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Storia e controstoria sulle foibe (Giornale di Brescia 07 nov)

È appena uscito ed è già un «caso» storiografico. Il libro «Foibe. Una storia d’Italia» (Einaudi) dello studioso triestino-sloveno Joze Pirjevec, docente di Storia all’Università del Litorale di Capodistria, richiama l’onda d’urto di un maremoto che travolge anni di ricerche prodotte dai migliori storici italiani in merito al dramma dell’italianità cancellata quasi totalmente dall’Istria, Fiume e Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale.

Si può dire, come fa Pirjevec, che, con l’insorgere nella Penisola di «una crisi d’identità e di coesione nazionale», seguita al crollo del Muro di Berlino, alla scomparsa dei vecchi partiti e al profilarsi sull’agone politico di una forza secessionista come la Lega, la vicenda delle foibe «divenne a partire dagli anni Novanta una questione nazionale grazie a un’azione propagandistica d’indubbia abilità ed efficacia»? E che l’esodo di centinaia di migliaia di italiani (da 250.000 a 350.000 a seconda delle fonti), non sarebbe il frutto di una spietata strategia di «pulizia etnica» dell’elemento italiano (come Milovan Gilas, già braccio destro e ministro di Tito, ebbe ad ammettere molti anni dopo), ma solo il rifiuto di un popolo di «indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta a farsi comandare dagli “s’ciavi”, per giunta comunisti»?

Il culmine sarebbe stato toccato dal presidente Napolitano alla cerimonia per il Giorno del Ricordo del 2007, quando il Capo dello Stato si espose alla indignata reazione del presidente croato Mesic per le sue affermazioni circa il «moto di odio e furia sanguinaria» e «un disegno annessionistico slavo, che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica» ai danni degli italiani della Venezia Giulia.

Altro che «congiura del silenzio», come Napolitano chiosò il suo intervento. Per Joze Pirjevec, già autore di eccellenti opere sulla dissoluzione della ex Jugoslavia, si è trattato al contrario di una «campagna» neo-nazionalista e neo-irredentista, fondata sul revisionismo storico e politicamente mirante a ridiscutere il Trattato di Osimo sui confini post-bellici. Destra e sinistra, con l’istituzione del Giorno del Ricordo (il 10 febbraio, quello dell’«iniquo» Trattato di Pace del 1947), avrebbero cementato questo fronte bipartisan della mistificazione.

Il libro è stato immediatamente subissato di critiche sulla stampa italiana. Ed è un vero peccato. Perché Pirjevec apre squarci analitici innovativi, che, se amalgamati ad una lettura meno «slovenocentrica» della questione di Trieste e delle foibe carsiche, avrebbero potuto offrire una ricerca di taglio europeo per spiegare una complicata regione di frontiera, italiana e slava al tempo stesso, con retaggi culturali incrociati: latini, veneziani, germanici, illirici.

Bene fa Pirjevec a ricordare le aspirazioni nazionali di sloveni e croati a lungo mortificate, fino alle odiose sopraffazioni del fascismo, alla brutalità della guerra d’occupazione della Jugoslavia dal 1941 all’8 settembre ’43, al fianco del Terzo Reich, e alle cruente rappresaglie antipartigiane pagate dalle popolazioni dei villaggi slavi con esecuzioni sommarie e deportazioni di massa.

Ma parlare di «operazione propagandistica», minimizzando gli infoibamenti, negando che molte delle vittime avessero pagato per la sola appartenenza al ceppo italiano, finisce per togliere forza anche alla giusta rappresentazione (documentata) delle angherie storiche subite dai popoli dell’altra etnia (convivente e concorrente) sul confine orientale. Resta aperto il tema delle responsabilità multilaterali di tante tragedie incrociate, figlie di un simmetrico neuro-nazionalismo.

Valerio Di Donato

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