sulla parte meridionale, con “l’ultima città italiana”, Pola – e alla vergognosa tragedia di Vergarolla –, emblematica per l’esodo con le partenze sulla nave “Toscana”, Albona, Fianona e Ossero; la terza riservata a quella che alcuni hanno definito l’”Olocausta”, Fiume; infine, un capitolo a parte è occupato dalla vidcenda dei “titini italiani” e del “controesodo”. In quanto a struttura, brevi cenni storici, da inquadramento, anticipano i racconti dei protagonisti: italiani costretti ad andarsene e i rimasti, orami goccia in un mare slavo. Gli esuli “dimenticati da una patria matrigna, che dopo oltre sessant’anni ancora fatica a riconoscere dignità e onore a migliaia di suoi figli, sacrificati per lavare gli errori e gli orrori di una guerra sciagurata”; i rimasti, abbandonati di fronte all’avanzare delle truppe jugoslave di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale. Come sottolinea l’autore, “paradossalmente, tutti subirono la stessa accusa: fascisti! Gli esuli perché in fuga dal paradiso socialista. I rimasti perché italiani”. Questo libro, spiega Bernas, vuole andare ben oltre le foibe, diventate nell’immaginario collettivo simbolo di una vicenda assai più complessa. Perché nell’ascoltare le tante storie riportate, emerge che donne e uomini, spesso di fede politica opposta, sono accomunati dalla stessa sorte e dalla stessa accusa: “Fascisti!”. L’autore contrasta semplificazioni, rompe schematismi e pregiudizi. Alla serata a Fiume ha spiegato che è proprio da questa volontà che nasce il suo interesse – lui, così lontano, per origine e collocazione geografica da queste nostre regioni, un italiano di Salerno, di origini polacche, che vive e lavora a Roma – per questa storia. Bernas, come ha rilevato alla presentazione del libro, ha sentito l’esigenza di capire, fare chiarezza, approfondire l’argomento quando una sua insegnante cercò di “liquidare” la questione dell’esodo con una spiegazione spicciola: “Erano tutti fascisti”. Comprese che era “un’ingiustizia, che non poteva essere così. Ed è per questo che, oltre ad analizzare volumi e contributi storiografici, è voluto andare oltre, arrivare alle “fonti dirette, alla gente che la storia l’ha vissuta sulla propria pelle”.

TESTIMONIANZE Bernas ha intervistato e raccolto le testimonianze di diversi connazionali rimasti: Claudio Ugussi (Buie), Giovanni Radossi (Rovigno), Anita Forlani (oggi a Dignano, ma originaria di Fiume), Tullio Vorano (Albona), Nella Smilovich (Pola), Laura Marchig, Elvia Fabianić e Maria Schiavato (Fiume). Le loro, le nostre storie, si affiancano e intrecciano a quelle degli esuli Bruno De Bianchi (Cittanova), Mafalda Codan (Parenzo), Sergio Bormé (Rovigno), Livio Dorigo, Myriam Andreatini e Lino Vivoda (Pola), Abdon Pamich, Franco Gaspardis, Federico Falck ed Erio Franchi (Fiume), nonché all’esperienza di Dino Zanuttin, di Gradisca d’Isonzo, uno dei tanti italiani del cosiddetto controesodo che nell’allora Jugoslavia, nei campi di concentramento titini, vedrà infrangersi il sogno di una società più giusta e migliore.

A differenza dei numerosi testi finora pubblicati su tale argomento, “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani” non si limita a riportare vicende passate, ma offre una prospettiva presente, raccontando le difficoltà e le condizioni, spesso al limite dell’assurdo, in cui vive da sessant’anni la CNI.

Barbara Rosi

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