arcipelagoadriatico.it – 051207 – Loretta Goggi e Pola

L'artista parla della televisione (che non le piace) e del teatro

Chiamandola al telefono per questa intervista dico alla Goggi che il nostro pubblico la ricorda molto per la tanta televisione fatta e lei rincalza affermando che dovrebbe ricordarsi anche del marito che è nato a Pola, fu uno di quelli che andò via. Lo scriviamo le dico. (ndr Gianni Brezza, famoso storico primo ballerino della Rai, compagno d’arte e di vita della Goggi, regista dello spettacolo Se stasera sono qui, One Woman Show con protagonista proprio la Goggi)
“Assolutamente mio marito ci tiene tanto. Ha ancora le foto della nave con cui è partito quand’era piccolo. Hanno lasciato tutto. La sua mamma e il suo secondo papà che, lavorando se non sbaglio in Marina all’Ammiragliato gli avevano chiesto di andare a Taranto o a La Spezia, scelsero La Spezia, per cui lui si sente spezino d’adozione ma è nato a Pola. In moto siamo andati a vedere la strada dov’è nato, la chiesa vicina all’Arena dove c’era una madonnina, vicino alla quale si mettevano le offerte che lui, bambino birbante, andava a rubare e poi la mamma lo sgridava. Pola è un ricordo per Gianni molto forte”.

Mi piacerebbe che lei parlasse un po’ di sé, delle sue passioni, dell’amore per il teatro. Ho visto che ha dato questo taglio anche al suo spettacolo.

“Il teatro a dire il vero è stato una scoperta tardiva, nel senso dell’innamoramento, perché non è stato un colpo di fulmine. La prima volta che ho fatto teatro avevo sedici anni, ho fatto Moliere e Pirandello con Ave Ninchi, tra l’altro triestina, andavo a scuola, facevo il liceo. Mi sentivo un po’ sradicata nell’andare in giro con le valige, lasciando amici, scuola, casa e televisione, che invece è una cosa tutto sommato facile perché la puoi fare a casa tua senza fare le valige in continuazione. Per un teleromanzo ti sposti anche per tre mesi ma sempre nella stessa città. Anche quando sono venuta a Trieste nel ’96 con Dorelli, in quello spettacolo mio marito non c’entrava niente, era una cosa nata da Johnny e da Garinei, altro triestino. Per la prima volta lasciai mio marito a casa. Noi avevamo fatto sempre televisione e tutte le nostre esperienze assieme. Quella volta sono stati due anni bellissimi ma mi hanno costretto a stare lontana da lui per un sacco di tempo. Però ho capito  che cosa significa veramente essere un’artista, recitare, la gioia del pubblico, che è immediata, la sua trasmissione di apprezzamento o viceversa. E’ un’energia che ti viene subito dalla platea e quindi ti nutri di quello con cui nutri il pubblico, una specie di cannibalismo reciproco, tu mangi me e io mangio te. Mi è piaciuto tantissimo. Lì ho fatto l’attrice con quello spettacolo, quattro ruoli diversi, perché ormai da tanto tempo in televisione facevo solo la conduttrice. Naturalmente poi sono arrivati altri ruoli, “Hello Dolly”, “Stanno suonando la nostra canzone” con Proietti, è stato un innamorarmi di nuovo della mia professione. Era diventata una  forma virtuale di arte quella della televisione; ti dicono che ti hanno visto milioni di persone, ma non hai la misura di quanti ti abbiano apprezzato, col teatro questo avviene immediatamente ed è impagabile. Tutte le sere hai il tuo apprezzamento”.

C’è una coraggiosa ironia sulla televisione odierna nello spettacolo attuale.

“Io non sono troppo critica con questa televisione perché ho avuto modo e tempo di ragionarci. Quando ho capito che la televisione cambiava io sono scomparsa, le parlo dell’88-89 in tempi non sospetti ho preso le distanze, perché ho capito che si stava andando verso un’altra cosa: non era più quello di far arrivare il teatro, i grandi autori, i grandi interpreti in tv, e farli conoscere per chi non aveva i mezzi per raggiungere il teatro e andare a vederli di persona, adesso la tv è una sorta di radio, apri la luce ci sono tutti gli elettrodomestici accesi, anche la televisione. Quand’ero bambina si mangiava prima del telegiornale, poi ci si sedeva sul divano e sulle sedie e si guardava prima il tg e poi lo spettacolo che seguiva come se si fosse veramente al teatro o al cinema. Adesso i ragazzini mangiano e mandano messaggini con una velocità impressionante senza neanche guardare la tastiera, suona il telefono, sparecchia e apparecchia, vai al bagno, ci vuole una televisione di facile fruizione. A meno che non si tratti di informazione e allora gli orari sono diversi e le reti fanno capire subito che se ti interessa capire qualcosa della situazione del tuo paese o comunque di qualche altro problema serio ti devi sedere per forza e ascoltare. Questi milioni di ascoltatori sono pochi ma di migliore qualità”.

Loretta Goggi non ama quindi fare televisione facile.

“Che mi importa di stare lì a godere del peggio delle persone, non mi piace. Credo di essere sprecata. Io canto, ballo, recito, non mi interessa condurre queste cose. C’è bisogno di tutti però, non sono razzista in questo. C’è bisogno di chi illumina le scene e di chi illumina i flash dei fotografi, perché i giornali devono vendere e non lo fanno certo con me o con la Carrà, con Proietti o con Montesano, noi non abbiamo niente di interessante da raccontare di noi se non quello che facciamo in scena”.

Allora non resta niente altro che la strada del teatro o del cinema, anche se il teatro soffre un po’ in questi anni.

“Il teatro in questi anni ha battuto gli incassi del calcio e del cinema, vuol dire che il pubblico va a teatro. La vita e l’importanza del teatro però non sono sottolineate dai media, i media vi dedicano la pagina di circostanza con l’elenco dei teatri e dei cinema e due righe con il “vi consigliamo” in cui nominano quattro titoli. Invece al teatro si dovrebbe dedicare molto spazio come alla televisione. Quando è successa quella cosa di miss Italia (ndr la diatriba tra la Goggi e Mike Bongiorno sulla conduzione della trasmissione) per la prima volta nella mia carriera di 45 anni sono stata in prima pagina sui quotidiani. Io me ne vergogno perché avrei voluto esserci per altri motivi. E quindi tornando al discorso originario il teatro non ha visibilità. Lo stesso giornalista quando ti intervista ti chiede “qualche progetto televisivo?”, “perché quello che faccio non basta?”. Se non fai televisione per i media non esisti. E invece è l’esatto contrario. Chi fa televisione è perché non può fare altro, non ha una carriera che gli consenta di fare altro. I successi più grandi della mia vita sono mio marito e il fatto di aver fatto tanta televisione, al punto tale da poterne fare a meno, e vivere lo stesso artisticamente alla grande, se no sei una povera disgraziata che fa teatro perché in televisione non la chiamano. Questo è sbagliatissimo. E’ chi fa tv che non ha nient’altro da fare, poi vengono fuori quelli che si sentono perduti perché non sanno come andare avanti, che si arrabattano; in realtà non hanno coltivato la professione a tutto tondo,  hanno investito sulla facile popolarità-guadagno di visibilità che dà la tv. Ma come tutto la televisione non è eterna, a livello artistico ci sono le mode, tu puoi vivere alla grande per sette anni e dopo devi smettere perché sei passato di moda. Questo a teatro non esiste e sono felice perché fino a 90 anni potrò fare il teatro anche con il bastone!”

Ho visto tanto buon teatro con grandi vecchi in questi anni.

“Senza andare ai grandi nomi nel senso d’età, noi abbiamo grandi artisti: Melato, Maddalena Crippa, Rossella Falk, la Pozzi, Ottavia Piccolo, Popolizio, Dapporto. Proietti o fa il maresciallo Rocca o fa teatro, non c’è spazio in televisione per fare l’artista nel senso del varietà importante, e la stampa non sottolinea mai questo”.

Proietti fa un buon maresciallo Rocca però.

“Certo anche Dapporto fa un magnifico Distretto di Polizia. Lo si può fare una volta ogni tanto, ma non si può vivere di questo artisticamente. L’attore è attore dovunque tu lo metta, quando il momento televisivo passa se hai lavorato sodo tu hai un futuro”.

Nel futuro di Loretta Goggi c’è quindi ancora tanto teatro?

“Se Dio vuole sì, ma io sono prima di tutto una moglie e per continuare ad esserlo faccio teatro un anno sì e un anno no. In questo spettacolo mio marito mi segue, perché essendone il regista nei momenti di difficoltà deve intervenire per le piccole modifiche. E poi lo spettacolo ha un costo che non è ammortizzabile. Questi spettacoli non hanno più contributi dallo Stato e quindi andando in scena si rischia sempre del proprio. I due ragazzi di trent’anni che lo hanno prodotto sono due pazzi. Perché è complesso, ci sono dieci ballerini, otto musicisti. E’ come se si fosse stabilito che si debba fare solo spettacolo povero, con due, massimo quattro attori”.

E per concludere  farete una puntatina a Pola?

“Speriamo di riuscirci in questi prossimi giorni di permanenza a Trieste”.

 

Rossana Poletti su www.arcipelagoadriatico.it