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L’Aja: Mladic è in Serbia, catturatelo (Il Piccolo 29 mag)

di MAURO MANZIN

TRIESTE «Mio marito è morto, voglio riscuotere la sua pensione». Richiesta del tutto normale, ma diventa quantomeno ”insolita” se a pronunciarla è niente meno che la moglie del generale Ratko Mladic, l’uomo più ricercato al mondo dopo Osama Bin Laden. Dunque, presumibilmente morto. Irreperibile dal 1995 di lui si sarebbero ufficialmente perse le tracce da almeno cinque anni. L’avvocato della famiglia del generale, Milos Saljic non ha dubbi: è oggettivamente impossibile, sostiene il legale, che sia ancora in vita costretto alla latitanza, a vivere in baracche e all’addiaccio tra i boschi o a nascondersi nei dirupi e visto che già dieci anni fa le sue condizioni di salute erano particolarmente precarie. E poi, aggiunge, è impossibile che tutto lo spiegamento di forze che fin qui lo hanno cercato, affiancato da cacciatori di taglie non siano ancora riuscite a scovarlo. Quindi l’avvocato ha presentato legale istanza al Tribunale perché la presunta vedova Mladic riscuota la pensione del ”defunto” generale, arretrati compresi. L’onere della prova che sia ancora vivo? Allo Stato serbo naturalmente.

Di tutt’altra convinzione invece il procuratore generale del Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi), Serge Brammertz, il quale sostiene che fonti inequivocabili sostengono che Mladic si trova in Serbia e invita, per l’ennesima volta, le autorità di Belgrado di contribuire alla sua cattura, precisando che i capi di accusa nei confronti dell’ex generale serbo-bosniaco da 15 sono diventati 11. Il ministro responsabile per i rapporti con il Tpi Rasim Ljajic è andato su tutte le furie. Ha replicato a Bremmertz che lo sforzo dello Stato serbo per catturare Mladic è al massimo e ha commentato la richiesta della moglie del criminale di guerra come «una colossale presa in giro all’intera Serbia».

Sta di fatto che per un lungo periodo Mladic pensionato serbo lo è stato veramente e lo stesso ministro Ljaljic, vistosamente imbarazzato, dovette ammettere nel 2004 che «fino alcuni mesi» fa le cose erano veramente così, ossia lo Stato gli versava regolarmente la pensione. E ora si fa viva la moglie Bosa.

Tra le tante ipotesi che circolano in queste ore a Belgrado, è che il generale possa anche essersi suicidato, atto questo già compiuto nella sua famiglia dal nonno, dal padre e dalla figlia, si dice, per la vergogna di quanto avesse fatto suo padre in Bosnia. C’è solo un piccolo particolare: manca il presunto cadavere. Dunque, siamo a una sorta di cane che si morde la coda. Bisogna altresì ricordare che realmente nelle ultime settimane sembrava che le autorità serbe stessero stringendo il cerchio attorno al fantomatico Mladic e ora queste richieste, forse per agitare le acque o per distogliere l’attenzione. Difficile a dirlo.

Nel frattempo sono giunti al Tpi, invece, i diari di guerra di Mladic dal 1993 al 1996 ritrovati nella sua libreria personale. Da una sommaria lettura degli stessi affiorano fatti che stanno sconvolgendo in queste ore l’opinione pubblica croata. In essi, infatti, si parla di una vendita di benzina e armi ai serbo-bosniaci da parte dell’esercito croato per una cifra di 1 milione e 200 mila marchi, così come altri 9 milioni di marchi entrarono nelle tasche di Mladic & Co. grazie a un accordo raggiunto in quei tempi in Ungheria in base al quale i serbi non avrebbero più bombardato Slovonski Brod mentre i croati avrebbero garantito l’approvvigionamento dell’elettricità a Jajce (in mano serba), mentre gli uomini di Mladic avrebbero fornito l’acqua alle truppe croate. Su tutto spiccherebbe poi l’accordo Tudjman-Milosevic sulla spartizione della Bosnia con il relegamento dei musulmani in una sorta di ”riserva etnica”.

Fatti del tutto verosimili e di cui si sono già occupate le cronache di quei infuocati giorni di guerra. Molto si parlò già a quel tempo di un accordo segreto tra Milosevic e Tudjman. E poi sul territorio bellico, in quei giorni, era possibile acquistare e vendere di tutto. L’ex esercito jugoslavo offriva addirittura un carro armato che costava 500 mila marchi cui doveva aggiungersi un piccolo surplus se lo si voleva anche con l’equipaggio già pronto. Non aveva alcuna importanza contro chi poi quel carroarmato avrebbe sparato. L’importante era il business, tutto cash, ovviamente.

Su tutto resta il ”fantasma” di Mladic. Vivo o morto, su lui c’è ancora una taglia da un milione di dollari.

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