ANVGD_cover-post-no-img

Caro pahor, il Carso è di tutti (Il Piccolo 09 mag)

L’intervento di STELIO SPADARO

Sono le autorità municipali a doverlo tutelare, a cominciare da quelle slovene. Questo non è un territorio di proprietà esclusiva

 
Qualche giorno fa, il 1° maggio, il professor Boris Pahor ha sostenuto su Il Piccolo che il Carso andava salvato “al di là di tutti i confini”. Si riferiva alle proteste che da qualche tempo si sentono contro il rischio di cementificazione del Carso. Non è possibile non essere d’accordo con le sue preoccupazioni. Avrei però voluto sentire da parte sua parole più nette sui destinatari delle proteste. A me pare siano le autorità municipali, ad iniziare da quelle slovene. A loro spetta evitare il rischio che il Carso divenga una grande periferia tra Trieste e Lubiana. Il professor Pahor invece dice cose che spostano la prospettiva. Il Carso diviene “Il suo Carso”, un luogo che gli appartiene perché appartiene alla comunità etnica cui sente di appartenere: un luogo che sarebbe da salvare dagli italiani. Il problema è che il Carso è anche mio, come lo è anche di migliaia di italiani, sloveni, europei e, ne sono certo, marziani, se ci fossero anche loro. Talmente il Carso è bello.

Non è la prima volta-mi dispiace doverlo notare-che la penna del professor Pahor slitta su questo punto. Ad esempio nel suo libro “Qui è proibito parlare” afferma che nel 1918 fu sottratto agli sloveni, assieme alla possibilità di esprimersi nella propria lingua, anche quello che sarebbe il loro territorio etnico, e cioè la Carinzia e il Litorale con Trieste, Capodistria, Isola e Pirano. Ne segue che per il professor Pahor gli italiani della Venezia Giulia sono o abusivi o rinnegati o illegittimi (si vedano le terribili righe su Oberdan). Ma se è vero che agli sloveni fu negato dal fascismo un diritto fondamentale, è sbagliato ridurre un’area dove risiedono da sempre italiani e sloveni in un territorio etnico a proprietà esclusiva di uno. Mi dispiace, caro professor Pahor, ma qui vi sono le premesse di quanto il fascismo fece agli sloveni e il nazionalismo sloveno e croato fece a tanti istriani, fiumani e dalmati espulsi dai loro luoghi. Sono però convinto che la storia cammina. Il 13 luglio dello scorso anno i tre Presidenti solennemente hanno riconosciuto la dignità di tutte e tre le memorie. E riconoscere la dignità di tutte le memorie implica riconoscere anche il significato della presenza italiana in queste terre dell’Adriatico orientale.

La storia cammina anche a Trieste dunque, e anche grazie ai triestini. Per esempio, ha fatto bene il sindaco Dipiazza a invitarLa al Teatro Verdi a presentare i suoi scritti, sulla base dei principi e dei valori della nostra Repubblica. Ha fatto bene a dare voce a tutti i nostri concittadini. Perché, caro professor Pahor, Lei con la sua vicenda è testimone importante della nostra storia, di quella slovena e di quella italiana. È un testimone prezioso. Non capisco perché Lei debba perdere il suo tempo proponendo una visione che nasce oltre cento anni fa, e che il fascismo e il comunismo hanno congelato. Ma ce ne siamo liberati. Come dobbiamo liberarci dagli etnonazionalismi che ancora dividono. Il Carso è un patrimonio prezioso per ciascuno di noi, per la nostra sensibilità e identità. Chiediamo che le autorità preposte non guardino in faccia nessuno. Lo chiediamo in nome del nostro amore per il Carso e delle leggi europee, slovene ed italiane, non in nome dei diritti di una etnia.

(courtesy MLH)

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.