arcipelagoadriatico.it – 040208 – Il nuovo libro di Raoul Pupo

Sta per uscire nelle librerie, l’ultimo libro del prof. Raoul Pupo intitolato “IL CONFINE SCOMPARSO”. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la prefazione al libro e ricordiamo che il prof. Pupo è impegnato anche nel dibattito sui contenuti del Giorno del Ricordo, avviato il 1.mo dicembre a Venezia e che continuerà nel 2008 in altre città italiane:
“La storia, qualche volta, si diverte. Quando, molti anni fa, alcuni studiosi della mia generazione – una mezza dozzina, ad essere generosi – hanno cominciato ad occuparsi delle vicende del confine orientale italiano, la cosa non interessava a nessuno. Storia locale, si diceva, come quella – poniamo – di Cavarzere o del Gennargentu. Tra la fine invece degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta del secolo passato, come oramai tutti i lettori sapranno, il venir meno della guerra fredda e l’inopinata scomparsa del comunismo, dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia hanno cambiato completamente la situazione. La politica ha drizzato le orecchie, i media hanno aperto le porte, gli editori le loro collane, e un buon numero di persone ha cominciato ad occuparsi a vario titolo della storia della frontiera orientale. Nel frattempo, il confine è scomparso.
Il 1° maggio 2004 la Slovenia è entrata a far parte dell’Unione Europea e il 21 dicembre 2007 anche dell’area Schengen. La mitica rete che divideva in due parti a Gorizia la piazza della stazione Transalpina è stata rimossa, sono spariti graniciari, doganieri e finanzieri e fra poco per espatriare basterà prendere un autobus urbano nel centro di Trieste e preoccuparsi solo del biglietto. Era ora, certamente. L’assurdo tracciato dovuto alla combinazione degli sforzi del generale Morgan nella primavera del 1945 e dei ministri degli Esteri della grandi potenze riuniti a Parigi nel 1946, aveva davvero fatto il suo tempo ed assistito a troppi drammi ed assurdità.
Il senso di liberazione generato dalla sua scomparsa è difficile da descrivere. Per chi vive lontano dalla frontiera può magari significare soltanto la comodità di non venir rispediti indietro al posto di blocco dopo sei ore di fila, se in agosto si decide di andare a prendere il fresco nelle grotte di Postumia e ci si dimentica la carta di identità. Per chi invece sulla frontiera ha avuto il privilegio di passarci la vita, lo svanire di quella barriera vuol dire poter passeggiare sulla riva del mare o dell’Isonzo e, quando si alza lo sguardo, non «sentire» più (vederla, è il meno) quella maledetta linea che circondava e opprimeva, facendo scattare anche nei più pacifici e ragionevoli fra gli italiani l’atavico complesso dell’assedio.
E tuttavia, la scomparsa di quel filo invisibile teso fra i cippi bianchi di confine lascia in più d’uno un vago disagio, che sarebbe assolutamente fuor di luogo chiamare nostalgia. Sarà forse l’inaridirsi del patrimonio di aneddoti, talvolta tristi ma spesso burleschi, legato alle storie di frontiera, sul quale ogni giuliano poteva fare sicuro affidamento. O, più concretamente, la necessità di ristrutturare l’esistenza di comunità che della frontiera avevano finito per fare una risorsa, e qualche volta anche un alibi per le proprie pigrizie. Magari, semplicemente, è solo la percezione che una storia è proprio finita, che il passato ha guadagnato un altro po’ di spazio.
Insomma, è tempo di ricapitolazioni. Con questo spirito, ho pensato di raccogliere – fondendo e sistemando, anche alla luce di nuove fonti – alcuni degli interventi scritti negli ultimi anni, che sono stati davvero un po’ vorticosi, sotto il profilo degli studi e della comunicazione, ma assai ricchi di stimoli e confronti. Nell’insieme, credo che questi saggi propongano una serie di riflessioni abbastanza coerenti.
Si parte da alcune considerazioni generali su quel che ha significato la frontiera orientale nella storia dell’Italia unita, con l’intento non certo di ripercorrere in poche pagine le vicende di centocinquant’anni, ma di discutere piuttosto le principali categorie interpretative cui storici e geografi hanno fatto ricorso per cercar di sbrogliare – non sempre riuscendovi – i problemi di quella fascia stretta ma densissima di interrogativi e conflitti.
Stabilita la cornice di riferimento, si passa ad una delle questioni su cui meno si è riverberata la luce dell’interesse politico, accademico e mediatico accesasi nel corso dell’ultimo decennio, e cioè quella delle occupazioni italiane nella ex Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale. Quella che propongo ai lettori non è una ricostruzione complessiva, per giungere alla quale c’è ancora da lavorare, ma un sondaggio comparativo su due realtà specifiche e più direttamente connesse alle problematiche del confine orientale, e cioè la provincia di Lubiana e la Dalmazia, entrambe annesse nel 1941.
Dai temi nascosti, a quelli sovraesposti. Questo è il passaggio al capitolo terzo, dove ho deciso di affrontare di petto uno dei discorsi più complessi e più ricchi di equivoci fra quelli riguardanti gli anni peggiori del Novecento giuliano: vale a dire, il rapporto esistente tra la politica fascista di snazionalizzazione delle minoranze slovena e croata, l’ondata di violenze correntemente chiamata «foibe» e l’esodo dei giuliano-dalmati. Non pretendo ovviamente che la mia risposta sia quella «giusta», ma spero di aver contribuito a portare qualche elemento di chiarezza all’interno di un dibattito che ha risentito pesantemente dell’uso pubblico della storia.
Il quarto capitolo stringe il campo, ma allunga il tempo. L’oggetto dello studio è Trieste, che offre ancora ampi terreni poco esplorati su cui avventurarsi, specialmente se l’attenzione si sposta sugli anni seguenti al 1945. Questo è quanto stanno facendo alcuni progetti di ricerca transfrontalieri, ed in quest’ambito si colloca anche il mio intervento, che parte da un problema assai specifico – quello della formazione della classe dirigente amministrativa nel periodo del Governo militare alleato – per cercar di mettere a fuoco alcuni nodi centrali della politica e dell’economia di quel tempo. Il lettore noterà subito che la storia sociale rimane assai sullo sfondo: e ciò non perché sia meno importante, ma semplicemente perché io non me ne sono mai occupato. Per fortuna, c’è chi lo sta facendo assai meglio di me.
Infine, ho pensato di porre come completamento del discorso condotto lungo l’intero libro, la versione italiana di un saggio comparso in un volume collettaneo dedicato ad un nodo assai intrigante: vale a dire, al ruolo di «esperti autorevoli» che gli storici sono stati chiamati a svolgere in numerose realtà europee in cui dopo il 1989 si è aperto un dibattito sui «conti con il passato», sia all’interno delle storie nazionali che nel confronto tra storiografie di Paesi diversi. I problemi sollevati da tale funzione sono decisamente numerosi: la «responsabilità» degli storici nei confronti del presente, che può entrare in tensione con l’assoluta liberta di ricerca; il giudizio sui processi di «riconciliazione» all’interno degli Stati e fra Stati divisi da pesanti eredità storiche; il concetto di «memoria condivisa» che in genere agli storici – compreso chi si scrive – sembra leggermente aberrante; l’uso pubblico della storia, pencolante fra gli opposti poli dell’utilizzo controversistico da parte di avversari che nel passato cercano armi per tenere vivi i loro conflitti, e della tentazione di «storie ufficiali» pacificanti. Insomma, un bel guaio. A cotanto dibattito, ho partecipato con un saggio dedicato all’esperienza della Commissione storico-culturale italo-slovena che, comunque se ne giudichino i risultati, ha costituito un momento di svolta nei rapporti fra la storiografie italiana e slovena e consente oggi di discutere in maniera diversa del modo di fare storia in un’area di frontiera.
Questo è il libro. Come il lettore vedrà, ricapitolazioni non vuol dire conclusioni. Certamente, di alcuni argomenti – lascio a chi legge di indovinare quali – non avrei molta intenzione di occuparmi più, perché credo di aver detto e scritto tutto quello che avevo in mente. In questo senso, le pagine che seguono spero rappresentino un congedo. Altri temi invece si presentano ancora come cantieri aperti, e che per giunta consentono di allargare lo sguardo a diverse situazioni europee: in tali casi quindi, le riflessioni che qui ho messo sulla carta costituiscono una tappa intermedia, e ne parleremo ancora.
Non mi resta quindi che ringraziare tutti coloro – e sono numerosissimi, in varie parti d’Italia – che negli ultimi anni mi hanno sollecitato a pensare e discutere su tutti i possibili temi legati alla frontiera orientale italiana. A loro dedico questo libro assieme all’augurio che la loro storia, rispetto a quella giuliana del Novecento, sia decisamente meno interessante”.

Raoul Pupo