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La tragedia dell’Istria non è colpa degli angloamericani (Il Giornale 23 mar)

La stanza di Mario Cervi

La tragedia dell’Istria non è imputabile agli angloamericani

 

Caro Cervi,

Mi riferisco alla sua Stanza di qualche giorno fa. Sono un esule istriano e condivido integralmente, ripeto integralmente, quan­to scritto dal signor Luciano Valenta. È la prima volta, dalla na­scita del Giornale, che mi trovo in totale disaccordo con il suo pensiero. Le guerre non si dovrebbero mai fare (veda quella in atto con la Libia) ma una volta decise bisogna portarle avanti con onore e sacrificio. La nostra tragedia è iniziata l’8 settem­bre e le colpe non sono da attribuire a chi decise la guerra (dove mi lascia Vittorio Emanuele III?) ma a fattori, come lei sa, ben più complessi. Non pensa che tutte le nazioni, Inghilterra, Fran­cia, America in testa, non abbiano avuto un ruolo primario nel­la immane tragedia? L’orrore delle foibe non appartiene solo alla disfatta, ai titini ed ai comunisti, ma soprattutto alla volontà dei vincitori che non vollero contrastare quanto fatalmente sarebbe accaduto. Chi permise a Tito di attestarsi in Trieste co­me padrone per 40 giorni? Perché Freyberg, con la sua divisio­ne di australiani si fermò tre giorni a Monfalcone? Questi sono i veri occulti colpevoli. Dovremmo fare un monumento in ogni città a Maria Pasquinelli, forse neppure istriana, che vendicò con qualche colpo di rivoltella tutte le sofferenze di noi istriani. Sono profondamente avvilito ed anche umiliato che un genti­luomo come lei non abbia saputo cogliere nelle parole dell’esu­le il profondo dolore di quegli avvenimenti lontani. Le sarò gra­to se potrà far avere al signor Luciano Valenta la mia lettera. Continuerò a leggerla ma, non le nascondo, con minor diletto.

Antonino Azzarà – Genova

 

Caro Azzarà,

non vorrei proprio scontentare un lettore fedele e attento quale lei è, ma ritengo di dover insistere. All’appassionato atto d’accusa di Luciano Valenta contro quanti hanno causato o aggravato la tra­gedia degli istriani avevo opposto un’ obiezione: quella che non fossero stati citati, tra i colpevoli dei lutti, delle soffe­renze e dell’esilio, il fascismo e Mussoli­ni. Perché, argomentavo, tutto era deri­vato dalla partecipazione alla seconda guerra mondiale e dalla sconfitta. Lei contesta questa tesi, fa datare le sven­ture istriane dall’8 settembre 1943 così assolvendo chi decise l’intervento. E mi chiede, proprio a proposito dell’inter­vento stesso, dove io lasci Vittorio Ema­nuele III. Lo lascio al suo ruolo di compri­mario coronato. Assecondò il Duce, e ha pagato con la perdita del trono, ma l’ini­ziativa non fu sua. Secondo lei l’occupazione titina di Trieste e il calvario delle ter­re strappate all’Italia dipesero dalla vo­lontà dei vincitori angloamericani. Così forte è la sua convinzione da indur­la a proporre monumenti per Maria Pa­squinelli, che lo stesso giorno della fir­ma del trattato di pace a Parigi -10 feb­braio 1947 – uccise a Pola il generale in­glese De Winton. Ho avuto e ho la massi­ma comprensione per quel gesto, scatu­rito da un vortice di emozioni e frustra­zioni terribili. Ma il trasformare colei che lo compì in un’eroina per avere puni­to esemplarmente un incolpevole gene­rale mi pare profondamente sbagliato. Intendiamoci, gli alleati hanno commes­so errori tremendi sia in Italia sia altro­ve, impedirono a esempio che fossero portati aiuti alla divisione Acqui a Cefalonia l’indomani dell’armistizio (ma un tremebondo Badoglio non aveva saputo far suo il progetto di far atterrare vicino a Roma l’ottantaduesima divisione aero­trasportata.).Ci furono indugi deleteri e condiscendenze fatali verso gli avanzan­ti sovietici – nella Germania in rotta – e verso gli avanzanti titini, dalle nostre par­ti.Gli inglesi in particolare ebbero un at­teggiamento freddo e a volte ostile e pu­nitivo. Ma era difficile aspettarsi qualco­sa di diverso dal Paese bollato per anni dalla propaganda fascista come la perfi­da Albione, e stramaledetto. Lei chiama in causa Inghilterra, Francia, America. L’Italia proprio non aveva nulla da rim­proverarsi? Non pretendo un giudizio di­staccato da chi si sente coinvolto a fondo negli avvenimenti, e nel dolore. Mi ren­do conto di tutto, rispetto tutto. Ma altra cosa è la commozione, altra è la valuta­zione storica. Lo scrivo, caro Azzarà, con amicizia, e nella speranza che lei la ri­cambi.

 

(courtesy MLH)

 

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