ANVGD_cover-post-no-img

18 lug – Fertilia ”riserva indiana” dei giuliano-dalmati

Lettera di Marco Coslovich pubblicata da Il Piccolo del 18 luglio 2009

«Qui nel 1947 la Sardegna accolse fraterna gli esuli dell’Istria di Fiume e della Dalmazia»: suona sarcastica l’iscrizione riportata sulla colonna del leone di S. Marco che campeggia sul lungomare di Fertilia. La ex colonia fascista del 1939 è ancor oggi una «riserva indiana» per i pochi sopravvissuti istro-dalmati che hanno dovuto abbandonare le «terre redente» nel lontano dopoguerra. Il rapporto tra il microcosmo istro-dalmato e la vicina Alghero non sembra essere dei più idilliaci. La minoranza catalana di Alghero, di lunga e consolidata tradizione, gode di un prestigio e di un fascino che l’enclave istriana se lo sogna.

Ho incontrato, chiusa nel suo ristorante pasticceria di via Pola, la signora Edda Sbisà. Arrivata a Fertilia nel lontano 1947, sembra essere sbarcata in Sardegna il giorno prima. Ricorda la sua Orsera in Istria come fosse ieri e lungo le pareti della sala da pranzo non trovi che foto e carte geografiche dell’Istria e della Dalmazia. Afferma che nessuno li ha mai veramente accettati in Sardegna, né lo stato li ha mai veramente aiutati. Sua figlia, nata a Fertilia, parla ancora il dialetto istro-veneto e lamenta che suo figlio, scendendo dal pullman, dopo una gita scolastica, è stato apostrofato da un insegnante come «un zingano». Luciano, zaratino, mi dice che non ha mai più messo piede in Dalmazia dopo la fuga, ma fino a pochi anni fa alcuni di loro organizzavano dei brevi tour di tre, quattro giorni, per rivedere i lontani paesi di origine.

Un mix di nostalgia, di orgoglio, di vittimismo, pervade le anime di questi miei fratelli lontani. Io che sono istriano, che parlo la loro «lingua», che ho abbandonato l’Istria nel 1955, stento a riconoscermi nel loro livore. Nello stesso tempo li capisco e li compatisco. Penso che sia doloroso vedere ogni sera calare il sole sul mare e pensare che quel tramonto tocca la sponda adriatica alle loro spalle, troppo lontana per essere raggiunta anche solo con il pensiero.

Penso che questo dolore risentito, andrebbe elaborato, come si fa per un lutto; penso che non è bastato dare le case e il lavoro ai nostri antichi profughi, ma che bisognerebbe offrir loro un’occasione culturale, uno spazio pubblico per manifestare ciò che sentono. Per troppo tempo sono stati vittime della retorica, citati in ogni discorso ufficiale, spesso preda del patriottismo reboante della destra.

Ripercorrendo le vie geometriche della ex colonia fascista, tra via Fiume, Pola, Cherso, Parenzo, Rovigno, Istria…, mi sono sentito a casa, ma come in un sogno un po’ angosciante ho rivisto i campi profughi di un tempo sparsi per tutta l’Italia. Ho rivisto mio padre che a quarant’anni ha ricominciato da zero, lavorando come «un negro», ingegnandosi a fare l’orologiaio, l’elettricista, il carpentiere in ferro ecc. Ho pensato alla fierezza e alla laboriosità della mia gente, così simile a quella sarda. Ho pensato che dei tre sono stato l’unico figlio che ha studiato grazie all’Italia che ci ha accolto. Ma tutto questo ancora non basta perché bisogna incominciare a riparlane, «fraternamente», come sta scritto sulla colonna del leone di San Marco di Fertilia.

Marco Coslovich

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.