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La morte di Puri Purini, esperto diplomatico del confine orientale – 10feb13

È morto Antonio Puri Purini, ambasciatore e consigliere diplomatico del settennato di Carlo Azeglio Ciampi. «Apprendo la dolorosa notizia della scomparsa di Antonio Puri Purini ed esprimo la mia profonda personale commozione condivisa da tutti i collaboratori della Presidenza della Repubblica tra i quali egli si distinse per l’alto livello dei suoi contributi e per l’alta distinzione della sua figura». Lo afferma Giorgio Napolitano in un messaggio inviato alla famiglia.

 

«Diplomatico eccellente di lungo corso, Puri Purini al culmine della sua carriera ebbe possibilità di esplicare al massimo le sue speciali attitudini istituzionali e culturali nel servizio reso come consigliere diplomatico del presidente Ciampi e infine come ambasciatore». «La diplomazia italiana e le istituzioni repubblicane gli debbono un apporto di rara qualità e gli rendono in questo triste momento solenne omaggio. Partecipo con sentimento di affettuosa vicinanza al cordoglio dei famigliari», conclude il Capo dello Stato.

 

Ricordiamo la figura di Puri Purini con il suo intervento sul Corriere della Sera del 1. aprile 2012, nel quale tocca l’argomento della complessa vicenda della medaglia d’oro a Zara.

 

La lettura del commento di Paolo Mieli sul martirio di Zara e sul libro di Paolo Simoncelli dedicato alla vicenda del mancato conferimento della medaglia d’oro alla città dalmata mi ha fatto battere il cuore: in parte per l’ascendenza triestina ed una certa dimestichezza con la storia dei nostri confini orientali; soprattutto perche mi ha riportato con la memoria all’intenso impegno, ancora poco conosciuto, del presidente Ciampi per arrivare ad una riconciliazione storica con il mondo slavo sull’altra sponda dell’Adriatico.

Ricordo bene come Ciampi avesse conferito volentieri la medaglia d’oro a Zara, anche come tassello di quella strategia. Come suo consigliere diplomatico, ero e rimango dell’opinione che quella decisione fosse giusta. Zara non era però una città qualunque, faceva parte di uno Stato sovrano: la decisione andava pertanto inquadrata, spiegata per evitare equivoci, collocata in un contesto storico sereno che negli anni successivi alla dissoluzione della Jugoslavia non era certo tale. La posizione del Quirinale era nitida: non dimenticare nulla ma guardare al futuro. Per Ciampi questa significava rispetto per la tragedia degli esuli costretti ad abbandonare la propria terra dopo il trattato di pace del 1947, impegno a risolverne i problemi residuali, rifiuto della tendenza ad ignorare le responsabilità del fascismo nell’oppressione della minoranza slovena e croata, superamento e ripudio dei nazionalismi, miglioramento dello status della minoranza di cultura e di lingua italiana in Slovenia ed in Croazia. Ciampi nutriva anche la speranza di creare una piattaforma strutturata di collaborazione fra Italia, Slovenia, Croazia orientata sul turismo, sui trasporti, sull’ambiente, sulla cultura che avesse il proprio epicentro nell’Adriatico. Ci voleva coraggio per impegnarsi su questa strada impervia ed additare alla politica ed alla società civile una rotta basata sul rispetto della memoria e sulla saggezza: essa avrebbe dovuto rimuovere perduranti rancori, residuali nazionalismi, collocare aspettative in una prospettiva europea.

Questa strategia non rimase teorica: ricordo la determinazione di Ciampi nel sollecitare i presidenti di Slovenia e di Croazia ad impegnarsi personalmente per la tutela della minoranza di lingua e cultura italiana, i costanti incitamenti al ruolo della minoranza come ponte fra la cultura latina e quella slava, il dialogo con le associazioni degli esuli, l’attenzione per le loro esigenze. Durante la visita di Stato in Croazia nell’autunno del 2000 ottenemmo molto anche se non tutto. Ciampi fu il primo presidente della Repubblica che si recò in un percorso emotivamente indimenticabile ed accompagnato sempre dal presidente croato a Fiume, Rovigno, Pola per portare la solidarietà della patria d’origine agli italiani dell’Istria e del Quarnaro, ricordarne l’appartenenza all’eredità storica e culturale della nazione italiana, rinsaldarne l’orgoglio nelle loro radici, assicurare che l’Italia non avrebbe dimenticato la propria unica minoranza alloglotta.

Purtroppo, non tutte le ciambelle riescono con il buco: la Croazia fu inutilmente rigida su varie questioni; in Italia si manifestarono aspettative premature; il trattato d’amicizia fra Italia e Croazia non si materializzò; la medaglia rimase nel cassetto ma non per evitare una conflittualità con Zagabria. Ciampi non aveva dimenticato Zara. Stavamo lavorando, d’accordo con i presidenti di Slovenia Kucan e di Croazia Mesic ad un grande evento di riconciliazione fra Italia, Slovenia, Croazia. Esso era basato su due momenti salienti: un pellegrinaggio congiunto dei tre Capi di Stato in luoghi -la risiera di San Sabba, la foiba di Basovizza, il campo di concentramento di Gonars- dove i tre Paesi avevano dimostrato il peggio di sé stessi durante gli anni del secondo conflitto mondiale; una successiva ricognizione finale sul futuro della collaborazione adriatica.

Pensavamo ad una giornata intensa che avrebbe fornito anche plasticamente il senso di un nuovo e comune percorso: le tappe di quel pellegrinaggio sarebbero state contrassegnate da ricordi diversi per ognuno ma ugualmente dolorosi per tutti. Era giunta l’ora che anche italiani, croati e sloveni, così come avevano fatto prima di noi francesi e tedeschi, cechi e tedeschi, polacchi e tedeschi, voltassero pagina in una prospettiva europea. La politica rimase congelata nel gioco delle contrapposizioni formali e l’iniziativa si arenò. La medaglia a Zara che avrebbe potuto seguire quell’evento sparì dal nostro orizzonte. I croati si rifiutarono di capire che il conferimento della medaglia non aveva nulla di revanscista; gli italiani non intesero che avrebbe potuto essere materialmente conferita solo in un’atmosfera di riconciliazione autentica. Ciampi credeva invece nella capacita di passare dalla vita separata nella stessa casa alla vita insieme sempre nella stessa casa, cercava di tracciare una strada maestra. Alla fine fu lasciato solo.

Antonio Puri Purini

 

 

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