Proteste e denunce contro lo striscione “No foibe no party”

“Sono passati vent’anni ma quelli che celebrano il G8 di Genova si confermano delle persone veramente orrende. Tra gli striscioni uno espone la scritta ‘no foibe no party’ irridendo al massacro degli italiani sul confine orientale negli anni quaranta. Questi erano i manifestanti di Genova di allora e quelli sono i nostalgici di oggi. I fautori della violenza, dell’infoibamento, della prevaricazione. E questa gente si presenta a Genova vent’anni dopo, come se ci fossero dei garibaldini a celebrare dei fasti patriottici. È stata gente che ha seminato violenza fisica venti anni fa e che oggi riversa violenza verbale con striscioni deliranti come questi. Mi meraviglio che nessuno sia intervenuto per togliere questi striscioni. I protagonisti del corteo di Genova per il ventennale del G8 sono dei propagandisti del crimine e della strage. Dove sono i magistrati che in altri casi intervengono? Sono con Palamara in qualche ristorante? Vergogna, vergogna, vergogna. Sulla gente che sta sfilando, sui violenti di venti anni fa, su chi li ha coccolati allora e li difende oggi”.

Così in una nota il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri.

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Apologia delle foibe a Genova per il ventennale del G8

Merlino, presidente Comitato 10 Febbraio, e Cace, Presidente Associazione Nazionale Dalmata: “Abbiamo incaricato i nostri legali di denunciare ai sensi della Legge Mancino gli autori di questo ignobile gesto ”.

Ieri, domenica 18 luglio 2021, si è svolta a Genova la commemorazione del ventennale del G8, un evento drammatico che vide la città sconvolta da scontri violentissimi che portarono a un morto e a numerosissimi arresti fra i partecipanti e a condanne anche fra le forze dell’ordine. Una ferita ancora aperta per la città della Lanterna.

Il corteo, che ha sfilato per le vie di Genova, era aperto da uno striscione nel quale era scritto lo slogan “No Foibe, No Party” gravemente offensivo e derisorio nei confronti dei martiri delle foibe, migliaia di italiani massacrati dai partigiani comunisti slavi al confine orientale d’Italia.

Sulla vicenda intervengono, con parole di fuoco, il presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio, Emanuele Merlino e la Presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, Carla Isabella Elena Cace,

“Sono sempre gli stessi – dichiarano Merlino e Cace – nemici dell’Italia ed eredi di quella ideologia comunista che, lontano da ogni ideale di giustizia sociale, fu motivazione insanguinata per l’uccisione di milioni di innocenti in tutto il mondo. Invece di chiedere scusa e riflettere su una strage di quelle dimensioni e sul conseguente esodo di 350 mila italiani costretti a fuggire da terre italianissime, ancora nel 2021 i nipotini di Tito e Stalin si permettono di offendere la memoria dei martiri delle foibe.

Non possiamo accettare che passino sotto silenzio queste dimostrazioni di intolleranza nei confronti degli italiani vittime del regime dittatoriale di Tito.

Gettare persone ancora vive in una foiba, in guerra ma anche a conflitto ampiamente finito, non fu “giustizia” ma, per citare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole.”

Gli autori di questo gesto criminale devono essere identificati e processati in base alla legge Mancino che, ai sensi dell’art 604 bis del codice penale, punisce: l’apologia di crimini di guerra e contro l’umanità fra i quali è, ovviamente, ricompresa la pulizia etnica.

Per questo motivo – concludono Merlino e Cace – abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di denunciare, proprio ai sensi della legge Mancino, gli autori di questo gesto ignobile.  Lo chiedono le migliaia di italiani che fecero una morte orrenda e che ancora oggi sono insultati e derisi da personaggi la cui ideologia è stata sconfitta dalla storia”

“No foibe no party”. Così gli antagonisti soffiano sull’odio

di Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto – 20/07/2021
Fonte: Il Giornale

Gli slogan sono sempre gli stessi. Come gli oltraggi, gli insulti e la violenza. Come l’odio che si riversa ogni anno attorno al 10 febbraio, il Giorno del Ricordo in cui si commemorano le vittime delle foibe e l’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. È l’odio della sinistra più becera, degli antifà per professione, che torna ciclicamente a farsi sentire. Come la scorsa domenica a Genova quando, alla testa del corteo per ricordare i vent’anni del G8, è apparso lo striscione “No foibe no party“. Uno sfregio, l’ennesimo, a chi fu inghiottito, spesso ancora vivo, all’interno delle cavità carsiche dal 1943 in poi. Una provocazione, l’ennesima, senza alcun senso, se non quello di continuare a seminare odio, come sottolineato da Teresa Lapolla, consigliere municipale di Genova: “I soliti facinorosi hanno strumentalizzato questa giornata per fomentare l’odio con lo striscione ‘No Foibe No party’ che rappresenta un oltraggio e una vergogna inaccettabile. Carlo vive? L’idiozia pure. Ci troviamo di fronte all’ennesima situazione di negazionismo delle foibe, con il silenzio istituzionale della sinistra che continua a non prendere posizione di fronte ad azioni di questo tenore”.

Ancora più duri Emanuele Merlino, presidente nazionale del Comitato 10 febbraio, e Carla Isabella Elena Cace, presidente dell’Associazione nazionale dalmata: “Sono sempre gli stessi nemici dell’Italia ed eredi di quella ideologia comunista che, lontano da ogni ideale di giustizia sociale, fu motivazione insanguinata per l’uccisione di milioni di innocenti in tutto il mondo. Non possiamo accettare che passino sotto silenzio queste dimostrazioni di intolleranza nei confronti degli italiani vittime del regime dittatoriale di Tito. Gettare persone ancora vive in una foiba, in guerra ma anche a conflitto ampiamente finito, non fu ‘giustizia’ ma, per citare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole'”. Secondo Merlino e Cace, “gli autori di questo gesto criminale devono essere identificati e processati in base alla legge Mancino che, ai sensi dell’art 604 bis del codice penale, punisce l’apologia di crimini di guerra e contro l’umanità fra i quali è, ovviamente, ricompresa la pulizia etnica. Per questo motivo abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di denunciare, proprio ai sensi della legge Mancino, gli autori di questo gesto ignobile”.

Una dura presa di posizione anche dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd), tramite il presidente nazione Renzo Codarin: “Sdegno e profondo dolore per il gesto di quattro cretini che confermano ancora una volta di non conoscere la storia e che sembrano prenderci gusto a denigrare le sofferenze patite dai loro connazionali del Confine Orientale”.

Non è la prima volta che appaiono scritte simili nel capoluogo ligure. Lo scorso marzo, infatti, Genova antifascista aveva riempito la città di manifesti corredati dalla scritta “No foibe no party”. Le stesse parole. Lo stesso odio di chi non ha idee. E ripete slogan vuoti.

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