Matvejevic tra i fantasmi della ex Jugoslavia (Il Piccolo 30 set)

Se l’ex Jugoslavia non si fosse inabissata nell’orrore delle pulizie etniche, ci sarebbe da ridere. Perchè Predrag Matvejevic, nel suo nuovo libro, sintetizza in poco più di una pagina e mezza il grottesco Credo che ha armato la mano al nazionalismo serbo, a quello croato. Gironzolando in una libreria di Belgrado, che ai tempi di Tito si chiamava «Komunist», alcuni anni fa lo scrittore si divertì ad annotare i titoli dei volumi in esposizione. E in mezzo a un diluvio di titoli in cui non mancava mai la parola magica Serbia, si trovò tra le mani un manuale che intimava: «Pensa in serbo!».

Ma cosa vuol dire «Pensa in serbo!», con tanto di punto esclamativo? Giusto sarebbe archiviare questo libro sotto una valanga di sberleffi. Ma Predrag Matvejevic, in «Confini e frontiere. Fantasmi che non abbiamo saputo seppellire» (pagg. 142, euro 15), una raccolta di articoli e saggi pubblicati da Asterios Editore di Trieste con la prefazione e la traduzione di Giacomo Scotti, in quattro righe ci mette sull’avviso. Spiegando perchè quell’assurdo titolo non possa essere nato soltanto dalla mancanza di ironia. A scrivere «Pensa in serbo!», infatti, è stato il poeta Vitezovic. Lo stesso al quale Slobodan Milosevic aveva preso in prestito lo slogan «il popolo viene avanti», che caratterizzò i raduni nazionalistici serbi sul finire degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta.

Così, la risata si congela sulle labbra. La voglia di abbattere a suon di sghignazzi l’idiozia del nazionalismo serbo, e di tutti i nazionalismi con lui, viene meno. Perchè Matvejevic, in questa raccolta di scritti che hanno già fatto riflettere dalle pagine di giornali e riviste, ci riporta a un passato che non è ancora passato. A un tempo che confina pericolosamente con il nostro e con cui non abbiamo ancora saputo fare i conti. Il tempo in cui la Jugoslavia, ormai orfana di quel Tito che con un socialismo solo apparentemente dal volto umano era riuscito a tenere legate a un progetto comune genti, culture e lingue diverse tra loro, è esplosa come un vulcano da troppo tempo inattivo. Squadernando barbarie inimmaginabili sotto gli occhi del mondo intero e di noi europei, che ci pensavamo vaccinati dalla tentazione delle pulizie etniche dopo il massacro degli armeni e degli ebrei.

Ebbene, dice Matvejevic, non illudetevi che il martirio di Sarajevo, che il massacro di Mostar, che la distruzione meditata della Bosnia e il nodo irrisolto del Kosovo, abbiano messo in fuga per sempre i fantasmi dell’odio etnico, della vendetta, del sogno di creare la Grande Serbia, o la Grande Croazia, passando sul corpo di chi vive accanto a te. Perchè anche davanti alla brutalità imperante, ci sono stati fior di scrittori che hanno continuato a inghinocchiarsi davanti al Potere. E cita il caso di Milorad Pavic, autore dell’affascinante «Dizionario dei Khazari», apprezzato anche in Italia: figlio di un croato e di una serba «non ha versato una lacrima per la distruzione della città croata di Vukovar da parte dei serbi». E non basta. Per far capire più chiaramente da che parte stava, si è spinto a vaticinare che «nei momenti più cruciali della sua storia la Serbia ha saputo generare i suoi figli migliori. Così anche oggi». Intendendo dire, ovviamente, che il «migliore» non poteva che essere Slobodan Milosevic.

E che dire del romanziere e poeta Milovan Danojlic che nel 1963, in occasione di un compleanno di Tito, scriveva sul «Borba» un articolo trasudante ammirazione per il leader jugoslavo: «Compagno Tito, vivi felice e a lungo». E che non molti anni più tardi si sarebbe spinto a incensare Milosevic con un ardito gioco di parole da adulatore di razza: «L’aspirazione più profonda del popolo serbo è espressa dal grido emozionante Slobo-Slobodo». Mettendo assieme il diminutivo di Slobodan con la parola Slobodo, ovvero libertà.

Claudio Magris l’ha definito «un uomo libero» e Matvejevic non si fa scrupoli a menare fendenti, anche in questo suo libro, contro i talebani del mondo balcanico. Personaggi non meno pericolosi dei fondamentalisti islamici. Basta leggere il suo ritratto di Franjo Tudjman, il padre della Croazia indipendente, che da giovane si scagliava contro i «ripugnanti carnefici ustascia», definendoli «schifosi seguaci di Hitler». Gli stessi che, da presidente della Repubblica croata, chiamerà «veri patrioti croati». Dotato di un «amor proprio che non sopporta alcuna obiezione», dispotico al punto «che non consente agli altri di comportarsi in modo diverso da come lui desidera o auspica», con un gusto per la teatralità «da parata, da travestimento kitsch». Così, senza risparmiargli niente, lo dipinge l’autore di «Epistolario dell’altra Europa», «Breviario mediterraneo», «Mondo ex».

Per le staffilate che ha assestato ai potenti dell’ex Jugoslavia, per le richieste ad alta voce di non perseguitare gli intellettuali che dissentono con chi comanda, Matvejevic ha rischiato più volte di sparire. Condannato, minacciato, messo al bando, non ha mai accettato di restare in silenzio. Non ha mai patteggiato favori in cambio di una sua, seppur temporanea, disonestà intellettuale. E lo confermano le pagine di «Confini e frontiere», che vale più di un manuale di storia per capire davvero che cosa ha distrutto il concetto di convivenza e di rispetto nei Balcani.

Ma c’è una parte del libro, altrettanto bella, in cui lo scrittore si lascia andare ai ricordi. Quando accarezza il ponte di Mostar, quel vecchio Stari Most tirato giù dalle granate dei croati, che lo riporta alla sua infanzia. un periodo duro, segnato dalla fame, dalla miseria. Dall’assenza del padre spedito al fronte, e poi internato in un campo di concentramento. Ecco, quello era un tempo che lo portò a scoprire che, al di là del suo orizzonte, c’era tutto un mondo. Incarnato nella figura di Mario, un bersagliere italiano con cui strinse un’amicizia all’apparenza improbabile. Che abbatteva tutti i confini, che annullava le differenze di lingua, di idee, di bandiere.

Quell’incontro portava dentro sé la scoperta che la verità non è mai di un colore solo. E che lo scontro non porta con sé comprensione, perchè ci vanno di mezzo sempre gli innocenti.

Alessandro Mezzena Lona