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2013, l’anno di Padre Flaminio Rocchi (2) – 14mar13

Continuiamo in questa seconda occasione il percorso di avvicinamento al decennale della morte e al centenario della nascita di Padre Flaminio Rocchi, l’Apostolo degli Esuli giuliano.dalmati. Dalle pagine del libro biografico pubblicato nel 2007 dalla ANVGD, alcuni brani e aneddoti della sua infanzia e del periodo della guerra, durante la quale fu cappellano militare.

 

Dopo il testo trovate il link alla prima puntata, dedicata alla sua biografia.

 

 

Per quanto possa sembrare strano a chi lo ha conosciuto, da giovincello il piccolo Antonio era molto vivace. Ricordiamo però che stiamo parlando degli anni ’20 in un paesino di una piccola isola, per cui bastava un ragazzino più esuberante degli altri per far gridare allo scandalo…

«Quanti scherzi ci facevamo noi ragazzi, quando l’estate andavo a Lussino. Persino ad un amico molto miope nascondemmo gli occhiali; eravamo in barca ed egli, non vedendo bene, cadde in acqua. Non se la prese affatto e continuammo a navigare…»

Giovanna Stuparich Criscione

«Erano tutte persone dedite al lavoro dei campi, al bestiame; la nonna faceva il buon formaggio, così abbondava di merende per i sette figli. Di questi, Antonio (in religione Flaminio), ragazzino buono, correva al mattino a servire la S. Messa nella chiesa del Convento dei frati. A 10 anni partì per il Veneto a studiare dai francescani. Passarono gli anni e tornò al paesello. Tutti in festa lo attendevano: era diventato sacerdote francescano! Celebrò la sua prima S. Messa con canti e gioia. Commosse tutti con la sua voce e la parola penetrante e festante: commosse tanto che a molti scendevano le lacrime… Fu mandato a Roma. Non poté fare qualche giorno nel suo paese, perché la Jugoslavia stava occupando le terre. […] Padre Rocchi e il Rev.mo Parroco don Mario erano malvisti dagli jugoslavi. Io fui portata in carcere perché non deponevo ciò che volevano io dicessi di accusa a questi sacerdoti. Il buon Dio ci salvò…»

Anna Bracco

A tanti anni di distanza, le testimonianze non sono tutte univoche. Da Pola ho raccolto queste breve e curioso racconto, che invito a prendere col beneficio d’inventario, anche perché si sa che nei paesi i passaggi di voce amplificano spesso i fatti…

«Mi sono ricordato di ciò che molti armi fa una signora, nativa di Neresine, spesso mi raccontava.Io esercitavo la professione di medico di base e lei era allora mia paziente. Quando veniva nel mio ambulatorio volentieri parlava del suo passato, della sua isola. Avendo trascorso ambedue la stessa gioventù nello stesso anteguerra, ci scambiavamo, usando lo stesso idioma, i ricordi delle comuni esperienze vissute in quei tempi lontani.

Dato che lei era nata a Neresine mi interessava conoscere, da fonte sicura, com’era la vita in quella cittadina, chi erano i suoi abitanti, quale parlata era dominante. Così parlando del più e del meno venne a raccontarmi pure di un suo coetaneo, di un certo Rocchi che le era rimasto impresso nella mente per il fatto che ancora oggi, come diceva lei, non poteva raccapezzarsi come quel discolo avesse potuto diventare un così valido sacerdote.

Lo ricordava con simpatia anche se nel contempo lo giudicava il più irrequieto di tutti i ragazzi della sua età. Marinava spesso e volentieri la scuola. Nessun maestro riusciva a disciplinarlo. Scorrazzava per i campi rubacchiando frutti e recando danno alle magre colture che gli isolani riuscivano a far crescere sui loro magri fazzoletti di terra rossa sempre recintati con bassi muretti a secco. Lasciava aperti tutti i varchi che superava nel suo vagabondare. Uguale sorte riservava ai cancelli dei recinti dove erano rinchiuse le pecore lasciandole così libere di brucare nelle altrui proprietà. Liberava le galline dai pollai, rincorreva i gatti per le calli. Pure in mare commetteva sempre qualche guaio. Era una vera “peste”, come si usava dire da noi. I suoi genitori erano “persone di riguardo”, erano padroni di barca, stimati e ben visti da tutti, lui invece era la pecora nera della famiglia. Per quanto impegno ci mettessero i suoi nel voler frenare la sua indole irrequieta, non riuscivano mai ad ammansirlo.

Per risolvere il problema, così almeno racconta l’anziana signora, i suoi genitori decisero di inviarlo in seminario. Costì termino gli studi. Sembra però che anche dopo aver indossato l’abito talare, in lui continuò a persistere l’innata intraprendenza d’animo, L’amore per un’indipendenza intellettuale ancorata fortemente alla terra che lo vide nascere.»

dr. Antonio Mirkovich – Pola

L’attività di cappellano militare durante la guerra non era certo un incarico facile. Si trovò in Corsica in una situazione a dir poco drammatica. In questi suoi appunti (inediti) del 1944 registra puntualmente tutti gli accadimenti, pur non essendo di sua specifica competenza. E guardacaso viene proprio a contatto con alcune compagnie alloglotte slovene, cioè di civili militarizzati per svolgere compiti di supporto al comando americano in Europa.

«Le compagnie hanno assunto un atteggiamento nettamente anti-italiano. La lingua ufficiale è quella slovena. In sloveno viene redatto un bollettino giornaliero ed una piccola rivista mensile. Alle compagnie sono state distribuite bandiere jugoslave che vengono esposte in occasione di festeggiamenti e di funerali. Il sostenitore di questo atteggiamento è il sottotenente farmacista Giovanni Ambrosic, di Postumia, proveniente dall’Ospedale Militare di Bonorva.

Il Comando italiano attualmente è costituito da due ufficiali, un graduato ed alcuni soldati. Le attribuzioni del Comando italiano si limitano a firmare passivamente i buoni per il prelevamento dei viveri e del vestiario; gli è proibita ogni ingerenza nelle compagnie. Alcuni alloglotti originari di Trieste e di Pola hanno chiesto di rientrare nell’Esercito Italiano, ma il Comando americano non sembra voler aderire a tali richieste.

I militari colpevoli di mancanze rilevanti vengono avviati in Sardegna. Gli ammalati vengono ospitati negli ospedali americani. Una settantina di incurabili sono stati avviati a Napoli, altri in Sardegna, altri a Livorno. I deceduti ammontano a trentacinque: 2 per malattia, 2 per suicidio, 31 per incidenti vari. Nove salme sono state inumate nel cimitero alloglotto di Ajaccio e 26 in quello di Bastia. Di tutti i deceduti è stata data regolare comunicazione al Ministero della Guerra.

Il Comando americano ha dato ad una trentina di elementi, tolti dai militari di truppa, il grado di tenente provvisorio. Questi ufficiali portano come distintivo del grado una ‘S’ su fondo rosso, sulle spalline e sulla bustina. Le promozioni e le rimozioni sono frequentissime, specialmente per i sottufficiali e i graduati. Sono state istituite tre compagnie di guardie armate che prestano servizio ai porti e ai magazzini. Si crede inutile seguire i vari spostamenti, in quanto le compagnie subiscono variazioni continue.

Le compagnie sono adibite ai lavori dei porti, dei campi d’aviazione, dei depositi e dei servizi dei Comandi. Attualmente tutte le compagnie sono dislocate nella zona di Bastia, in attesa di partenza. Cinque sono state già trasferite sul continente francese, ed in data 18 c.m. altre due erano in approntamento. Il Comando generale americano delle compagnie risiede a Bastia ed è costituito da una decina di ufficiali superiori e subalterni. Le compagnie sono divise in tre gruppi, comandati ciascuno da un ufficiale superiore. Al comando di ogni compagnia sta un ufficiale americano e 4 o 5 militari pure americani. L’ufficiale alloglotto sorveglia l’esecuzione degli ordini dati dal Comando americano.»

Nel 1946 Padre Flaminio scrive una relazione sulla sua attività di cappellano all’Ordinario Militare in Italia. I suoi preziosi appunti sono serviti per riportare con grande precisione le situazioni che si è trovato ad affrontare, facendo però trasparire l’umanità con cui affronta la difficilissima esperienza, compreso il rifiuto a fare da agente segreto per gli americani, evidentemente convinti che una tonaca potesse creare un buon ritorno strategico.

«Roma, 3 gennaio 1946

All’Ordinario Militare

Oggetto: Relazione riassuntiva dal marzo 1944 al dicembre 1945

Il giorno 16 marzo 1944, per ordine del Comando Alleato del Mediterraneo, trasmessomi tramite il 13. Corpo d’Armata della Sardegna, lascio l’83Ospedale D.C. e per via aerea arrivo ad Ajaccio, dove vengo introdotto presso la Scuola del Servizio Segreto Americano.

Rifiuto l’incarico di agente segreto perché lo giudico incompatibile col Sacerdozio.

Vengo trasferito all’Isola di Gorgona con un Commando americano. Qui esplico la mia attività anche in favore di un centinaio di civili e di una cinquantina di delinquenti comuni, internati in quel penitenziario. Amministro un battesimo e benedico un matrimonio di civili. Dopo uno sbarco sull’isola, operato con successo da un gruppo di tedeschi ed italiani, ricevo l’ordine di lasciare l’isola con i resti dei Commandos. Vengo in seguito assegnato quale Cappellano di circa 5000 alloglotti, suddivisi in 27 compagnie e distribuiti in tutta la Corsica a servizio di reparti americani. Dal Dirigente il Servizio Spirituale della Corsica, Maggiore De Brau, Pastore Protestante, ottengo le massime agevolazioni per la mia attività: mezzi di trasporto, accesso alle mense ed alloggi americani, piena libertà per i soldati per adempiere i loro doveri religiosi. Costruisco due piccoli cimiteri: uno a Bastia ed uno ad Ajaccio, come risulta da un’ampia relazione richiestami dal Ministero della Guerra. Ottengo l’esenzione dal lavoro ad una trentina di soldati e formo una Schola Cantorum che si fa apprezzare in molti centri dell’isola. L’assistenza Religiosa e Morale trova ottima accoglienza, tanto presso i reparti, quanto negli Ospedali. Gli alloglotti si professano quasi tutti comunisti-cattolici…

Le manifestazioni esterne e collettive svolte nelle varie città e paesi, riescono molto bene, ma la pratica dei Sacramenti e della vita morale va diminuendo sensibilmente.

Nel frattempo mi prendo cura del Cimitero Italiano di Bastia, nel quale trasporto alcune Salme trovate nei vecchi campi di lotta. M’interesso e procuro vestiario ed alimenti per i prigionieri repubblicani, fatti dai francesi nell’isola d’Elba. Nei limiti del possibile cerco di assistere materialmente e moralmente i Corsi filo-italiani, perseguitati ed espulsi dalle autorità francesi.

Il 18 aprile 1945 lascio la Corsica. Il 12 maggio vengo assegnato al Reggimento Addestramento Genio di Bracciano, che conta circa 2000 militari, fra i quali un centinaio di Ufficiali. Assumo anche il servizio presso la S.I.V.A. di Manziana. Qui il Servizio Spirituale prende un tono normale: due Messe la domenica, visita settimanale agli ammalati del Reggimento presso l’Ospedale di Cesano ed i vari Ospedali Militari di Roma, Messa quotidiana nella Cappella in Caserma con due o tre comunioni giornaliere, assistenza morale presso la truppa durante la giornata.

Trovo appoggi e comprensioni da parte dei Comandi. Gli ufficiali specialmente, quantunque molto depressi per ragioni economiche e di sistemazione, dimostrano particolare interesse per l’attività del Cappellano. Il morale della truppa è pessimo e va leggermente migliorando col congedo delle classi più anziane. La moralità è bassa, accentuata l’indisciplina, diffusissimi il furto e la diserzione. La frequenza della Messa è assidua, quasi totale, ma forse poco convinta. Si può credere però ad un continuo e generale miglioramento.»

 

Fine della seconda puntata

 

Leggi la prima puntata: la biografia sintetica

 

 

 

Il neo-sacerdote Padre Flaminio, festeggiato in occasione della prima Messa a Neresine

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