La vita nel campo profughi del Real Bosco di Capodimonte a Napoli

Tra il 1943 e il 1954, circa trecentomila persone lasciarono le proprie case in IstriaFiume e Dalmazia a seguito delle persecuzioni e degli eccidi delle foibe operati dalla polizia politica dell’Esercito Popolare di Liberazione jugoslavo contro la popolazione di lingua e cultura italiana.

Questo esodo raggiunse l’apice al termine della Seconda Guerra Mondiale, quando, col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, l’Italia cedeva alla Jugoslavia questi territori (parte della cosiddetta “Venezia-Giulia”), costringendo la popolazione giuliana a optare tra la cittadinanza jugoslava e quella italiana. In un clima di forte tensione sociopolitica, la quasi totalità della popolazione scelse di rimanere italiana, dando avvio a un esodo di massa.

Dal nord-est, gli esuli giunsero nei Centri Raccolta Profughi sparsi in ogni parte d’Italia (ma alcune migliaia emigrarono anche verso le Americhe, in Sud-Africa e in Australia). Napoli e i comuni dell’area metropolitana diedero un importante contributo, accogliendo centinaia e centinaia di profughi che nel corso degli anni arrivarono in attesa di andare altrove, o per rimanerci per sempre.

I profughi “giuliani” a Capodimonte

Nel Real Bosco di Capodimonte si trovava il più grande e il più longevo dei centri di accoglienza di Napoli.

Dal 2 febbraio 1947 fu concesso a numerose famiglie di profughi giuliani di occupare le baracche appena abbandonate dai soldati Alleati inglesi di stanza in città.

Le 66 baracche erano abitate da una o più famiglie, a seconda delle dimensioni, e in tutto il campo arrivarono a risiedere fino a 110 famiglie circa.

Il campo profughi era diviso in 3 insediamenti, denominati “1° Campo” (17 baracche), “2° Campo” (4 baracche) e “3° Campo” (45 baracche).

Per anni il Bosco di Capodimonte divenne il luogo dove si svolgeva con grande difficoltà la vita di uomini, donne, bambini e anziani, ma anche il luogo di ritrovo e socialità, dove trascorrere insieme le feste, celebrare i santi patroni delle città di origine (come la celebre festa del 15 giugno per S. Vito, patrono di Fiume) e dove mandare i bambini all’asilo.

Nel corso degli anni il numero di famiglie presenti nel Bosco di Capodimonte diminuì finché le ultime 17 famiglie (ormai non tutte di profughi) furono costrette a lasciare definitivamente il campo con l’abbattimento delle ultime baracche avvenuto nel 15 giugno 1992. 

Diego Lazzarich
Delegato provinciale di Napoli dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia

Fonte: Museo e Real Bosco Capodimonte – 06/02/2023

Archivio fotografico Carbone
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