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Riserva istriana (Voce del Popolo 12 dic)

di Milan Rakovac

Siamo seduti a tavola e ci gustiamo un ottimo pranzo domestico “Da Điđi” ad Antignana: bicchierino di biska per la circolazione e l’appetito, brodo di asparagi selvatici, frittata con funghi, fusi con tartufi, crauti con salsiccia arrostita, terrano domestico… Nel caminetto il fuoco scoppietta allegramente; prendo quell’arnese, quel lungo tubo in metallo per soffiare, perché la legna bruci meglio. Al tavolo vicino quattro nostri istriani, evidentemente esuli, marito e moglie anziani, la loro figlia con il marito, godono pure dell’atmosfera e del pranzo domenicali; la signora mi guarda con interesse, mi si rivolge e chiede “ma, come se disi ‘sta roba per sofiar, puhalica?”, “sì, sì signora”, digo, “o puhalica, o puhač, o puhara”…

Naturalmente si crea subito un’atmosfera domestica, ci conosciamo e chiacchieriamo, e dal terzo tavolo il piccolo Matija gira sempre intorno a noi, come l’abile e discreta Elši, servendoci tutto quanto occorre, velocemente e con destrezza, con un magnifico sorriso…

Ovviamente, non si fuma dove si mangia, anche se il caminetto fuma (!), per cui vado a fumare nella stanza vicina. Qui ci sono di nuovo alcune persone del posto, mentre il padrone dell’osteria, Dorijano, un vero charmer istriano, racconta che ha acquistato una vecchia jeep americana (senza tetto, né tenda) della Seconda guerra mondiale, e che l’ha messa a punto, per cui girovaga (d’estate) per l’Istria; ed ha anche una jeep per l’inverno, più moderna, adeguata per i boschi ed i monti…

Altroché atmosfera dell’Avvento! Parliamo in croato e in italiano, ma specialmente in alcuni dialetti: l’istroveneto con la famiglia di Trieste, il ciakavo di Barbana con la signora Triestina, gli antignanesi parlano il ciakavo centroistriano, io quello dell’Istria occidentale. Parliamo delle nostre crisi e dei problemi, e dei nostri emigrati e immigrati. Con la precisazione che molti di questi nuovi immigrati sono giunti in Istria dopo le guerre nell’area dell’ex-yu: sì, sì, dice un uomo, uno di loro si vanta di possedere molti terreni in Slavonia, e io gli chiedo perché non se ne torna a casa? No, no, qui mi trovo bene. Sì, sì, dice la dalmata, ma noi dalmati e istriani non ci trasferiamo nelle zone alte, e loro corrono tutti in Istria e in Dalmazia.

Sì, molte persone specialmente giovani sono giunte in Istria da ogni dove, parecchi pensionati militari hanno ricevuto alloggi, alcuni anche terreni statali (che molti non coltivano!), buone pensioni, hanno messo su famiglia, nascono nuovi bambini, e noi istriani abbiamo sempre meno figli, e così si modifica la struttura demografica, ma anche il quadro culturale; nei caffè cittadini istriani si sentono sempre di meno i dialetti nostrani, sempre più gente parla “in lingua”…

Va bene, scherzo, costituiremo delle riserve, come per il bue istriano e l’asino bumbaro, come gli americani per gli indiani, ed allora ci verranno a vedere i turisti. Ridiamo, anche se un po’ controvoglia, il sorriso è acido e un po’ triste…

Splendida giornata ad Antignana! Più tardi, divento serio, ma aspetta un po’, ma effettivamente l’autentica istrianità sta diventando minoritaria, per cui come i nostri italiani anche noi “maggioritari” diventeremo minoritari?

Sono convinto che ciò non succederà, perché l’Istria ha avuto sempre la formula magica per la propria sopravvivenza culturale; la limpidezza del suo ambiente (della natura e della società) ha saputo sempre assimilare tutti questi coloni, emigrati e fuggiaschi e immigrati “pianificati”, come al tempo dell’Austria, così ai tempi dell’Italia e della Jugoslavia. E così sarà anche domani, in Croazia, Slovenia e Italia, in tutta l’Istria che non sarà ancora per molto tempo frantumata dai confini e da miti sorpassati, perché già domani circoleremo liberamente dovunque, nell’ambito dell’Unione europea. E come in continuazione scrivo anche su queste pagine per convincere anche voi, cari miei lettori, ma anche sé stesso, noi istriani abbiamo saputo crearci una vita su misura, ovvero su misura per il mantenimento della tradizione e della cultura…

Ma questa non è una storia poi tanto nuova, queste ricchezze istriane, la cordialità riservata, la moderazione nell’espressione dei sentimenti, ma anche la loro profondità. Ricordo, ad esempio, come durante la mia fanciullezza a Pola, subito dopo l’esodo 1947, a prescindere dalle profonde ferite presenti nelle nostre anime infantili, forse intuitivamente, allacciavamo nuove amicizie principalmente noi bambini locali, monelli croati e italiani: e agli uni e agli altri erano un po’estranei quegli altri, coloro che erano venuti in Istria.

Ma cosa ancora più importante, ricordo ugualmente molto bene come anche i figli delle persone appena arrivate in Istria si includevano rapidamente nel nuovo ambiente e in pratica si istrianizzavano, accettando i nostri giochi, gli usi, le lingue (ambedue locali), i dialetti; il che con i più vecchi, naturalmente, non era proprio il caso.

Perciò credo che noi del posto neanche domani finiremo in qualche etno-riserva, relegati al ruolo di singolarità culturale, quale miracolo collaterale, quali rimasugli di qualche antica cultura; e questo perché sicuramente si istrianizzeranno anche i figli di questi nostri nuovi “regnicoli”, come gli italiani di casa nostra chiamavano gli immigrati dall’Italia, ancora ai tempi dell’Austria, ma anche all’epoca dell’Italia. Noi croati, da parte nostra, chiamavamo gli immigrati ai tempi della Jugoslavia “Triestini” (come se i saria vignudi de Trieste, invesse de Bosnia, Serbia, Macedonia). È chiaro che ambedue gli ex Stati non amavano troppo questo nostro esclusivismo locale, ma neanche noi amavamo troppo loro.

L’Istria, a dire il vero, si configura come una certa qual riserva, rispetto alle proprie Nazioni madri e alle loro culture, se proprio lo vogliamo; però questa nostra peculiarità non è né aggressiva, né esclusivista; per cui sempre, tutti coloro che vengono diventeranno prima o poi istriani…

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