Quarantotti Gambini, quel legame con Saba (Il Piccolo 14 apr)

di DANIELA PICAMUS

La dimensione epica della scrittura. L’esaltazione e la strenua difesa della ”linea sabiana” rispetto a una ”linea sveviana” all’interno della produzione letteraria di autori triestini non rappresenta solo il doveroso ossequio all’amicizia che per tutta la vita legò Quarantotti Gambini a Saba: essa, verosimilmente, sembra stare alla base della sua concezione più vasta di letteratura, e, in particolare, sembra connotare la finalità della sua intera opera.

Interessanti in tal senso gli appunti stesi da Pier Antonio per il piccolo saggio critico richiesto da Saba, dopo l’uscita del Canzoniere del 1945: «Di un carattere epico, per così dire, della poesia di Saba (tutta pullulante di figure e di fatti, anzi di figure e di fatti in movimento dall'uno all'altro canto) avevo parlato io stesso al poeta, diversi anni fa. Nell’opera di Saba, cioè, vede «più che un Canzoniere, una specie d’Odissea d’uomo dei nostri giorni», come scriverà in una lettera del carteggio. «Stupende sono anche la poesia introduttiva (“Alla mia musa”), le “Due antiche favole” e le “Tre poesie a Linuccia” leggendo le quali ultime ho fatto questo pensiero: potrebbero essere state scritte mille anni fa, o venir scritte tra mille anni, tanta è la loro forza mitica».

Quarantotti esalta dunque il valore epico dell’opera letteraria, inteso come capacità di resistere e superare il contingente della storia, «fuori del tempo e dello spazio», in relazione a opere «che potrebbero essere state scritte mille anni fa, o fra mille anni». Uno spirito di geometria della scrittura quasi astratto emerge anche dalle parole riferite alla grandezza di un autore, che, come Omero, Dante, Shakespeare, si misurano in larghezza e profondità.

Questa particolare concezione di un tempo senza storia ritorna ancora in una dichiarazione del 1964, a conferma di un ragionamento ben radicato nello scrittore: «Mi domandi se non sarebbe meglio pensare alle cose nuove e lasciare le antiche. Dipende. Se uno scrive entro l’attualità, e per l’attualità, deve fare certo così. Per me è diverso: ti ho detto che guardo le mie narrazioni entro la prospettiva del tempo».

Il profondo attaccamento che Pier Antonio dimostrò per il poeta, l’ammirazione per i suoi versi inducono a pensare che Saba, se fu il maestro, sia stato per Quarantotti anche un modello di poetica, e pertanto da imitare, anche nella scrittura in prosa. Si potrebbe insomma dire che le considerazioni di Quarantotti sulla poesia di Saba possono essere lette in controluce come una esplicita dichiarazione dei tratti stilistici e tematici cui voleva uniformare anche la sua scrittura.

Dello stile che voleva raggiungere, della dimensione epica, avrebbe parlato anche con l’ amico Bobi Bazlen che così gli rispondeva: «Ti rimando le “saline” – le ho rilette molto attentamente: se ho da dirti qualcosa, è un discorso molto “grosso” che dovremo fare una volta sull’epica attuale in genere, e che non tocca in nessun modo la “réussite” particolare della novella». L’ipotesi della narrazione epica si adatta in particolare ai romanzi degli anni cinquanta, poi confluiti ne Gli anni ciechi. Epico è il filo della storia, che narra le vicende sullo sfondo di una terra che non trova pace, né sul piano del tempo, né su quello dello spazio. Lo spostamento del confine, la guerra, la caduta di figure e classi sociali, i cambiamenti linguistici, la contrapposizione tra mondo agricolo e aristocratico diventano elementi caratteristici e simbolici del dramma delle genti oppresse, come in questo caso il popolo istriano. Per amore della sua terra, madre patria, per risarcirla dei danni inflitti dalla storia, Quarantotti può quindi aver pensato a questa forma di riscatto: renderla, attraverso i suoi romanzi, paradigmatica di una sofferenza eterna. Ed era un’ambizione che solo il genere epico poteva soddisfare.