Il Foglio – 110108 – Capuozzo: Storie di frontiera

Ci sono i narratori della pianura (il grande fiume, la provincia, e in questi giorni, Pianura tout court), quelli urbani (a me piace Paul Auster),

quelli di montagna(a me piace Mauro Corona) e quelli di frontiera. Dovessi iscrivermi a un genere, sarebbe quest’ultimo. Perché sono cresciuto in terre divise, terre dell’uno e di nessuno, e il confine – quando ancora in treno venivo portato a trovare mia nonna, e il limite con il Territorio Libero di Trieste stava alle foci del Timavo – è stato un segno decisivo del mio tempo.

Per questo ho sofferto più del ragionevole a vedere la scomparsa del confine

orientale raccontata sbrigativamente dalle cronache, spesso melense e intrise di ottimismo buonista, e rapidamente archiviata.

Per me è stata la fine di un mondo, e conta poco che le cerimonie fossero solo la legittimazione finale di qualcosa che era già avvenuto da molto tempo. A lungo, quel confine è stato per me una sfida a guardare dall’altra parte, piuttosto che un muro. E’ stato l’emozione del primo controllo sul primo passaporto, e l’odore della benzina mal raffinata, e delle brodaglie servite in ristoranti da cameriere svogliate con scarpe ortopediche. Ho consumato lì il mio primo pacchetto di sigarette, marca a buon mercato, Drina senza filtro. Ho temuto lo sguardo dei graniciari, le guardie

della graniza, il confine, come se potessero leggere dentro di me quel che sapevo delle foibe. Sono andato in vacanza su quegli scogli, ho cercato di girare pagina.

Mi sono laureato con una tesi sulle servitù militari, in un angolo d’Italia dove stavano concentrati due terzi delle Forze armate, a guardia della soglia di Gorizia, in paesi che adesso sono di caserme vuote (a cominciare dal paese in cui sono nato, Palmanova, una fortezza perfetta che non dovette mai difendersi da nessuno, mai messa alla prova).

Ho scritto il mio primo articolo da inviato dal Montenegro del terremoto, mi sono fatto fermare dalla polizia mentre mi aggiravo intorno alla clinica di Lubiana in cui il maresciallo giaceva ammalato, e mentre stavo in Salvador scrissi per un quotidiano locale la storia della sua vita, in punto di morte. Ho seguito dieci anni di guerre balcaniche, e ricordo bene il pomeriggio in cui incontrai l’operatore sloveno che le avrebbe attraversate con me, Igor. Per accattivarmelo gli dissi che avevo letto il libretto

di Ivan Cankar, un romanzetto populista su un servo della gleba. Mi chiese

di non ricordarglielo perché era stato obbligato a mandarne a memoria capitoli interi, a scuola. E insomma, adesso le sbarre sono state alzate, e rimosse. E naturalmente, per quanto la cosa mi piaccia, non riesco a cancellare uno stupore retroattivo – avrei mai potuto immaginare che sarebbe andata così? – e un certo fastidio per l’afflato buonista e immemore che ha circondato l’evento, come se alla fine avessero vinto solo la ragione, il buon senso, l’inevitabile sorte felice e progressiva della storia. Intanto ha vinto quello che stava da questa parte, la democrazia e il liberismo. Che sono sgusciati sotto le sbarre, e hanno contagiato l’altro. Ha vinto chi difese quel confine, quando non se ne poteva fare a meno, e fu un limite ultimo del mondo occidentale. E dunque la gioia di queste feste nel segare le sbarre, specie ai valichi minori, non è una gioia innocua. Lo ricorda non solo il corteo riluttante di qualche centinaio di esuli istriani e dalmati, a Trieste, nelle stesse ore delle feste,

ma anche le memorie che nessuno potrà cancellare: la morte di quel finanziere nel Tarvisiano, le fughe di tanti jugoslavi (a casa mia venivano, la domenica, i profughi sposini Skofic, che poi avranno vita felice in Australia), e le fughe controvento dei ricoverati del manicomio di Gorizia, il cui muro confinava con la Yugo, ed erano gli unici a sconfinare verso il mondo migliore, e perfino quella tragedia premonitrice, quando quattro clandestini africani morirono in Val Rosandra, trent’anni fa.

Poi tutto è diventato quasi normale, Casinò a Nova Gorica e jeans a Ponte Rosso,minatori transfrontalieri che passavano il confine sottoterra a Cave del Predil e 600 e Zastava che si incrociavano colme di piccoli traffici. Adesso è normale davvero,senza sbarre. Ma non fatene una storia di

no globalismo, anche perché tra i sogni del vicino, che è uscito alla luce del capitalismo con la forza – direbbe Boskov – accumulata di un cervo che esce di foresta, c’è il Corridoio 5, e cioè l’alta velocità. Per quel che mi riguarda, viva il mondo nuovo, e le sue sfide, e i ricordi restano tali, pezzi di archeologia come le stelle rosse sui monumenti partigiani del Carso triestino, le ultime stelle rosse d’Europa. Intanto, quando vado a trovare Igor, niente più dogana.

 

Toni Capuozzo