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08 mar – La storia nella versione dei ”vincitori”

Vae Victis! Si legga l’intervista del Ministro degli Esteri Sloveno, Samuel Žbogar, apparsa sulla Voce del Popolo del 4 marzo c.a. . Il quotidiano è destinato alla minoranza italiana di Slovenia e Croazia. Ai “resti” della popolazione italiana sopravvissuta a decenni di oppressione, compressioni e cancellazioni, viene “spiegata” la storia nella versione dei “vincitori”, l’interpretazione che essi ancora oggi intendono imporre. Il tono del ministro è disinvolto e costruttivo, ma l’interpretazione continua rigidamente su alcuni capisaldi tradizionali e immutabili: passa il regime di Tito, passa il periodo nazionalistico, si affermano in Slovenia finalmente i principi democratici, ma i capisaldi interpretativi restano sempre gli stessi. Alla domanda del giornalista: dopo le dichiarazioni del Presidente Giorgio Napolitano sul riconoscimento "delle sofferenze del popolo sloveno durante il fascismo", il giornalista chiede “possiamo aspettarci che prossimamente ci sia una presa di posizione netta e forte della politica slovena su quanto accaduto nell’immediato dopoguerra: sulle foibe e sull’esodo?” Il Ministro risponde “è chiaro che il dolore è aperto da ambo le parti del confine. Non vorrei comunque, fare un paragone tra la sofferenza sotto il fascismo – che è durato alcuni decenni – e i fatti avvenuti dopo la seconda guerra mondiale”…

Il Ministro parla delle foibe, ma neanche una parola sull’esodo della zona “B”, sulle politiche di repressione, del regime di Tito, che costrinsero all’esodo. L’esodo non viene neppure nominato. Eppure ora non si può dire che non si sa: gli storici hanno studiato ed hanno scritto, la coscienza europea attenta a tutti i diritti negati ci aiuta tutti. La mancata riflessione sull’esodo segnala l'imbarazzo del Ministro e di una parte larga della cultura slovena ( come, del resto, di quella croata). Come spiegano quelle centinaia di persone in fuga? Come si collocano rispetto alle sofferenze di quelle popolazioni? Eppure è facile apprendere che Isola, Pirano e Capodistria si svuotarono drammaticamente nel decennio che porta al 1955, e dopo. Si svuotò quel pezzo d’Istria che viene dalla cultura e dalla politica della Slovenia, chiamato Litorale sloveno. Non ne faccio una questione terminologica, guardo alla sostanza. Isola era interamente abitata da cittadini di lingua veneto-italiana, una cittadina immersa nell’Adriatico, con l’odore del mare dappertutto, con il fumo delle sardelle sulla carbonella, con i rimbalzi di voci da una parte all’altra dei vicoli. E così a Pirano e a Capodistria.

La metafisica della politica e lo sguardo cieco dell’ideologia possono chiamare tutto questo Litorale sloveno, ma non cambia una realtà che io ho conosciuto bene a casa dei miei zii e di mia nonna costretta a novant’anni a venire via. Di questo mondo istriano-veneto, intimamente legato alla cultura e al senso comune e alla lingua delle altre regioni d’Italia, erano espressione i quadri di cui il Ministro chiede ancora una volta la restituzione. Quei quadri erano i segni, nelle chiese, di quelle identità e di quelle devozioni e non opere d’arte “portate via dal Litorale sloveno”, come dice il Ministro Žbogar . Ora, nel 2009, e nell’Europa che significa principi e valori, possiamo tutti, italiani, sloveni e croati guardare con serenità e compassione a vicende di tempi di ferro, alle sofferenze prodotte dalle ragioni – e dai torti – di ciascuno. Sono maturi i tempi per operare tentativi seri di conciliazione e per alimentare un clima di tolleranza che ci aiuti a vedere tutti i diritti negati, tutte le pagine di una storia che non è stata assolutamente facile per le generazioni passate, e per capire memorie da rispettare.

Stelio Spadaro su La Voce del Popolo del 7 marzo

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