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Il 3 maggio 1945 nei ricordi di un esule (Voce del Popolo 28mag13)

Abbiamo presentato di recente i ricordi di due concittadine fiumane legati agli avvenimenti del 3 maggio 1945. Vediamo com’è rimasto nella memoria di un esule, Bruno Tardivelli, nato e vissuto a Fiume fino al 1949. Da giovane, nel capoluogo quarnerino – tra il 1940 e il 1948 – fece anche l’attore. Da allora ha sempre coltivato una grande passione per il teatro e per la scrittura. Una volta espatriato, ha fatto l’insegnante dapprima in Piemonte, poi in un paesino della Bergamasca e poi ancora alla periferia di Genova. Guadagnata la pensione, si è trasferito con la famiglia a Monfalcone.

Quali ricordi ha di quel periodo lontano?

“A quel tempo avevo 22 anni. Fiume, la notte del 3 maggio, era diventata ‘Res Nullius’, vale a dire ‘Cosa di nessuno’. Un’entità abbandonata. L’Armata jugoslava, la IX Divisione, che aveva incalzato i tedeschi con artiglieria e carri armati, entrò molto cautamente a Fiume in mattinata, da tutte le direzioni. I nuovi venuti presero il saldo possesso della città e non accettarono alcuna collaborazione dei militari italiani. Io, all’alba del 3 maggio, ero invece da tutta un’altra parte. Andai, infatti, come tanti altri, a saccheggiare un magazzino di viveri in Porto franco, rischiando la pelle. Ero costretto a farlo perché c’era una grave mancanza di cibo da diversi mesi. Assieme a tanti altri rubai una cassa contente un blocco di una sostanza piuttosto solida, compatta, giallina, appiccicosa, era avvolta in grossa carta cerata. Sembrava mangiabile. Una volta arrivati a casa la gustammo, prima con cautela poi in misura maggiore: era di sapore dolce. Era latte condensato solidificato, che facemmo durare per un sacco di tempo. Lo tagliavamo parsimoniosamente a pezzettini, li facevamo sciogliere nell’acqua bollente, lo allungavamo con la cicoria, tanto da ottenere un caffellatte dolce che ci ristorava più volte al giorno”.

Quali eventi del periodo le sono rimasti più impressi?

“Uno in particolare. In Piazza ex Regina Elena, un carro armato del tipo ‘Leopard’ era piazzato in mezzo al campo. Non lontano dal grattacielo vi era una grossa mina anticarro posata in terra. L’avevano recintata alla buona, con delle assi. Comparve un gruppo di partigiani, in mezzo a loro un tenente italiano disarmato, con sulla giacca le stellette, senza nemmeno il cinturone. Conoscevo quell’ufficiale, a Fiume lo avevo visto tante volte; era della IV Artiglieria. Il giovane ufficiale si accostò all’ordigno, lo osservò e fece cenno con le braccia ai militari che allontanarono i curiosi e si misero a debita distanza. Egli s’inginocchiò davanti alla mina munito di una pinza e una chiave inglese per disinnescarla; affrettai il passo, quasi scappando e da lontano udii un applauso e delle voci: la gente ringraziava così il tenente per avere reso inoffensivo l’ordigno. Quell’ufficiale italiano non lo incontrai mai più”.

Come reagì quando vide il primo partigiano a Fiume?

“Con un misto di speranza e di apprensione. I fiumani definivano l’Armata Rossa ‘una zaja de morti de fame, pegio de noi’. Mi ricordo che in tarda mattinata vedemmo transitare per la nostra città le prime truppe jugoslave ben armate, con le divise in disordine. Correva voce che i più scalcinati li facessero passare da Cosala per Valscurigne, senza attraversare il centro. A qualche finestra comparve anche una bandiera italiana con in mezzo la stella rossa, una cosa mai vista prima d’allora. La gente che faceva ala al passaggio dei soldati che marciavano fieri li osservava silenziosa; qualche applauso e qualche raro grido di ‘evviva’ non avevano alcun seguito, cadevano nel vuoto. Se i partigiani jugoslavi avessero atteso un’accoglienza calorosa dai fiumani, restarono delusi guardandosi attorno sbalorditi. Alzavano lo sguardo verso le case e sembrava che non avessero mai visto prima una simile città. L’arrivo dei nuovi venuti non fu per la maggior parte dei fiumani un evento festoso. Un mio amico, vicino ai nuovi dirigenti comunisti, mi aveva garantito che Fiume avrebbe goduto di un’autonomia nel rispetto della sua tradizione, in uno spirito di fratellanza; ‘staremo mejo che soto el Franz’ sapeva assicurarmi. Fu il primo referente del ‘Prop-Odjel’ e il primo di noi a fuggire dopo 6 mesi”.

Come si comportavano i partigiani con la popolazione?

“Erano corretti; certo che il sistema politico giocava una parte determinante. Le violenze subite lasciano traccia indelebile nell’animo umano e la rivalsa dei vincitori sui vinti è inevitabile e umanamente comprensibile. Nessuno nasce santo! In quel periodo, tra i fiumani destava un certo interesse il ‘kolo’, il ballo folcloristico nazionale dei popoli croato e serbo molto in voga tra i partigiani di allora. Per noi era qualcosa che mai avevamo visto né inteso prima d’allora nelle piazze di Fiume”.

Per molti quel periodo fu particolarmente traumatico, anche a causa di molte ingiustizie perpetuate a danno della popolazione locale. Qualche ricordo?

“Certamente: ammazzarono un mio caro amico perché sosteneva pubblicamente che bisognava opporsi alla leva, bandita pochi giorni dopo il 3 maggio, e invitava a non presentarsi alla chiamata. Se l’avessero seguito in molti non avrebbero potuto imprigionare tutti; era un idealista e come tale fece una triste fine. Gli incubi non erano finiti per noi fiumani-italiani. Per questo me ne sono andato, come tanti altri. Non avrei potuto rimanere a Fiume. La bellezza del luogo natio e il panorama non contano, se dove vivo mi sento un estraneo, un intruso, un non bene accetto”.

Gianfranco Miksa
“la Voce del Popolo” 28 maggio 2013

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