Verità e lacrime si mescolano nel “Magazzino 18” di Cristicchi

Esistono messe in scena che in un dato momento ed in uno specifico luogo assumono un significato particolare. ‘Magazzino 18’ è uno di questi.

 Lo spettacolo è nato dopo una visita che Simone Cristicchi fece all’omonimo spazio all’interno del Porto Vecchio di Trieste che conservava le testimonianze di una quotidianità rapita agli esuli italiani, strappati dalla loro casa, da una vita spesso umile e sempre di grande fatica, costretti ad una diaspora su cui si taceva vergognosamente, sicuramente dolorosa e violenta, anche se meno allucinante del destino degli infoibati, lasciati rantolare nel fondo di una buca carsica, condannati per la colpa grave di esistere, spesso avvolti nel filo spinato ruggine ed aguzzo e, quel che forse è peggio, seppelliti da un velo di ignobile silenzio delle istituzioni e degli intellettuali che per decenni seppero girarsi dall’altra parte con una indifferenza che ha dilaniato la nostra fiducia nella volontà di verità.

Il debutto, all’apertura della stagione 2013-14, fu preceduto da polemiche, contestazioni, dichiarazioni stampa e prese di posizione. Nessuno aveva ancora visto nulla, ma tutti avevano da ridire.

A fine spettacolo il pubblico, tutto concorde, esplose in una autentica ovazione, un grido liberatorio che pareva celebrare, oltre alla bravura dell’interprete, il coraggio di riprendersi la propria storia, senza schieramenti partitici, ma con la consapevolezza del valore politico della Cultura.

Da quella volta sono passati dieci anni e Cristicchi ripropone lo spettacolo oggi, sempre con la regia poetica di Antonio Calenda, proprio nei Giorni della Memoria .

Lo fa incurante della contemporaneità del Festival di Sanremo, che ha fatto riprogrammare spettacoli e programmi , vincendo con una serie di sold out clamorosi.

Lo fa a Trieste, città che ancora sanguina per un passato di cui profondamente si vergogna e che ha subito impotente: la Risiera, le Foibe, le azioni di vendetta dei nazisti sul Carso che riuscirono a distillare il male in azioni di violenza inimmaginabile, ma anche il periodo della Città libera, che la faceva zona protetta ma separata da quell’Italia  per la quale tanto aveva patito dolori.

Lo fa con una serie di spettacoli studiati solamente per la città , coinvolgendo l’Orchestra della Fondazione Lirica Giuseppe Verdi, che risponde con inedita ed apprezzata sensibilità alla proposta: i teatri della città uniti, ad evocare le sensazioni di un passato che deve essere conosciuto per non correre il rischio che si ripresenti, improvviso e mascherato, alle  porte di qualche casa, da qualche parte nel mondo.

Parlare di incontro, di dialogo fra le istituzioni, di coraggio della condivisione in una città che nell’ultimo secolo è stata austrica, ha subito le forti ingerenze naziste, ha avuto un  governo americano, è finalmente ritornata italiana, ma ha temuto anche di diventare iugoslava, è un messaggio importante, coraggioso, che non  vogliamo leggere come una risposta al passato, ma un proposito per il futuro.

Lo spettacolo  è molto intenso. Due ore serrate, senza una pausa, con  un fortissimo  coinvolgimento emotivo del pubblico, che pare, ad un certo punto, respirare con il protagonista, condividerne le pause, gli strazi, le malinconie, in una sorta di rito collettivo sacralizzato dalle musiche di scena, dirette dal Maestro Valter Sivilotti, che riesce a trasformare il suono della  brava Orchestra del Verdi in autentica poesia, mai sfondo od accompagnamento, ma racconto parallelo, struggente e mai scontato anche grazie al prezioso contributo dei bravissimi  allievi di On Stage – School of Performing Arts

Cristicchi non si risparmia. Non lo fa mai, in qualunque spettacolo, ma in questa occasione riesce ad accarezzare con bravura e discrezione le corde più intime del vissuto collettivo, sia quando recita che quando canta le canzoni scritte per ‘Magazzino 18’.

Riesce a leggere le vite attraverso gli oggetti che riempiono il palcoscenico, nella riuscita scenografia di Paolo Giovanazzi, illuminata con bravura da Nino Napoletano, giocando con i suoni, le sfumature, trasformando la voce per dare vita a coloro cui l’esistenza è stata strappata.

Il testo è costruito con bravura, affidando il ruolo principale ad un archiviatore un po’ burino, mandato dal Ministero per sgomberare il magazzino, che riesce a regalare qualche sorriso e collega le storie ed i personaggi evocati con struggente malinconia, senza indugiare sugli effetti facili, le sottolineature  truculente.

La sala viene spesso attraversata da brividi intensi  quando ritrova nel testo episodi ascoltati a casa,  riesce a contestualizzare tante drammatiche narrazioni infantili, coglie il senso di mezze frasi ascoltate di nascosto, vive il disagio di capire solo in quel momento la portata di avvenimenti che avevano sfiorato i loro genitori, i nonni, tanti amici.

Alla fine una gigantesca standing ovation mescola lacrime ed applausi, gratitudine commossa e grida di acclamazione, che suggellano un successo autentico  di una artista coraggioso, che riesce ancora una volta ad incantare con il coraggio della verità.

Gianluca Macovez
Fonte: la Platea rivista di cultura teatrale – 13/02/2023

MAGAZZINO 18
scritto da Simone Cristicchi con Jan Bernas
con Simone Cristicchi
regia Antonio Calenda
con l’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
diretta da Valter Sivilotti
con la partecipazione degli allievi di On Stage – School of Performing Arts
musiche e canzoni inedite Simone Cristicchi
musiche di scena e arrangiamenti Valter Sivilotti
scene Paolo Giovanazzi
luci Nino Napoletano
coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Bolzano, Corvino Produzioni

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