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La Voce del Popolo – 300807 – La poesia di Soiatti-De Crivis

Sono sedici poesie senza titolo, indicate da numeri romani; ciascuna conta sette versi. Si potrebbe parlare, quindi, di un mini-mini-poema di centododici versi suddivisi in sedici strofe. Sotto il titolo “La ballata della nostalgia”, ce l’offre un poeta polesano trapiantato prima ad Alghero e poi a Novara dalla fine del 1950, dunque da circa sessant’anni: Otello Soiatti, nato “drio l’Arena” nel 1930, nei circoli letterari del Bel Paese conosciuto come Otello De Crivis.
Soiatti-De Crivis è uno dei pochi poeti degni di tale nome nell’affollato piccolo mondo della diaspora italiana dell’Istria, ed attivissimo operatore culturale a Novara e in Lombardia. Finora ha firmato una quarantina di testi di narrativa, saggistica, arte, teatro e, soprattutto, di poesia (in italiano ed istro-veneto), da “Momenti lirici” a “Jera ‘na volta”, degli inizi, fino alle più recenti produzioni: “Breviariando”, “Effemeridi d’autunno”, Silloge del poi” e questa plaquette che è “La ballata della nostalgia” con la quale torna a viaggiare nella terra istriana.
Chi frequenta la letteratura di lingua italiana della regione istro-quarnerina ed ha i capelli bianchi o ne ha pochissimi in testa come lo scrivente, dovrebbe ricordarsi dei primi passi compiuti sulla via letteraria da Otello Soiatti. Scorrendo l’edizione del 5 ottobre 1950 del quotidiano di Fiume “La Voce del Popolo” si trova una pagina dedicata a “Nuove premiazioni ai Concorsi dell’Unione degli Italiani” e, in essa, i nomi dei premiati nell’edizione (la quarta) di quell’anno, con i commenti della giuria e l’annuncio della prossima pubblicazione di una rivista mensile di cultura, “Orizzonti”, il cui primo numero uscì infatti quello stesso anno e fu anche l’unico, l’ultimo. In quell’edizione del Concorso furono premiati: Ervino Sepich di Fiume per il racconto “Il camaleonte”, Sergio Turconi e Lucifero Martini per la commedia in tre atti “Questa nostra terra”, Otello Soiatti per il dramma storico in quattro atti “La schiava istriana”, Lucifero Martini per la poesia “Impressioni”, Giacomo Scotti per la breve silloge poetica “Colloqui e soliloqui” e Salvatore Cristaudo per la poesia “Alba di lavoro”. Ecco, da allora prese a circolare sulla carta stampata il nome di Otello che presto, quello stesso anno, in novembre, prese la via dell’esilio. Avrebbe ripreso i contatti letterari con la terra natale sono cinquantasette anni dopo, pubblicando una poesia inedita sulla pagina “Esuli & Rimasti”.
“La ballata della nostalgia” è un commovente abbraccio, uno struggente ritorno col cuore, attraverso la memoria, al “bianco scoglio d’Istria”. Dopo aver ricordato tante volte in versi la sua Pola, stavolta Otello approda a Rovigno. La silloge è stata scritta in ricordo dell’ormai scomparsa moglie rovignese (“nell’anno del cinquantennio delle nozze rimasto solo sul calendario”): colei che avrebbe accompagnato il poeta per tutta la vita lo aveva incontrato “nella piazza sulla sponda del mare / dove la torre ingloba l’orologio” di fronte alla Porta antica di città. Era una ragazza sedicenne che, lasciando quel “canton da paradeiso”, quell’angolo di paradiso, approdò dapprima a Trieste “sulla tolda di un vaporetto bianco” per poi raggiungere la Sardegna e incontrarvi di nuovo il ragazzo polesano che l’aveva seguita. La vita dell’esilio in patria continuerà a due tra la Sardegna e il Piemonte, con il pensiero costantemente rivolto alla terra dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima gioventù. Un tempo che sotto la penna di Otello Soiatti si è trasformato in poesia venata da un sottile dolore fecondo.
Ora, rimasto solo, senza la sua ragazza rovignese, come poteva Otello non coltivare anche la nostalgia di Rovigno, del primo e unico amore? Ed ecco nei versi de “La ballata” riemergere la cittadina con “la Santa che lasciò Costantinopoli / dentro un sarcofago di marmo galleggiante” per poi salire sul Monte e sulla vetta della chiesa costruita sulla Grisia “col suo timore nautico in cima al campanile”, Rovigno con la piazza che sta ancora sopra il terrapieno che unisce l’ex isola alla terraferma rendendola una penisoletta, con le battane “pigre a dondolare in seno all’onda / pronte alla venturosa pescagione”, con i pescatori che cuciono le reti al riparo della bora….
Ma soprattutto, ora che il silenzio ha sigillato le labbra della fanciulla incontrata su quella piazza e sposata in Sardegna, il poeta si sofferma a guardare
“… sfocati fotogrammi in trasparenza
presi ad ausilio di una compagnia
che dipana il linguaggio dall’infanzia
irriducibile nelle sue dimestichezze
vissute nel porto a cui si fa ritorno”.
Il poemetto si conclude con “ombre verdi in primavera” e
“miraggi colorati e un autunno
che sparge al suolo ricci di castagno
insieme alla foglia riposta dentro al diario
col tocco giallo intenso della nostalgia”.
Ignoro se, dopo la partenza da Pola all’età di vent’anni, Otello abbia mai rivisto l’Arena e Rovigno; è però certo che, con il pensiero ed il cuore, non ha mai lasciato questa terra, dialogando con essa in poesia. Un dialogo che affettivamente continua.

Gino Sergi

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