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Uto Ughi: una vergogna i tagli alla cultura (Il Piccolo 03 dic)

di CLAUDIO GHERBITZ

TRIESTE Domani, alle 20.30, al Teatro Verdi di Trieste si inaugura la stagione concertistica d’inverno con la straordinaria esibizione del maestro Uto Ughi nel duplice ruolo di solista e direttore dell’Orchestra. Sono passati pochi mesi dall’ultima apparizione di Uto Ughi al ”Verdi” ed egli è di nuovo fra noi, invitato a rinnovare le magie col suo "Guarneri del Gesù".

«A Trieste e in questo Teatro – dice – torno sempre volentieri. Mi sento a casa. È per questo che reagii come se fossi stato tradito quando, dopo i restauri, ne constatai l’inadeguatezza acustica. Di qui la mia sfuriata. A qualcuno sarà parsa eccessiva, ma era dettata da affetto.

Nata spontaneamente…

«Per i miei, di origine istriana, Trieste fu città di riferimento e la città, fra le prime tappe della mia carriera, resta importante e significativa. Fui chiamato da Luigi Toffolo e suonai al Verdi per la prima volta con orchestra il Concerto di Mendelssohn. Dirigeva una donna, Carmen Campori. Era il 20 ottobre del 1954, non una data qualunque perché proprio quel giorno l’Italia subentrò qui all’occupazione alleata. Avevo dieci anni e l’emozione che avvertì in giro, in tutta la comunità, mi è rimasta dentro, una cosa impossibile da dimenticare».

Il Teatro di Trieste sta vivendo momenti di apprensione…

«Speriamo che l’incertezza non si protragga a lungo. In Italia purtroppo la cultura e le arti sono considerate un lusso superfluo. Con altri, mi sono battuto come un leone quando decisero di eliminare le Orchestre della Rai ed io sono ancora indignato. Che una delle più importanti emittenti radiofoniche e televisive del mondo, foraggiata da abbonamento obbligatorio, possegga una sola orchestra in un contesto di sessanta milioni d’abitanti è, a dir poco, una vergogna».

I tagli piombati ora sulle istituzioni sono dovuti alla crisi.

«I teatri italiani non sono esenti da responsabilità precedenti. Non tutti, ma alcuni hanno sperperato, diventando stipendifici e rifugio di referenze clientelari e politiche, privilegiando regie ed allestimenti cervellotici, proprio perché affidati a persone che non amano la musica».

Lei è d’accordo sul trattamento speciale riservato alla Scala ed a Santa Cecilia?

«Sono le istituzioni più blasonate e per loro bisogna avere un occhio di particolare riguardo. Non però a scapito delle altre realtà serie, potrei citarne molte e faccio i nomi solo di Bologna, Trieste, Catania ecc».

Lei ha concluso da poco a Roma il Festival che porta il suo nome.

«Ed era l’undicesima edizione. Non amo mettermi in passerella, men che meno i riflettori e le telecamere, ma così hanno voluto gli sponsor. L’ho fatto perché vedo intorno a me troppi giovani con le cuffie che ascoltano solo infimi motivi di consumo. La colpa è anche dell’incuria e del pressappochismo con cui si gestisce la musica. Quella vera è una parte fondamentale della nostra storia e della nostra identità. Dopo anni di lotta, sono riuscito ad anticiparne la messa in onda sui teleschermi, prima appariva all’una di notte, adesso alle ventitre. Mi rendo conto che è una goccia nel mare, ma non demordo».

Qualcuno obietta perchè i suoi progetti prevedono la totale gratuità.

«Le occasioni di contatto con i giovani devono avere una formula inoppugnabile, devono cioè coniugare l’alta qualità dei programmi con l’alta statura artistica degli interpreti. Lo sbigliettamento in quasi tutti i casi coprirebbe solo una minima parte dei costi e tanto vale adottarne la gratuità. Un passo alla volta. Intanto vedo segnali incoraggianti».

Di recente ha commemorato il decennale della scomparsa di un grande Maestro, Yehudi Menuhin, a Bucarest con un’Orchestra giovanile.

«Un’esperienza entusiasmante! Non conoscevo l’Orchestra dell’Iniziativa Centro Europea. Ottanta bravissimi strumentisti adolescenti assemblati con dedizione e passione da un triestino, Igor Coretti – Kuret, un’iniziativa meritoria con quale mi piacerebbe collaborare ancora. A questo proposito qualcosa bolle in pentola ed intendo riparlarne. La sorpresa fu acuita constatando che nell’organico c’erano quasi venti ragazzi italiani, dunque anche fra noi c’è ancora chi si sacrifica, chi studia, chi merita attenzione e un premio».

Nel concerto di domani sera al Verdi lei riproporrà una delle pagine preferite.

«La serata ricalca la formula adottata lo scorso giugno. L’apertura è affidata alla sola Orchestra che proporrà il Canone di Pachelbel, musicista che fu di esempio a Bach. Poi eseguiremo assieme il Concerto in do maggiore di Haydn, sfruttando una delle ultime occasioni per celebrarne il bicentenario. Nella seconda parte uno dei più bei Concerti di Mozart, quello in la maggiore contrassegnato con il numero di catalogo 219. Non coinvolge forse come Brahms o Ciaikovski, ma incanta per finezza e felicità d’invenzione».

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