Si è concluso il dopoguerra (Il Piccolo 10 dic)

L’ingresso della Croazia nell’Unione europea (Ue) aveva come clausola ora risolta l’apertura del suo mercato immobiliare ai cittadini comunitari; compresi gli italiani. E questo, oltre che un obbligo economico, è un fatto politico. Forse capace di chiudere definitivamente con le ombre italo-croate del dopoguerra. Anche se, inevitabilmente, resteranno dei rancori, specie quelli legati alla questione (irrisolta pure nel dopo Iugoslavia) dei beni italiani espropriati nell’Istria occidentale una volta conquistata dal Maresciallo Tito. Il fatto è che il Friuli Venezia Giulia è l’unica regione d’Italia ad aver vissuto la Guerra fredda con l’esperienza fisica del “Muro” col Pianeta comunista. Certo, per Washington e Roma la Ìugoslavia “rossa” era altro.

Soprattutto dopo la rottura di Belgrado con Stalin, rispetto al patto di Varsavia guidato dall’Urss. Tuttavia, dal punto di vista giuliano/friulano, il “Muro” della memoria è sempre rimasto alto. Per la memoria del sangue italiano versato; per l’incubo Trieste separata dalla Madrepatria fino al 26 ottobre 1954 (un esilio iniziato il 29 settembre 1943 con l’annessione di Trieste e Gorizia al Reich tedesco; poi proseguito con l’occupazione titina e l’amministrazione angloamericana della cosiddetta Zona A); ma anche per Gorizia, attraversata dal “Muro” come una “piccola Berlino”. Insomma, ora la speranza è che l’adesione croata al mercato immobiliare dell’Ue acceleri ulteriormente la fine di questo lungo dopoguerra nel Friuli Venezia Giulia.

D’altronde, proprio questo è il senso politico profondo della creazione dell’Ue, a partire dal pensiero dei Padri fondatori. Ovvero, superare la tragedia delle Guerre civili europee (di tutte, la Prima e la Seconda guerra mondiale furono per il destino del Vecchio continente le più tragiche) facendo di vincitori e sconfitti, almeno in prospettiva, un’unica comunità. E, come dimostra la “nuova” legge immobiliare croata, da sempre la via funzionalmente preferita (ma agli albori, allora contro il rancore franco-tedesco, si cominciò con la Comunità del carbone ed acciaio) è quella dell’integrazione progressiva dei mercati; quindi degli interessi. Si è seguito, pertanto, il modello liberista.

Che, sicuramente, ha molti limiti; tant’è che fuori dal Vecchio continente spesso fallisce. Ma che, comunque, in Europa ha delle capacità aggreganti maggiori di ogni altro percorso più politico e meno economicista. E oggi è sperimentato con la Croazia, partner candidato all’Ue, pure con la speranza, superati i vecchi malumori, di consentire al Friuli Venezia Giulia, alla Slovenia e alla Croazia di gestire al meglio quella vera e propria rendita di posizione costituita dall’essere letteralmente “dominanti” l’alto Adriatico. Cioè in un’area decisiva sia da un punto geoeconomico che geopolitico; del resto, come già aveva ben colto la Serenissima. In altri termini, quello che oggi sembra quasi un “fastidioso” adempimento (cioè la liberalizzazione del mercato immobiliare croato) imposto da Bruxelles a Zagabria, potrebbe viceversa divenire un punto di attrazione economica per le regioni interessate (letteralmente sopra i Corridoi V e IX per l’intermodalità Est-Ovest); nonché decisivo per la stessa Ue.

In definitiva, proprio quelle che sono state le ragioni che divisero i popoli di quest’area (non a caso le truppe titine puntarono su Trieste – aiutate dagli sfondamenti dell’Armata rossa dell’Urss sul Danubio – lungo una direttrice che equivale agli odierni Corridoi V e IX) oggi possono unirli geoeconomicamente. Sarebbe sufficiente capire la centralità, almeno potenziale, del «piccolo mare» Adriatico per costruire un vero e proprio asse di potere in Europa oltre quello storico costituito da Parigi e Berlino. Il passo croato è una chance, seppure obbligata. Sarebbe pure un ottimo modo per far rivivere, aggiornandole, le intuizioni della Comunità Alpeadria. Insomma, la Croazia nell’Ue può essere per Trieste e l’Italia un affare ben più importante di quello, stretto, immobiliare.

Francesco Morosini