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Profugo da Fiume alla Nasa (Il Piccolo 12 set)

Un mattino dell’estate del ‘46 il padre, autista per una compagnia di trasporti, aveva indicato a Eligio il camion, parcheggiato a Valscurigne, periferia di Fiume. Il ragazzino aveva quattordici anni, sapeva cosa doveva fare. Ne avevano già parlato. Così si era issato in cabina, intrufolandosi in un nascondiglio costruito sotto il sedile, quasi tra le due ruote. Sapeva di lasciare il paese per sempre, non immaginava, però, che il viaggio lo avrebbe portato così lontano. Contrabbandato di là dal confine, era arrivato a Trieste; da lì a Brescia. Poi, Brindisi. Quindi, gli Stati Uniti e, qualche anno dopo, Cape Canaveral, la Nasa e un lavoro per un ente governativo che ancora oggi, dopo tanti anni, Eligio Clapcich non vuole definire con precisione: «Diciamo che la ditta che firmava la mia busta paga mi vedeva molto poco. Security, altissima». La sua specializzazione? Crittografia: una branca della matematica, applicata per rendere indecifrabile un messaggio, oppure forzarlo perché sveli il proprio segreto. «Al confine, in assoluto silenzio, ascoltavo la voce di mio padre, e quella della guardie di frontiera. Paura? Nessuna; mi fidavo di papà. Ho capito che me ne sarei andato da Fiume il primo giorno della occupazione titina. Ho visto uccidere Martelli, il mio insegnante. La sua colpa? Lavorava per lo stato italiano; quindi, era fascista. Quindi, era un nemico». Passato il confine, non si erano fermati a Trieste. «Anche se la zona era controllata dagli anglo-americani, girava ancora, per le vie della città, la macchina nera. Ogni tanto, qualcuno ci veniva trascinato dentro, e spariva». «A Trieste non ti lascio», aveva detto suo padre. Così, dritti verso la Lombardia. Dopo qualche tempo, Brindisi: collegio Niccolò Tommaseo. «Eravamo tutti ragazzini dalmati; il più piccolo aveva dodici anni. Il più grande, sedici. Ceci ogni giorno, pasta al pomodoro la domenica. Uno spirito di corpo fortissimo: quando qualcuno combinava qualcosa, tutti avevano combinato qualcosa». Poi, l’America. «Anche mia mamma ce l’aveva fatta. Avevano capito: il marito non c’era; il figlio non si vedeva più. Ha lasciato Fiume con una valigia. Nient’altro che una valigia. Ma non ce ne importava niente». Da tempo, la famiglia aveva adottato la parola d’ordine verso il futuro: «Ricominceremo». «A New York, mi sono laureato. Due volte: matematica ed elettronica». E, un giorno, si è imbattuto nell’ “ente governativo”. «Stavo assistendo a una dimostrazione di matematica, la effettuava uno degli insegnati più famosi: un genio. Ho sussurrato a un amico, che sedeva accanto a me: non può essere lui. Dev’essere qualcun altro, travestito. Sta effettuando passaggi assolutamente inutili». L’amico: «Diglielo». Eligio: «Sei matto? Non cerco rogne». Ma l’amico sì. Così, finita la lezione…: «C’è un mio collega… Sulla sua dimostrazione, avrebbe qualcosa da ridire…». Breve dialogo tra Eligio e il matematico. Poi un invito, indicando una porta: «Le dispiacerebbe, giovanotto, proseguire questo colloquio di là?» E, di là, gli aveva proposto di lavorare per il governo: «Lo stipendio, continuerà a pagartelo chi oggi te lo paga; passerai però sotto un’altra giurisdizione». «La parte più difficile, è stata mantenere il silenzio. Anche con mia moglie. Quando incontravo gli amici… c’era chi aveva progettato una strada; chi aveva costruito un ponte». Lui, invece, era quello che aveva quel lavoretto noioso, in quella compagnia di servizi finanziari e comunicazioni. «Ho iniziato con i computer quando ancora i computer, nella forma che conosciamo oggi, non esistevano. Qualche volta, i computer eravamo noi. Un giorno è saltata la corrente; un lavoro doveva essere comunque finito. In tanti quanti eravamo, abbiamo tirato fuori le calcolatrici portatili». Tutta una notte a pigiare sui tasti. Quando la mattina hanno consegnato il lavoro, e si vedeva che era stato eseguito a mano, il vicepresidente della Compagnia non ha fatto una piega: «Ero sicuro che ce l’avreste fatta…».

 

Eligio non ha lavorato per il governo tutta la vita. Finita la guerra fredda, caduto il Muro, si è trasferito in una delle compagnia di comunicazioni più grandi del mondo. «Mi occupavo di trasmissioni dati ISDN. Erano i primi anni di internet. A un certo punto, collaboravano con me oltre 200 esperti da ogni angolo del mondo. Ho visitato 52 paesi. Ma la cosa più bella, era che, finalmente, potevo parlare. Anzi, dovevo. Tenevo conferenze, perché nessuno sapeva ciò che noi sapevamo. È stato come correre i cento metri da solo». Poi, anche quella fase si è conclusa. Se n’è aperta un’altra che lo impegna ancora adesso. «Ho recuperato le mie origini; non le ho mai abbandonate – in famiglia si parla italiano – ma c’erano altre cose che si frapponevano». Eligio tiene ancora conferenze, in America. «Racconto l’Istria, racconto la storia che sui libri non trovi. Noi siamo la storia». La memoria individuale è la storia. «Quando racconto dell’Esodo, negli Stati Uniti, prima di tutto insegno una parola: Foibe. Non gliela traduco. Dico loro: imparatela così come è; deve entrare anche nel vocabolario inglese» [il corsivo è nostro, ndr]. È, nello stesso tempo, storia, geografia, scienze. «Due anni fa, abbiamo istituito nel New Jersey una sezione dei Giuliani nel mondo. Lavoro con la casa madre di Trieste. Per loro organizzo, traduco in inglese le nostre vicende. Non voglio che le si dimentichi, o che le si sottovaluti, che si scordi quella gente. Conosco una storiella: un ragazzo, giovane, pieno di vita e di cose, chiede a un vecchietto seduto, solo, sulla riva: «Noi abbiamo internet, i cellulari, le capsule spaziali. Voi, che cosa avete avuto?». «Noi? Noi, niente» risponde il vecchietto, fissando l’acqua. «Però, abbiamo inventato tutto». Di più: attraverso di loro è passato tutto. Adesso, Eligio fa la spola tra gli Stati Uniti e il golfo. A Trieste lo si incontra spesso. Cammina proteso un po’ in avanti, e la brezza, anche leggera, gli scompiglia i capelli bianchi. Sembra che proceda di bolina, risalendo il vento.

 

Nereo Balanzin / “Il Piccolo” 12 settembre 2011

 

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