Ferruccio Giurini, in fuga da Zara remando

È deceduto nella sua casa di Viterbo, lunedì 14 febbraio, Ferruccio Giurini, esule da Zara che il 28 febbraio avrebbe compiuto 90 anni. L’annuncio è stato dato dai figli Walter e Carlo. La tumulazione della salma avverrà oggi, mercoledì 16 febbraio 2022, alle ore 15, nel cimitero di Bagnoregio, dove riposa anche la moglie Vilma Catarcione.

“Non era un uomo da compromessi, ha sempre affrontato la vita a testa alta, orgoglioso di essere italiano due volte: per nascita e per scelta. Infatti, gli chiesero di optare per la cittadinanza jugoslava ma lui rifiutò decisamente, perché era un vero Patriota e amava l’Italia.” Così lo ricordano gli amici del Comitato 10 Febbraio di Viterbo, il presidente Maurizio Federici e il giornalista e ricercatore storico Silvano Olmi.

L’ultimo incontro pubblico, Giurini lo ebbe nel marzo 2020, con gli alunni dell’Istituto Comprensivo “Ernesto Monaci” di Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo. Ai ragazzi raccontò la fuga dalla sua città natale ormai occupata dai comunisti jugoslavi.

“Gli anglo americani su indicazione degli slavi bombardarono a lungo la mia città – disse Giurini, interrotto spesso dagli applausi dei ragazzi – persi mia mamma, un fratello e una sorella. A Zara non c’erano le foibe, i comunisti titini gettavano in mare gli italiani dopo aver legato loro al collo o ai piedi dei massi. In questo clima di terrore e di morte, il 26 agosto 1949 decidemmo con altri quattro amici di fuggire via mare a bordo di una barchetta. Io ero il più giovane, avevo 17 anni, ma ero molto forte e praticavo il canottaggio.
Remavamo a turno, quattro vogavano e uno si riposava. Dopo due giorni in Adriatico, incrociammo una nave inglese diretta a Trieste. Il capitano, visto che scappavamo dalla Jugoslavia, non volendo fastidi, ci fornì di acqua potabile e ci abbandonò al nostro destino. Le condizioni meteorologiche peggiorarono – ricordò Giurini – e noi invece di raggiungere Ancona decidemmo di puntare la barca verso Fano, per avere il vento a favore. Eravamo stremati dalla fatica e con gli abiti stracciati. Giunti in prossimità della costa, fummo salvati da un peschereccio.
Le autorità italiane ci misero in carcere e ci interrogarono a lungo. Poi ci trasferirono nell’ex campo di prigionia “Le Fraschette” di Alatri, trasformato in un Centro Raccolta per i Profughi. Ero chiamato con il numero di matricola e non con il nome. Il mio numero era 4099. I miei compagni li liberarono subito: due andarono in Canada e due emigrarono in Australia. Io no perché ero minorenne e siccome avevo due sorelle in Italia, fui liberato dopo alcuni mesi perché un mio cognato garantì per me.
Sono stato alle dipendenze di una ditta di Roma che lavorava con l’INPS e l’ultimo incarico è stato a Viterbo, città che mi ha accolto e dove ho creato la mia famiglia. Quando mi chiesero se volevo rimanere italiano o optare per la cittadinanza jugoslava non ebbi esitazioni – concluse Ferruccio Giurini – ero italiano e decisi di rimanere italiano per tutta la vita.”

Comitato 10 Febbraio Viterbo

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