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Monzali e una nuova storiografia sugli Italiani di Dalmazia (Voce del Popolo 09 gen)

di Ilaria Rocchi

Una ricerca che servirà da stimolo ad altri studiosi e approfondimenti e che apre la strada a una nuova stagione storiografica sulla storia degli italiani di Dalmazia

Italiani in Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia, terre plurali, con una storia plurale, geograficamente separate ma unite nei destini. Dovrebbero forse risultare scontate, per cui niente affatto sorprendenti, le analogie tra le vicende di queste comunità umane sì distanti tra loro, ma non per questo totalmente estranee, considerata in primis la comune appartenenza a una Nazione, quella italiana. E sarà forse dovuto anche a una forma di "deformazione professionale", stato di cui si è ormai acquisita piena consapevolezza, comprese le influenze e i limiti che esso comporta, eppure appare difficile non provare un certo senso di sbigottimento di fronte a certi parallelismi e a certi modelli che si ripetono nella storia – per quanto in tempi e con particolari differenti -, oltre che in territori relativamente lontani. Modelli e parallelismi che si riferiscono alle forme e agli strumenti con i quali la comunità italiana è stata sopraffatta, decimata nella sua consistenza numerica e nel suo peso e ruolo politico, sociale, economico e, ma soltanto in maniera minore, nel suo impatto culturale, nelle regioni sopra nominate. Forme e strumenti: la scuola, o meglio la soppressione di quella in lingua italiana è stata uno dei metodi fondamentali nei tentativi di "contenimento" e progressivo svilimento di una presenza secolare; come d'altra parte la riapertura e la salvaguardia di queste stesse scuole è stata il fulcro dei provvedimenti e delle politiche miranti a mantenere in vita una componente etnica costitutiva, autoctona, delle terre dell'Adriatico orientale.
Spalato, anno 1880, dominio asburgico: su richiesta dei nazionalisti croati dalmati, il governo di Vienna decide di retrocedere l'italiano quale lingua straniera nelle scuole, facendo del croato la lingua d'insegnamento negli istituti scolastici medi. È l'anticamera della negazione dei diritti linguistici dei dalmati italiani. E a ben poco varranno le speranze e l'azione di un personaggio quale Antonio Bajamonti di poter aprire scuole pubbliche per la(già allora) minoranza italiana: in barba a tutte le sentenze favorevoli ottenute dagli spalatini italiani presso i tribunali austriaci a favore del riconoscimento del diritto di avere proprie istituzioni scolastiche pubbliche con lingua d'insegnamento italiana, fra gli anni Ottanta e la Prima guerra mondiale, le autorità provinciali e comunali, dominate dai partiti croati, non le applicheranno mai.
Spalato, anni 1922 e successivi, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni: secondo dati ufficiali del Ministero degli Esteri di Roma, nel 1927 gli italiani della città erano complessivamente 3.337 (1.885 maschi e 1.482 femmine); a questi andavano aggiunte alcune migliaia di spalatini di lingua e cultura italiana che avevano la cittadinanza jugoslava. Una comunità vista con ostilità sia perché considerata la giustificazione delle mire imperialistiche di Roma, sia perché costituiva una sorta di "pugno nell'occhio" a quanti erano impegnati nella creazione di uno Stato jugoslavo nazionalmente omogeneo e compatto.

Le scuole erano il centro nevralgico delle comunità italiane a Spalato e nella Dalmazia jugoslava: la loro esistenza esprimeva concretamente la sopravvivenza della locale minoranza italiana. Due uomini, due politici italiani spalatini, Leonardo Pezzoli e Antonio Tacconi, scesero in campo per garantire i diritti linguistici e scolastici degli italiani. Ricorrendo a una strategia politico-giuridica – la trasformazione delle vecchie scuole italiane (quelle del periodo asburgico e quelle create dall'occupazione italiana fra il 1918 e il 1921) in nuovi istituti scolastici garantiti dagli accordi italo-jugoslavi e riservati ai soli cittadini italiani – riusciranno a preservare l'istruzione in lingua italiana a Sapalato (ma anche in altre città della Dalmazia jugoslava) per tutto il periodo fra le due guerre mondiali, anche nei momenti di maggiore crisi nelle relazioni tra le due sponde dell'Adriatico. Anche quando ci sarà una recrudescenza nel clima tra Roma e Belgrado, nella seconda metà degli anni Venti. All'epoca le autorità jugoslave arriveranno a ostacolare il funzionamento di tutte le associazioni e istituzioni italiane, arrivando anche a minacciare con multe e punizioni le famiglie di nazionalità italiana ma cittadinanza jugoslava che inviavano i propri figli nelle scuole elementari italiane. Gli istituti erano gestiti dalla Lega Culturale Italiana, fondata (sotto lo sguardo benevolo di un funzionario-diplomatico Lujo Bakotich/Bakotić, dalmata serbo, di Sebenico, bilingue, sposato con un'italiana istriana) proprio per salvare le scuole italiane (di fronte anche a tutti i limiti posti all'attività della Lega Nazionale, riservata ai soli cittadini italiani) sempre nel mirino dei funzionari jugoslavi locali, oltre che del governo di Belgrado, determinato a concedere agli italiani della costa il meno possibile. La Lega Culturale – con presidente Leonardo Pezzoli e vicepresidente Antonio Tacconi, poi con quest'ultimo a soppiantare in tutto e per tutto il primo, che si trasferirà a Trieste – gestiva ben sette scuole elementari italiane in Dalmazia, a Spalato (dove esisteva anche l'asilo infantile De Marchi), Ragusa, Traù, Sebenico, Curzo-la, Lesina e Veglia. Erano istituti misti a corso completo, con annesso l'asilo infantile. Spesso gli allievi italiani venivano insultati e aggrediti, anche fisicamente, dai gruppi nazionalisti jugoslavi.

A Spalato, inoltre, in quanto a principali istituzioni italiane, negli anni Venti – Trenta esistevano anche: il Gabinetto di Lettura, la Società operaia, la Chiesa di Santo Spirito, la Biblioteca Popolare, l'Associazione italiana di Beneficenza, l'Unione Cooperativa, la Società corale, oltre naturalmente alla già menzionata Lega Culturale Italiana. Non avranno vita facile e alla fine si estingueranno, come del resto soccomberà sotto i colpi inflitti dalla Storia e da scellerate politiche, la comunità italiana spalatina (quasi) tutta.

Le vicende degli italiani di Spalato sono al centro di un interessante libro, uscito circa due anni fa, che le affronta da una prospettiva oseremmo dire inedita, ossia attraverso la figura di uno dei personaggi più significativi di questa comunità tra le due guerre mondiali, cui si accennava qualche riga sopra, vale a dire Antonio Tacconi. Ma non solo, indirettamente, il volume dipinge il ritratto di una città marittima, per secoli multietnica e bilingue – abitata da slavi dalmati, italiani, croati e ebrei – che prima timidamente, alla fine dell'impero asburgico, e poi con violenza dopo la Seconda guerra mondiale – con l'esodo e sotto il regime comunista – subirà una semplificazione e un'omogeneizzazione nazionale, sociale e culturale che ne modificherà drasticamente il volto e le tradizioni. E uno degli aspetti indubbiamente più dolorosi di questa trasformazione/trasfigurazione – e dei tanti cambiamenti intercorsi nel '900, il secolo dei grandi mutamenti per eccellenza – sarà per l'appunto la lenta "consunzione" di una comunità, quella italiana, che nel corso della bi-millennaria esistenza di Spalato era stata uno dei gruppi nazionali che più profondamente hanno segnato la storia della città.
Le tappe più significative di questo percorso che, in un lasso temporale di circa cent'anni, ma in maniera più accentuata e drastica sul finire del Secondo conflitto mondiale, porterà dall'assotigliamento alla quasi scomparsa degli italiani spalatini – nel 1994 è stata fondata una Comunità degli Italiani che, tra i suoi soci, annovera anche connazionali di Sebenico e di alcune isole, e che significativamente ha sede in via Bajamonti 4 – è stato ricostruito in un esauriente saggio di Luciano Monzali, pubblicato nel 2007 dalla Società Dalmata di Storia Patria (collana degli "Atti e Memorie"), intitolato "Antonio Tacconi e la comunità italiana di Spalato" (Venezia 2007, pp. 460). La ricerca, che parte dagli antipodi di tutti i "mali", vale a dire il risveglio dei nazionalismi alla metà dell'Ottocento, si ferma ai primi anni Cinquanta del secolo scorso per quanto riguarda Spalato, seguendo però più in là i passi compiuti da uno dei principali leader politici italiani di Spalato nella prima metà del Novecento, l'avvocato Tacconi. Dunque, Monzali descrive la storia degli italiani di Spalato tracciando la biografia di questa significativa, emblematica figura di dalmata italiano. Discendente di una famiglia lombarda emigrata in Dalmazia, espressione della borghesia autonomista e italiana, Tacconi fu dirigente del Partito autono-mo-italiano quando ormai l'Austria-Ungheria era agli sgoccioli e stava per soccombere sotto le spinte delle varie nazionalità – la Duplice verrà poi spazzata via dai cannoni della Grande Guerra -, per poi divenire uno degli animatori del Fascio Nazionale Italiano spalatino, organizzazione che si batté per l'annessione della città all'Italia dopo il 1918. Nominato senatore del Regno d'Italia nel 1923, Tacconi fu la guida politica della comunità italiana di Spalato fra le due guerre mondiali, oltre che sindaco della città durante l'occupazione fascista. Come la maggior parte dei suoi connazionali, fu costretto ad abbandonare la Dalmazia dopo la Seconda guerra mondiale, per trasferirsi in Italia, dove morì nel 1962.

L'autore sviluppa la sua ricerca sulla base del materiale documentaristico disponibile, consultato presso istituzioni bibliotecarie e archivistiche austriache, croate, italiane e serbe, nonché su ricche fonti bibliografiche e contributi storiografici. Nell'an-ticipare eventuali limiti di questo lavoro di ricostruzione della vita di Tacconi e della comunità italiana di Spalato, limiti legati alla carenza di documenti, Monzali auspica che questo studio possa comunque "fornire un utile contributo ad una migliore conoscenza di un'epoca controversa della storia dalmata", ossia possa costituire uno "stimolo ad altri studiosi affinché si sviluppi una nuova stagione storiografica sulla storia degli italiani di Dalmazia." Ed è vero: la profondità d'analisi, l'acquisizione di nuovi documenti e la rilettura di quelli "vecchi", e una indubbia capacità di sintesi, oltre che una visione serena e un linguaggio chiaro rendono l'opera di Monzali quasi una finestra, un'altra da lui aperta, che si schiude sulla storia dell'Adriatico orientale.

Figura complessa e controversa

"Una figura complessa e controversa, quella di Tacconi – scrive Monzali nell'introduzione -. Il suo passionale e romantico nazionalismo italiano è comprensibile solo se studiato nel suo specifico contesto storico-politico, quello dell'epoca delle lotte nazionali nell'Impero asburgico e della successiva diffusione delle ideologie autoritarie e totalitarie (i nazionalismi conservatori autoritari, i fascismi e i comunismi) in Europa centrale e meridionale. La sua personalità e la sua azione politica, in gran parte spese nella difesa dell'identità culturale e nazionale della collettività italiana di Spalato, sono studiate in questo volume abbandonando le schematizzazioni ideologiche e propagandistiche e ponendosi, piuttosto, sul terreno della ricostruzione storica rigorosamente documentata", premette lo storico che ha voluto comprendere i difficili problemi e le drammatiche sfide che la comunità italiana spalatina si è trovata ad affrontare nella prima metà del XX secolo. "In modo tragico la vita di Antonio Tacconi coincise con il declino e il tramonto degli italiani di Spalato, che, per molti secoli elemento dominante nella vita della città, nel corso della prima metà del Novecento vennero distrutti come comunità organizzata, vittime dell'evoluzione sociale, economica e nazionale della società dalmata, ma soprattutto della politica violenta ed intollerante di sistemi autoritari e illiberali come la Iugoslavia monarchica, l'Italia fascista e il regime totalitario comunista iugoslavo", conclude Monzali.

Viale del tramonto

Seguendo la traccia del libro di Monzali, il declino e il tramonto degli italiani dalmati iniziò con la dissoluzione dell'impero asburgico, fatto che portò all'esasperazione delle lotte nazionali e politiche in tutti questi territori già appartenenti all'ex Austria-Ungheria. In Dalmazia si scatenò una lotta fra le varie nazionalità autoctone per affermare la propria egemonia. Nella costa dalmata gli scontri nazionali furono particolarmente forti anche perché alimentati e strumentalizzati dalle mire espansionistiche dell'Italia e della Serbia (trasformatasi poi in Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). A partire dal novembre 1918 si assistette così all'aperto esplodere della rivalità fra Italia e nuovo Regno jugoslavo per affermare la propria sovranità sulla costa dalmata, una competizione che si sarebbe temporaneamente conclusa solo con il trattato di Rapallo del novembre 1920. Un trattato che fornisce la chiave di lettura di ciò che succeddete in quegli anni. La prima guerra mondiale aveva esasperato la situazione innescando anche una crisi economica non indifferente. All'inizio degli anni Venti in Dalmazia si moriva di fame, tanto che ci fu un primo esodo di ottantamila persone. L'Italia aveva mantenuto la sovranità solo su Zara e qualche isola, per cui si determinò anche uno scollamento tra gli Italiani che vi abitavano e gli altri sparsi nelle città dalmate passate al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dove cambiò l'atteggiamento nei loro confronti. La difficile e contrastata applicazione del patto del novembre 1920 mise in luce come ogni progetto di riconciliazione politica e nazionale fra italiani e slavi del sud si scontrasse con l'opposizione di forze politiche particolarmente aggressive ed organizzate e di importanti settori delle opinioni pubbliche. Insomma, gli italiani spalatini, come quelli di tutta la regione, furono soprattutto "vittime" degli sviluppi politici che la società dalmata conobbe, sviluppi prodotti da decisioni, scelte ed atti compiuti ed imposti dagli Stati e da forze nazionali e politiche più vigorose, organizzate e forti.

Cenni biobibliografici sull'autore: in primo piano studi e ricerche sulla questione adriatica

L'attività scientifica e di ricerca di Luciano Monzali si è concentrata prevalentemente sullo studio della storia delle relazioni politiche e diplomatiche tra l'Italia e gli Stati e le nazioni dell'Adriatico orientale, studiando intensamente la questione adriatica nella politica estera italiana nel periodo liberale, dedicando particolare attenzione alla questione nazionale italiana in Dalmazia e al rapporto fra l'Italia liberale e fascista e lo Stato iugoslavo. Principale risultato di questa attività di studio è la monografia Italiani di Dalmazia 1914-1924 (Firenze, Le Lettere, 2007). In questo volume l'autore ricostruisce i momenti cruciali delle vicende politiche della minoranza italiana in Dalmazia dallo scoppio della prima guerra mondiale alla conclusione degli accordi italo-jugoslavi del 1924. Nel giugno 2007 Luciano Monzali ha vinto il premio biennale Antonio e Ildebrando Tacconi per questo lavoro originale e inedito sulla cultura latino-veneto-italica in Dalmazia, bandito da parte dell' Isti-tuto Veneto di Lettere, Scienze ed Arti di Venezia.
Monzali, nato a Modena il 16 febbraio 1966, dopo essersi laureato in Scienze Politiche all'Università di Bologna nel 1990, ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università "La Sapienza" di Roma nel 1994. Dal 1995 collabora all'attività didattica della cattedra di Storia dei Trattati e Politica Internazionale, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Parma. Dal novembre 1999 è titolare di un assegno di ricerca presso la sopraccitata Facoltà. Dal 2001 è ricercatore in Storia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bari.
Tra le sue pubblicazioni ricorderemo: Amedeo Giannini e la nascita della storia delle relazioni internazionali in Italia, "Storia contemporanea", n. 4, 1994; Arrigo Solmi storico delle relazioni internazionali, "Il Politico", n. 3, 1994; L'Etiopia nella politica estera italiana 1896-1915, Parma, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Parma, 1996; Tra irredentismo e fascismo. Attilio Tamaro storico e politico, "Clio", n. 2, 1997; Un contributo alla storia degli italiani di Dalmazia. Le carte Ghiglia-novich, "La Rivista dalmatica", n. 3, 1997; La questione della Dalmazia e la politica estera italiana nella primavera del 1941, "La Rivista dalmatica", n.1, 1998; La Dalmazia e la questione jugoslava negli scritti di Roberto Ghiglianovich durante la prima guerra mondiale, "Clio", n. 3, 1998; Nerio Malvezzi De 'Medici e le relazioni italo-va-ticane nel 1917, "Clio", n. 2; 1999; Sidney Sonnino e la politica estera italiana dal 1878 al 1914, "Clio", n. 3, 1999; Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze, 2004; Italiani di Dalmazia (1914-1924), Firenze, 2007; Antonio Tacconi e la Comunità italiana di Spalato, Padova, 2008. Insieme a Francesco Cac-camo, ha organizzato la pubblicazione del volume collettaneo L'occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), Firenze, Le Lettere, 2008.

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