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L’emigrazione degli Esuli secondo Marina Petronio (Voce del Popolo 31 dic)

TRIESTE – La parola “emigrazione”, non ha nulla di indeterminato, di vaporoso, di romantico. Indica una partenza di massa, con la perdita di una delle cose più preziose per l’uomo: il microcosmo che lo ha visto nascere e gli ha riempito l’anima di colori, suoni, sapori, che mai più ritroverà altrove. Ho tra le mani l’ultima fatica di Marina Petronio, un libro fresco di stampa dal titolo: “Profumo di caramello”. Marina Petronio è nata a Trieste dove si è laureata in Lettere classiche e dove risiede. Pubblicista, germanista, è autrice di articoli, saggi e traduzioni prevalentemente in ambito teatrale e musicale. Ha collaborato dal 1978 al 2000 al periodico “Voce Giuliana”, con articoli di cultura e curando la pagina dedicata all’emigrazione. Ha pubblicato (alcuni titoli): “Antonio Smareglia – Lettere” (1985), “Un provinciale a Vienna” (1991), “La canzone è finita, Robert Stolz, ultimo re dell’operetta” (1995), “Signor, il marinaio l’aspetta – Cronache di viaggio in Istria e Dalmazia” (1996), “Oltreoceano” (2000), “L’Ultimo sapore della vigna – Enrico Morovich” (2002), “Dyalma Stultus nei ricordi della moglie e degli amici” (2002), “Parole lontane – L’Istria nei ricordi di autori esuli” (2003), “Dyalma Stultus – carteggio 1927-1977” (2004), “Scritti vari – 1978/2000” nel 2006 e “Profumo di caramello” nel 2009.

Che cosa raccontano le pagine di questo suo volume?

Profumo di Caramello racconta una storia vera che ho raccolto dalla testimonianza orale della protagonista di emigrazione italiana del secondo dopoguerra e parte dal 1949 da quando è partita la protagonista verso l’Argentina fino al 1991 quando ritorna a Trieste parlando anche della sua prima infanzia che trascorse a Canelli nelle Langhe piemontesi.

Lei dunque conosce i protagonisti di questa storia, nella narrazione sono stati mantenuti i nomi originali delle persone citate, ci spieghi perché questo è importante.

Si, in effetti i nomi sono esattamente come nella realtà, ne abbiamo discusso con la famiglia, con la protagonista, e abbiamo deciso di usare questi nomi anche perché c’è il retroscena storico riguardante l’Argentina e, quindi, è opportuno mantenere la realtà storica anche dei personaggi.

Come è nata l’idea di questo titolo?

Il titolo nasce dal titolo del primo capitolo perché la protagonista da bambina abitava nei pressi di una delle tante distillerie di Canelli e quindi poteva osservare anche il lavoro degli operai i quali alla fine della settimana offrivano una piccola scatola di zucchero caramellato a lei ed alla sua sorellina.

È stato difficile ricostruire gli anni che la vicenda comprende?

Si, è stato molto difficile specialmente dal ’43 al ’45 anche perché nella zona del Piemonte, delle Langhe, c’è stata una storia molto complessa e inoltre quando le persone esprimono, raccontano i loro ricordi bisogna verificare se effettivamente combaciano con la realtà storica e questo richiede molto tempo e spesso anche fatica.

La famiglia Righi, ebbe un momento molto difficile, dove e in quale periodo?

Si, perché il padre della protagonista faceva parte della guardia nazionale repubblicana ad Asti e ovviamente subì le sorti, i problemi della guerra civile del periodo del ’43-’45. Per alcuni mesi la famiglia non ne conobbe le sorti e lo ritrovarono in un ospedale di Milano.

Righi era laureato in Economia e commercio, come mai decise di emigrare in Argentina?

L’idea di dare uno stacco con l’Italia era nell’aria da tempo nella famiglia, anche perché già altri parenti precedentemente si erano trasferiti. In quel periodo la politica di Peron favoriva soprattutto l’emigrazione di persone qualificate, laureate, tecnici, per cui anche Righi approfittò del richiamo dei cognati, che già da tempo risiedevano in Argentina e, quindi, nel 1949 emigrarono.

La famiglia Righi arrivata in Argentina come conquista la sua libertà di vita dignitosa?

Gli inizi furono molto difficili anche perché naturalmente mancava la conoscenza della lingua. All’inizio Ercole Righi va a lavorare in una cooperativa di italiani, costituita soprattutto da meridionali, però era un tipo di economia di gestione un po’ approssimativa, per lui che era abituato a dirigere una banca e, quindi, si trovava un po’ a disagio. Con il tempo riuscì a conquistare altri posti di amministrazione all’inizio a Sudà de Vita, che era una città costruita, voluta, appunto da Eva Peron e in seguito entrò nel colosso industriale che era la Techint, fondata appunto da un italiano, e che si espanse molto ed è tutt’ora un grande colosso della siderurgia.

Parliamo un po’ di Mirella Righi e di sua sorella minore Gigliola.

Mirella Righi completò gli studi in Argentina, frequentò le superiori, così come sua sorella Gigliola, che aveva qualche anno di meno. Frequentò ragazzi e ragazze argentini soprattutto nell’ambito della scuola e poi naturalmente dovette cercare anche lei un’occupazione consona. Fu per puro caso che attraverso le conoscenze di suo padre in Argentina conobbe Alberto Cernuschi, che era un nipote di un ben più noto Cernuschi fondatore di un museo orientale che si trova a Parigi, grande intenditore d’arte, che aveva una grande industria di filati ed allora le propone così per caso, siccome aveva grandi rimanenze di filati, di gestire un negozio con le sue lane. All’inizio Mirella è un po’ titubante perché pensava che non sarebbe stata in grado di affrontare da sola questo impegno, ma poi accetta e naturalmente anche con l’amministrazione del padre il negozio non solo ha fortuna, ma s’ingradisce talmente che tutta la famiglia acquista un altro locale molto più grande nel centro di Buenos Aires e si dedicano a questa attività. Mirella a Buenos Aires incontra il futuro marito …

Il futuro marito era Fiorentino Grando, originario dell’Istria. Suo padre veniva dal paesino di Carsette, anche loro erano emigrati nel secondo dopoguerra e il padre aveva subito trovato lavoro presso un connazionale e restò fisso in quel lavoro per tutta la sua vita. Avrebbe potuto, forse, dedicarsi di nuovo all’agricoltura come già faceva a Carsette, però non se la senti di affrontare un territorio nuovo, molto vasto, senza conoscere la terra, il clima ecc. Preferì adattarsi ad un lavoro giustamente enumerato e più tranquillo.

Cosa racconta Mirella Righi, quando la vita della sua famiglia s’intreccia alla turbolenta scenografia della storia e della politica argentine?

Naturalmente, la storia della famiglia vede in retroscena tutta l’inquieta politica argentina a cominciare dalla caduta di Peron e dalla successiva elezione degli altri presidenti fino a Menem. Proprio in seguito alla candidatura alla presidenza di Menem che la famiglia decide di ritornare in Italia, per non perdere tutto ciò che aveva conquistato in quegli anni. Certo, ci furono dei momenti molto difficili e molto delicati specialmente quando c’erano turbolenze di piazza, moti rivoluzionari, poi anche durante la dittatura militare nella quale bisognava fare molta attenzione a come ci si comportava e alla gente che si vedeva. Quindi, la famiglia nel suo vivere segue le vicende dell’Argentina, ma questo bisogna dirlo, succede a tutti gli altri emigranti i quali nei Paesi dove si sono trasferiti trovano anche le diverse condizioni politiche. In questo caso bisogna dire che chi si trasferì in Sud America, in Argentina, purtroppo dovette anche sottostare e subire le variazioni politiche, questo sicuramente influì sui destini economici delle varie famiglie.

Il suo libro racconta un tipo di emigrazione “sui generis”, diversa dagli stereotipi ai quali si fa di solito riferimento?

Si, infatti, si vede sempre l’emigrante come il povero, con la valigia di cartone, si è rimasti legati a quell’immagine, in realtà esiste ed è esistita una forma di emigrazione italiana d’alto livello che ha anche cambiato le abitudini e la cultura dei Paesi dove è stata ospitata. Questo è successo in tutti i Paesi di emigrazione, basti pensare appunto all’Argentina, che ha sicuramente più risentito della presenza italiana sotto tutti gli aspetti, però, se noi pensiamo anche all’Australia e agli Stati Uniti, alla cucina, all’arte, alla moda ecc., l’Italia ha sempre avuto una parte predominante, un’influenza alla quale nessuno ha potuto sottrarsi.

Progetti futuri?

Un altro mio libro è gia pubblicato. Quando viaggio tengo sempre il diario, ho riordinato quattro diari di viaggio per mare, ed è nato un libro che ho presentato in occasione della “Barcolana di carta” che si è tenuta a Trieste, un salone del libro aperto quest’anno per la prima volta accanto alla gara nautica e, quindi, si può trovare nelle librerie questo mio nuovo lavoro.

Nadia Giugno Signorelli

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