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La strada europea della Serbia (osservatoriobalcani.org 17 nov)

di Alvise Armellini

Il primo vertice intergovernativo tra Italia e Serbia, conclusosi a Roma il 13 novembre con la firma di un accordo di partenariato strategico, ha riconfermato il sostegno italiano alle aspirazioni europee di Belgrado. Al termine dell’incontro con il presidente Boris Tadić, con il premier Mirko Cvetković e con altri nove ministri serbi, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha addirittura promesso un ingresso europeo della Serbia “prima della data ultima fissata per il 2014”, anche se in realtà per i Paesi dell’allargamento Ue scadenze precise non esistono. Specie dopo l’esperienza della Bulgaria e Romania, ammesse nel 2007 malgrado i ritardi nelle riforme solo perché i governi europei avevano fissato preventivamente quella data. Quello che l’Italia sta facendo, in realtà, è spingere Belgrado a presentare al più presto la propria candidatura all’Ue: un modo per superare il blocco olandese che, a causa del mancata consegna dell’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić alla giustizia internazionale, ha finora bloccato il cammino europeo della Serbia. Ma anche se l’ostacolo dell’Aja venisse superato, il percorso verso Bruxelles resta accidentato a causa della “fatica da allargamento” degli Stati membri Ue – Germania in primis – e del nodo irrisolto sul Kosovo. Belgrado può consolarsi con l’abolizione dei visti per l’area Schengen, attesa dal 19 dicembre: il 12 novembre il Parlamento europeo ha dato il proprio assenso, spianando la strada per il via libera definitivo da parte del Consiglio dei ministri dell’Interno Ue, previsto il 30 novembre

L’Italia tifa per la Serbia nell’Ue

Il governo europeista che fa capo al presidente Boris Tadić, alle prese con una crisi economica molto profonda, è ansioso di dare ai propri cittadini buone notizie sul fronte Ue. Ma dopo la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) nell’aprile 2008, il percorso europeo di Belgrado si è arrestato. Prima di qualsiasi nuovo passo, l’Olanda esige che la Serbia dimostri la propria “piena cooperazione” con il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi), e quindi ha ottenuto il “congelamento” dell’Asa sia sul fronte della ratifica da parte dei parlamenti nazionali dei Ventisette, sia su quello dell’applicazione del protocollo ad interim, che riguarda gli aspetti commerciali. Con l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić, avvenuto nel luglio 2008 a Belgrado, la gran parte degli Stati membri Ue e la Commissione europea si erano convinti che la Serbia avesse dimostrato la propria buona volontà. Ma l’Olanda continua a insistere sull’arresto degli ultimi due fuggitivi delle guerre dell’ex Jugoslavia: oltre a Mladić, accusato del genocidio di Srebrenica, è ancora latitante l’ex leader dei serbi di Croazia Goran Hadžić. Per superare l’impasse, l’Italia suggerisce a Belgrado di saltare alla casella successiva, senza curarsi dello scoglio olandese. “Il mio consiglio alla Serbia è di andare avanti comunque con la domanda di adesione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Franco Frattini al termine dell’ultima riunione con i colleghi Ue, il 27 ottobre a Lussemburgo. Posizione che ha ripetuto pochi giorni dopo a Bruxelles, in occasione di un summit dei Ventisette.

Ma la Germania frena

Il suggerimento italiano è stato raccolto subito dal ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremić. “Le condizioni essenziali per la presentazione della nostra candidatura all’Ue ci sono. Contiamo di farlo entro la fine di quest’anno”, ha annunciato alla commissione Esteri del Parlamento europeo di Bruxelles lo scorso 5 novembre. Ma la Serbia rischia di aver fatto i conti senza l’oste, che nell’Ue vuol dire soprattutto la Germania. “In Europa non conta chi hai dalla tua parte, ma chi ti è contro”, spiega una fonte diplomatica, sottolineando come negli ultimi tempi il governo di Berlino abbia assunto una posizione sempre più scettica sui temi dell’allargamento. Prima con la scusa che non si poteva pensare ad espandere il club europeo senza risolvere il pasticcio del Trattato di Lisbona; poi chiedendo un “time out” su un dossier sensibile in vista delle elezioni che si sono svolte il 30 settembre; e ora invocando un diritto di prelazione del Bundestag su tutte le decisioni a livello europeo, incluse quelle sull’allargamento. Per questi motivi il Montenegro ha dovuto aspettare oltre quattro mesi affinché la propria candidatura all’Ue venisse rinviata all’esame “tecnico” alla Commissione europea, lo scorso aprile. E l’Albania, che ha bussato alla porta dell’Ue nello stesso mese, ha ricevuto il via libera solo il 16 novembre. In questo contesto, è difficile che la candidatura Ue della Serbia possa andare molto lontano: per il governo tedesco sarebbe fin troppo facile nascondersi dietro la posizione “di principio” dell’Olanda per resistere all’azzardo italo-serbo.

Resta lo scoglio Kosovo

A complicare il quadro c’è anche la questione del Kosovo. La Serbia continua a insistere sul non riconoscimento della sua ex provincia, convinta che l’anno prossimo la Corte internazionale di giustizia dell’Aja contesterà la legalità della dichiarazione d’indipendenza di Pristina. "La Serbia non farà passi indietro nella tutela della propria integrità territoriale”, ha dichiarato Tadić a Roma, promettendo di continuare “la lotta con tutti i mezzi giuridici”. Ma se da una parte l’Unione europea non ha molti titoli per sindacare, visto che sulla secessione kosovara si è spaccata con ventidue Paesi a favore e cinque contro, dall’altra i segnali di malumore nei confronti dell’intransigenza serba si moltiplicano. “E' impossibile che la Serbia faccia qualsiasi richiesta di adesione se continua ad avere rapporti tesi con i vicini kosovari. La Serbia deve trovare un modo per avere rapporti amichevoli con il suo vicino, il Kosovo”, ha osservato recentemente la popolare tedesca Doris Pack, uno degli eurodeputati più preparati sui Balcani. A Bruxelles non piace, per esempio, l’atteggiamento di Belgrado rispetto alle elezioni amministrative dello scorso 15 novembre, che i serbi del Kosovo sono stati esortati a boicottare. E si reclama anche un maggiore spirito di collaborazione con EULEX, la missione di polizia e giustizia che l’Ue ha spedito nel nuovo Stato balcanico.

Le gaffe di Jeremić appesantiscono il clima con l’Ue

Ad appesantire il clima contribuiscono anche le “sparate” del giovane ministro Jeremić, che a Bruxelles ha scherzato sul fatto che “l’Europarlamento ci ama così tanto da avere due relatori sulla Serbia, uno per la Serbia vera e propria e uno per la provincia del Kosovo” ed ha lasciato interdetti molti eurodeputati paragonando i serbi che partecipano alle elezioni kosovare ai ministri albanesi che partecipavano al governo dell’ex dittatore Slobodan Milošević. Per di più, Jeremić ha rivelato una vena “egoista”, invitando l’Ue a non “mischiare” la candidatura Ue della Serbia con quella della Turchia, e venendo accusato di aver fatto pressioni sull’eurocamera affinché l’imminente abolizione dei visti Ue per Serbia, Montenegro e Macedonia non venisse estesa anche a Bosnia Erzegovina e Albania.

Ci si consola con i visti e si spera nello sblocco dell’Asa a dicembre

Per ora l’unico fronte che regala soddisfazioni agli europeisti di Belgrado è quello dei visti. Il 12 novembre il Parlamento europeo ha approvato il rapporto sulla loro abolizione per Serbia, Montenegro e Macedonia, ma soprattutto ha adottato una dichiarazione congiunta con il Consiglio Ue in cui si promette che la misura scatterà dal 19 dicembre. “E’ un regalo per le vacanze di Natale”, ha commentato la relatrice Tanja Fajon, eurodeputata del partito socialdemocratico sloveno, assicurando che il via libera finale arriverà il 30 novembre dai ministri dell’Interno dei Ventisette. E per Albania e Bosnia, per ora escluse dal provvedimento, c’è l’impegno ad aprire le frontiere “al più presto possibile”, non appena avranno rispettato le condizioni. Un traguardo che secondo Fajon potrà essere centrato “realisticamente” nel luglio 2010. Ma per la Serbia potrebbero arrivare altre novità positive il 3 dicembre, quando il procuratore capo del Tpi, Serge Brammertz, presenterà il suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Se il giudizio sulla cooperazione di Belgrado sarà positivo, l’Olanda potrebbe ammorbidire la sua posizione: lo ha assicurato il ministro degli Esteri Maxime Verhagen, dopo un dibattito al parlamento dell’Aja l’11 novembre.

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