ANVGD_cover-post-no-img

Morti per la lbertà? (Il Piccolo 23 mag)

LETTERE 

Ferdo Bidovec, Fran Marusvicv, Zvonimir Miloš e Alojz Valencvicv morirono davvero «per la nostra libertà», come sostiene una lettera apparsa sulle Segnalazioni del 17 maggio? In realtà i quattro furono fucilati vicino a Basovizza il 6 settembre 1930 per aver dichiaratamente compiuto il 10 febbraio precedente un attentato dinamitardo alla redazione del quotidiano fascista Il Popolo di Trieste, nell’attuale piazza Benco, causando la morte dello stenografo Guido Neri e il ferimento di tre persone.

Appartenevano all’organizzazione clandestina Borba (Lotta), attiva dall’autunno 1927 nelle province di Trieste e Pola e collegata alla Tigr della provincia di Gorizia. Le indagini giudiziarie attribuirono alla Borba-Tigr 99 atti di violenza perpetrati entro il 1930 con danni materiali e feriti, tra cui 18 incendi di scuole, asili e ricreatori, 13 attacchi a militari, caserme e depositi di armi, 13 attentati contro poliziotti italiani di nazionalità slovena o altri sloveni «collaborazionisti», nonché l’uccisione di un colono e il ferimento di un contadino, entrambi di nazionalità croata, il 24 marzo 1929 presso Pisino.

Scopo della Borba-Tigr non era tanto difendere i diritti linguistici e culturali di sloveni e croati conculcati dal fascismo, quanto soffiare sul fuoco dei rapporti italo-jugoslavi per provocare una guerra con l’obiettivo di annettere Trieste, Pola, Gorizia e Fiume al Regno di Jugoslavia. TIGR è infatti l’acronimo di «Trst, Istra, Gorica in Reka». Più che antifascisti, erano irredentisti che preferivano alla dittatura mussoliniana quella instaurata il 6 gennaio 1929 da Alessandro Karadjordjevic all’insegna del motto «un re, uno stato, una nazione, una lingua». In quel Paese la lingua ufficiale era il serbo-croato, gli sloveni avevano un ruolo secondario e i comunisti venivano perseguitati, tanto che dal 1929 al 1932 il Tribunale speciale per la difesa dello stato jugoslavo celebrò 83 processi a loro carico, irrogando pesanti pene detentive. Alcuni di loro vennero poi uccisi o si suicidarono per evitare la tortura poliziesca.

I quattro di Basovizza opposero la violenza delle armi, degli esplosivi e delle minacce alla violenza istituzionale del Regno d’Italia, imitata dal regime militarista, autocratico e centralista jugoslavo che invocavano. Magari in buona fede e inconsapevolmente, si batterono per sostituire un’oppressione politica e nazionale con un’altra. Purtroppo dunque non furono vittime innocenti. Magnificarli esprimendo loro gratitudine significa legittimare il terrorismo a sfondo etnico.

Paolo Radivo

0 Condivisioni

Scopri i nostri Podcast

Scopri le storie dei grandi campioni Giuliano Dalmati e le relazioni politico-culturali tra l’Italia e gli Stati rivieraschi dell’Adriatico attraverso i nostri podcast.