20.09.2026 – Dieci filari di viti. Dell’uva bianca non so il nome. Due filari di uva fragola.
A Malvicino. Abbiamo iniziato la nostra piccola vendemmia. Claudio sarebbe stato contento, tanta tanta uva. Mai raccolta tanta.
Ma quest’anno anche chili e chili di verdi fichi, dolcissimi.
Decine di chili di susini: lunghi e viola. Molti beccati dai merli, il becco arancione ne ha irrimediabilmente danneggiato molti.
Raccogliamo l’uva man mano che matura. Grappoli biondi di chicchi bislunghi, dolci ma qualcuno anche acidino. Quei frutti nascono e crescono da soli. Le uniche mani di uomo che tocca quelle piante – le mie – tolgono solo “i bastardi “.
Niente verderame, niente di niente. Solo aria sole pioggia e vento.
I “ bastardi”…se non li tagli per tempo, lunghi, ma proprio lunghi; metri e metri di rami e foglie che s’intrecciano tra di loro creando indistricabili matasse, legate dai pampini.
L’uva fragola, i chicchi rotondi blu scurissimo, sapidi e dolci.
E, come ogni volta che sono a Malvicino, ma come ogni giorno della mia vita, da sempre, ma soprattutto in questi momenti, il pensiero va a Orsera…
Settembre, dal 15 settembre… Santa Femia. “Per santa Femia, scuminsia la vendemia”. E iniziava la vendemmia.
Per il giorno stabilito, tutto perfettamente organizzato: per farsi aiutare, erano stati invitati amici e parenti molto per tempo, per timore che altri li convocassero; pronte “le castellane e le brente”, pronti i carri.
Il giorno prima le donne preparavano il pranzo frugale, ma non tanto… una minestra “fissa” piena di lasagne preparate da loro, tante fette de persuto taià a man, fette grosse rosa dolci, squisite. Il pane fatto e cotto nel forno di casa. Tutto pronto.

A Boveda, i miei pranzavano seduti sotto quell’immenso ciliegio che accoglieva tutti, e solo per momenti di gioia.
Tra scherzi, risate, “strambotti”, qualcuno, fatto dagli uomini, anche pesante dopo le abbondanti. libagioni. Ma le donne fingevano di non capire, sedute tra di loro a ciacolar, a controllare i giochi dei bambini; le ragazze grandi a butar qualche ociada assassina verso il giovanotto che le piaceva.
E, poi, si riprendeva a raccogliere la bionda malvasia, il nero refosco, il chiaro moscato che a Orsera non diventava un vino dolce, ma secco e profumato, meraviglioso nettare.
Si vendemmiava cantando, soprattutto le donne, lieti. Contenti di aiutare il papà, il nonno che rimbrottava: «Attento che sti fioi no fassi dani!».
E noi pici? Pronti ad aiutare; ma non ci volevano tra i piedi. Eravamo in mezzo ai grandi che ci cacciavano minacciando castighi tremendi. Ma noi sempre là: a raccogliere qualche grappolo caduto a terra, a buttarli nelle brente, nonostante i rimproveri, tenacemente convinti di renderci utili.
Ma, che sia il ricordo che rende dolce ogni cosa? Tutti felici. Ricordo solo sguardi affettuosi, manate sulle spalle, risate, canzoni.
Finita la raccolta, si caricavano sui carri le castellane strapiene, i muli o le bianche boscarine che lentamente, faticosamente trainavano i carri.
La discesa de san Martin fatta con i freni tirati, le redini legate ai muli e alle mucche, tese per il carico pesante. Parenti amici e fioi tornavamo a piedi. Anche se stanchi, sempre in allegria. Le morede più grandi a braccetto col moroso, le altre a contarse stupidezi.
Boveda non era troppo lontana dal paese, si poteva fare. Più importante della stanchezza era stare assieme, godere della compagnia delle persone che amavi. I più pici portati a cavalluccio sulle spalle dei papà, mezzi addormentati con la testa che ciondolava di qua e di là.
Ho la foto di una vendemmia. Non so in quale campagna. Poteva essere il 1934, poco più, poco meno.

Ci sono dei giovani orsaresi, giovanotti e ragazze , anche la mia mamma, bellissimi con dei tralci di vite in mano. Sorridenti, contenti. Le ragazze tutte vestite uguali, di bianco. Forse per una recita fatta in campagna, certamente in tempo di vendemmia. Non si immaginava, allora, che quella tranquilla serenità sarebbe, di li a pochi anni, finita in tragedia.
Arrivati a casa, di corsa in cantina. L’uva buttata nelle grandi botti di legno scuro, quasi nero, pronta per la pigiatura. Fatta con le gambe. E fraca… e fraca…e che fatica e che rimbambimento causato dai vapori da quello che stava diventando mosto.
Dopo una settimana finiva la fermentazione… boir su la mare… perché il mosto doveva mantenere la sua dolcezza.
Entro novembre il vino era pronto: “Per san Martin, ogni mosto xè vin”.
Il vino nuovo amabile dolce frizzante lo si dava da bere anche ai fioi: si pensava avesse virtù curative e, forse, avevano ragione. Non era San Paolo che sosteneva di far bere agli ammalati qualche bicchiere di vino?
Alla mia mamma, malata di leucemia, il suo medico ha sempre consigliato di bere del terrano nero robusto forte legnoso, due bicchieri al giorno. Non è un segreto che gli Istriani erano (sono?) dei grandi bevitori.
Lo ricordava anche Monsignor Tommasini nei suoi Commentari: «[…] ma tanto ne bevono… e ne fanno bere, che la maggior parte si consuma nella provincia».

Ad Orsera avevamo poca acqua. L’acquedotto non era ancora arrivato, a causa della guerra si era fermato a Parenzo. I Crasti erano tra i fortunati che raccoglievano l’acqua piovana in una cisterna. Ricordo ancora la pompa per far scendere l’acqua. Una lunga “esse” di ferro scuro, un gran manico ricurvo, in alto un piccolo contenitore dove si versava poca acqua per farne scendere quanta serviva…. e via a pompare!
E la davano anche a qualche amico che la chiedeva. Ma l’acqua era ben più preziosa del vino che poi si vendeva. Se un foresto chiedeva dell’acqua, immancabile la risposta: «No, sior, vin quanto che la vol, ma aqua no la gavemo».
Biagio Marin, innamorato dell’Istria e che, spesso, veniva ad Orsera, scrive in una sua poesia dedicata al mio paese:
[…] Dute le case ‘veva una cantina
e tanto vin de fane una fiumera.
Con l’istituzione di scuole agrarie, il vino istriano, già buono, è migliorato, grazie soprattutto all’Istituto agrario di Parenzo, fondato nel 1898 e specializzato in viticoltura ed enologia. Nel 1934 la sua cantina sociale raccoglieva 14.000 ettolitri ed era famosa per l’ottima qualità e la varietà dei vini.

Tutto questo tanti tanti anni fa. Quella “normale” felicità è finita bruscamente.
Quella piccola vendemmia a Malvicino continua, non si è interrotta nonostante Claudio non ci sia più.
Oggi, 20 settembre, raccoglieremo ancora l’una bianca e la fragola, tutti assieme Andrea, Laura grande, Laura piccola, Paolo e Luca, ricordando Claudio che oggi avrebbe compiuto 86 anni. Tutto continua.
Noi intenti al nostro piccolo raccolto, in Istria, ovunque nell’amata Istria, tutto continua.
In questi giorni si sta vendemmiando. Dopo molti anni in cui non si produceva che pochissimo vino, quasi esclusivamente per uso familiare, le viti quasi sparite, si produce di nuovo dell’ottimo vino Malvasia e Refosco. A Orsera ho trovato quel meraviglioso moscato secco, come una volta.

Ma non siamo noi a produrlo, non siamo più a Boveda a pranzare sotto il grande ciliegio assaporando quel persuto taià groso. Che c’è ancora.
Ma non siamo là, a gustarlo. Ma bisogna essere positivi.
Si stanno mantenendo vive le nostre antiche tradizioni, anche se i carri con le castellane tirati dalle bianche gigantesche boscarine sono sostituiti dai trattori che rompono il silenzio.
E il vino si chiama sempre ancora malvasia e refosco. Come da sempre avveniva e come ancora oggi accade.
Prosit!
Anna Maria Crasti
Esule da Orsera e Consigliere nazionale dell’ANVGD
