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La memoria (di parte) dei professoroni di sinistra

Sul Fatto Quotidiano, Gobetti e Montanari accusano l’ex senatore Giovanardi di cambiare la storia delle foibe a proprio uso e consumo. Ma la verità è un’altra.

“Due studiosi seri e competenti”, così si sono autodefiniti Eric Gobetti e Tomaso Montanari sulle colonne del Fatto Quotidiano di oggi, hanno invitato Carlo Giovanardi, ex senatore ed ex ministro del secondo governo Berlusconi, a tornare sui banchi di scuola per un ripasso generale di storia. Gli “studiosi seri e competenti” hanno rimandato a settembre il politico di centrodestra a causa di un articolo intitolato Ora basta con l’ipocrisia sulle foibe, apparso sull’ultimo numero di Panorama. Giovanardi, secondo la premiata ditta del Fatto, sarebbe “‘un negazionista della storia’ che, “accecato dalla furia ideologica, accusa di malafede gli studiosi”. Cosa che ovviamente non è così: come si può accusare di malafede, o quanto meno di parzialità, chi si fa fotografare accanto alla statua di Josip Broz Tito, imitandone la posa, e scrivendo “La tradizionale passeggiata con Tito”? Come si può accusare di parzialità chi si fa immortalare con il pugno chiuso, il fazzoletto rosso al collo e la bandiera dei partigiani jugoslavi alle spalle? Ovviamente non si può.

Il motivo del contendere tra Giovanardi e il duo Gobetti-Montanari ruota attorno alla famigerata Circolare 3C, firmata dal generale Mario Roatta nel 1942 (un anno dopo l’inizio dell’occupazione italiana di parte della Jugoslavia). E qui, lo diciamo, hanno ragione gli “studiosi seri e competenti”. Giovanardi sbaglia la data del documento, datandolo un anno di ritardo. Quello che però dimenticano le penne del Fatto è che la Circolare 3C, tremenda da leggere oggi e orribile già allora, rappresenta l’applicazione della Legge di Guerra vigente durante la Seconda guerra mondiale. Dura lex sed lex. E questo è un dettaglio che non dovrebbe sfuggire a chi ribadisce (riguardo a foibe ed esodo) di voler contestualizzare le vicende storiche.

La disposizione del generale Roatta riguarda il diritto di rappresaglia al quale fecero ricorso durante quel conflitto tutti gli eserciti regolari combattenti, dell’una o dell’altra parte di quell’immane scontro, in base a leggi internazionalmente riconosciute ed accettate. Leggi che, contrariamente a quanto fatto dai partigiani capeggiati da Tito, non prevedevano la deliberata strage di civili o dei militari fatti prigionieri. Leggi che definivano “franchi tiratori” coloro i quali non vi si attenevano ed esercitavano la guerriglia, come fu fatto dai partigiani di Tito e da tutte le altre forme di resistenza. Imboscate, attentati e sabotaggi compiuti da combattenti non in divisa prevedevano specifiche reazioni, tra cui la più grave era proprio la rappresaglia. La resistenza jugoslava si spezzò, oltre che per questioni politiche ed istituzionali in merito alle sorti dello Stato a guerra finita, anche perché la componente nazionalista di Dragoljub “Draža” Mihajlović non intendeva travolgere i civili in questa catena di reazioni, laddove le formazioni comuniste capeggiate da Tito proseguirono su quella strada proprio per esasperare gli occupanti e costringerli a reazioni tali da porsi in pessima luce nei confronti dei civili.

Certamente la lotta di liberazione e la guerra civile conseguenti all’invasione della Jugoslavia nell’aprile 1941 portarono un milione di vittime ed è altrettanto certo che, talvolta, le nostre truppe commisero dei veri e propri crimini. Ma è altresì vero che l’interposizione italiana fece in modo che il numero dei morti non aumentasse, laddove generoso fu l’apporto fornito per il conseguimento di tale cifra da parte dell’esercito di liberazione nazionale titino a guerra finita con le stragi degli oppositori o presunti tali della nascente dittatura.

Le nostre truppe, infatti, si frapponevano tra gli ultranazionalisti ustaša e le comunità serbe di Bosnia che rischiavano di venire sterminate, mentre nelle zone sotto controllo italiano venivano accolti gli ebrei in fuga dalle persecuzioni che pativano nello Stato indipendente croato o nelle regioni controllate dai tedeschi. Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia 1941-1943 ne parla ampiamente ed è stato scritto da Menachem Shelah, la cui famiglia si salvò dagli ingranaggi dell’Olocausto proprio grazie alla protezione italiana. Si tratta di un titolo sicuramente noto agli “studiosi seri e competenti”, così come L’occupazione allegra: gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), testo in cui si evince come rispetto ad altre forze impegnate nel confronto militare ed ideologico in corso nella dissolta Jugoslavia gli italiani fossero, a detta degli stessi partigiani titini, coloro i quali esercitassero in misura minore violenza e crudeltà.

D’altro canto, i 100mila internati che vengono imputati al Regio esercito rappresentano un variegato insieme, una parte del quale patì certamente la tremenda esperienza del campo di Arbe. Ma si trattava anche di famiglie di collaborazionisti o di esponenti nazionalisti che venivano sottratti alle violenze partigiane, come pure di ostaggi prelevati da zone di attività partigiana proprio come monito affinché non venissero effettuate azioni che legittimassero il ricorso alla rappresaglia nei confronti dei civili. Tutte cose che i “due studiosi seri e competenti” sembrano dimenticare. O forse non vogliono. È il dilemma degli intellettuali impegnati.

Matteo Carnieletto e Lorenzo Salimbeni – 20/11/2021
Fonte: Il Giornale

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