24 maggio 1915, la Quarta guerra d’Indipendenza per le terre irredente

Soldati! A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.

Così si rivolgeva nel suo primo proclama alle truppe Vittorio Emanuele III di Savoia in qualità di Comandante supremo delle forze di terra e di mare del Regno d’Italia il 24 maggio 1915. Dopo i mesi di neutralità, le trattative mediate dalla Germania con l’Austria-Ungheria per ottenere compensazioni territoriali, la firma del Patto di Londra con le potenze della Triplice Intesa e la denuncia della Triplice Alleanza, l’Italia era in guerra.

A questo intenso lavorio diplomatico segreto si era sovrapposta l’azione propagandistica degli interventisti, da Gabriele d’Annunzio ai sindacalisti rivoluzionari, passando per i nazionalisti e gli irredentisti. Tra costoro vi erano anche italiani fuggiti dalle terre irredente ancora sotto il dominio austro-ungarico per non essere arruolati nell’imperial-regio esercito, sceso in campo già nell’estate 1914, auspicando invece il momento in cui avrebbero potuto combattere nel Regio Esercito italiano come volontari.

Il riferimento alla prosecuzione dell’opera risorgimentale giunse particolarmente gradito a questi volontari irredenti ed ai connazionali rimasti sudditi degli Asburgo, in una situazione in cui l’identità italiana era continuamente messa a repentaglio dalle politiche di Vienna che avevano inoltre fomentato la contrapposizione con il nazionalismo sloveno e croato nella Venezia Giulia, a Fiume ed in Dalmazia. Chiusura di scuole pubbliche con lingua d’insegnamento italiana, estensione del diritto di voto in modo da erodere le prerogative della classe dirigente italiana, concessioni linguistiche ed agevolazioni per le comunità slave nei territori misti come erano tipicamente l’Istria e le periferie triestine, un’opera di snazionalizzazione ormai quasi portata a compimento in Dalmazia e la fine dell’idillio magiaro a Fiume: la comunità italiana dell’Adriatico orientale visse veramente l’entrata dell’Italia in quella che i contemporanei chiamarono la Grande Guerra come un primo passo verso una liberazione.

A partire dall’editto del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866 inerente “Misure contro l’elemento italiano in alcuni territori della Corona” la situazione degli italiani che dopo tre Guerre d’Indipendenza erano ancora sudditi dell’Impero asburgico si era andata deteriorando. Senza dimenticare che la prosperità del porto di Trieste non si rifletteva sulla società locale, come dimostrarono gli scioperi dei fuochisti del Lloyd Austriaco repressi nel sangue nel 1902 e l’arretratezza delle campagne istriane.

L’Austria felix era presente nelle operette e nella devozione a casa Asburgo dei cosiddetti “austriacanti”, non nella quotidianità dei sudditi di Francesco Giuseppe.

Lorenzo Salimbeni

 

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