Il Gazzettino – 180208 – I trattati internazionali non si toccano

I trattati internazionali non si possono tirare come l'elastico e, se occorre, sino al punto di spezzarlo. Sono patti tra Paesi sottoscritti nel pieno della loro sovranità e non sono collegati nella durata ai governi in quel momento al potere. Per quanto riguarda il "Trattato di Osimo", che prende il nome dalla cittadina marchigiana dove è stato firmato, non ci sono oggi margini dal punto di vista politico o da quello giuridico. Anche se dopo la fine della Iugoslavia da più parti è stato messo in discussione. Ma non si tratta di mandare una lettera di disdetta firmata da un avvocato. Nemmeno basta spedire l'ambasciatore di turno. Neppure esiste un tribunale internazionale per la revisione di questo genere di accordi. Una volta i trattati e i confini si abbattevano con i carri armati. Fortunatamente non è più quel tempo. O i due Paesi sono dello stesso parere per la revisione, o non se ne fa niente.
Il "Trattato di Osimo" non fu firmato all'indomani della seconda guerra mondiale, tra disperazione, illusioni, povertà, tra vincitori forti e sconfitti debolissimi. È stato firmato il 10 novembre 1975 dal ministro degli Esteri, allora il vicentino Mariano Rumor, e ratificato dal Parlamento due anni dopo. Sanciva la cessione della Zona B dell'ex territorio libero di Trieste, ovvero dell'Istria nordoccidentale alla Iugoslavia. Riconosceva lo stato di fatto venutosi a creare dopo la fine della guerra e codificato nel trattato di pace del 1947 con la prima divisione dell'Istria. Le questioni riguardanti la salvaguardia dell'identità delle popolazioni di lingua italiana in territorio iugoslavo venivano demandate all'applicazione dei protocolli d'intesa. A quel punto, però, riguardavano ormai una minoranza esigua, perché la maggioranza vera – qualcosa come 350 mila persone – era stata costretta all'esodo dal dopoguerra al 1955. Gli stessi protocolli valevano per le popolazioni di lingua e cultura slovena che vivevano e vivono in territorio italiano.

Osimo è stato avversato per il suo contenuto dalle popolazioni coinvolte, specie dagli esuli italiani che hanno sempre sostenuto di essere stati abbandonati dall'Italia e che in molti casi aspettano ancora un equo indennizzo o un'equa soluzione per i loro immobili spesso nazionalizzati da Tito. Al momento attuale la Croazia risarcisce o restituisce beni immobili nazionalizzati a cittadini croati, austriaci e israeliani, escludendo per ora quelli italiani. Ma sono in corso trattattive per superare questa esclusione. Così come esistono disposizioni del governo italiano che affrontano il problema dei risarcimenti e che in molti casi sono state anche applicate. Ma la situazione, come si vede, è mutata dai tempi di Osimo e non soltanto perché la Iugoslavia non esiste più e negli anni travagliati e insanguinati del dopo Tito si è divisa in molti stati. Non soltanto perché da allora l'Europa è profondamente mutata e fa fronte oggi anche all'ingresso degli stati che una volta facevano parte della Iugoslavia. E in questo passaggio il Trattato di Osimo resta quello che era. Almeno per ora.