La memoria come riscatto e ponte verso la libertà

Per far comprendere ai miei studenti di classe quarta (Professionale Agrario) una delle pagine più tragiche, e trattate solo marginalmente dai libri di storia, ho invitato a scuola un’esule giuliano dalmata, Anna Rismondo, un’ultraottantenne con la forza di un leone, che quando parla ai ragazzi non vuole l’uso del microfono, non si siede e non assume antidolorifici quel giorno per non inficiare il tono della sua voce. Ho voluto fare una lezione di educazione civica VERA e non “dovuta”, che mostrasse la storia come vicina, come un’esperienza di vita non troppo lontana da noi. La sua voce e la sua MEMORIA, segnate oggi come ieri dal dolore, rimangono la testimonianza più viva e attuale di un tragico vissuto, il mezzo per comunicare la paura, la ferocia a cui lei, come molti, ha assistito, per dare forza alle voci di coloro che non possono più raccontare e per fare in modo che l’atrocità di questo esodo non venga consegnata all’oblio o, peggio ancora, all’indifferenza. Con questo metodo di fare storia ATTIVA, attraverso il vissuto delle persone, ho cercato di lasciare una traccia nei miei studenti, che erano attoniti e sbalorditi di fronte al racconto della Rismondo, alcuni con gli occhi lucidi. In ragazzi giovani, spesso distratti da mille cose, molti anche in difficoltà a livello famigliare o scolastico, questo fare storia lancia “un seme”, come ha asserito la nostra ospite, che credo germogli facendoli avvicinare al SENSO CRITICO e alla CONTEMPORANEITA’.

Di seguito uno stralcio del racconto della Rismondo.

“Sono più di due decenni che parlo ai ragazzi nelle scuole – così inizia Anna Rismondo – e agli adulti, ma soprattutto gli occhi dei ragazzi sono un flusso per la mia anima perché le cose che sto per raccontarvi non sono belle, sono pesantissime, la sofferenza per me è ancora molta. Il fisico non tiene, ma la testa sì, e anche il cuore.

Serve un brevissimo excursus storico per inquadrare la faccenda, che è comunque a voi vicina; di questi fatti ci sono fotografie, filmati, racconti di testimoni che, come me, hanno più di ottanta anni. È per voi che sono qui, non per fare agiografia. Vi disegno sulla lavagna una piccola carta geografica dove è segnata quella che al tempo dei Romani veniva chiamata Decima regio Venetia et Histria, con tracce visibilissime della romanità (come l’Arena di Pola che ricorda la nostra Arena di Verona).

Ragazzi, la legislazione, le abitudini, la lingua, sono gli elementi che caratterizzano un popolo. Il confine è teoricamente una linea tracciata per terra, ma un confine non può essere una linea astratta, perché è un posto di commistione, di ricchezza e non una disgrazia o una divisione. Adesso siamo cittadini del mondo, ma occorre sapere che il nazionalismo fu, ed è, un orrore, da non confondere con l’orgoglio nazionale. Io ho patito sulla mia pelle questa divisione.

Sono nata in Istria da genitori italiani, su territorio italiano. Il confine in Istria era molto labile; la parte costiera era estremamente italiana con lo stesso iter storico del Veneto, si parlava un dialetto veneto simile al veneziano. Le città costiere erano italofone. L’interno dell’Istria era brullo e poco abitato perciò la Serenissima fece venire dalle pianure dell’Ungheria delle tribù di Slavi per ripopolare il territorio colpito dalle pestilenze. Persone che si sono inserite nel contesto e che coabitavano con gli italiani. Quando è morto mio nonno, che aveva un’azienda agricola che produceva vino, queste persone ci portavano cibo di nascosto affinché io, mia madre e mia nonna non morissimo di fame. Dal dissolvimento dell’Impero austroungarico sono nati poi forti nazionalismi in Slovenia, in Croazia, in Albania, in Montenegro, in Macedonia, dove sono in maggioranza musulmani. Da questi nazionalismi proviene un grande comandante, un partigiano, nome di battaglia Tito (Josip Broz, di ascendenti forse trentini). Uomo capacissimo, che sapeva unire persone diverse per mezzo di un’ideologia, quella di Stalin, quella feroce. Le donne ai tempi non contavano niente, ma grazie a Tito le compagne possono avere una rivalsa e sono le più agguerrite. Voi ragazzi non avete idea di quanto hanno patito le donne durante la guerra, quelle che erano a casa sole, quelle che venivano “usate” con violenza.

Foto: L’Arena

Arriva la fine della guerra, l’armistizio dell’8 settembre 1943, non si combatte più, il fascismo va allo sbando e la struttura statale si sfalda. I soldati chiedevano alla mia povera mamma dei calzoni per buttar via la divisa e poter tornare a casa. In questa confusione s’inserisce Tito. L’Istria era appetibilissima e Tito dice che è slava, come slava è Trieste, Monfalcone, tutti i territori limitrofi fino al Tagliamento. Mio padre era sotto le armi, io ero con la mamma e la nonna, il nonno purtroppo era morto da poco e ci aveva lasciato proprio in questo frangente, senza soldi e protezione, e ora arriva questa ondata di partigiani rossi, allo sbando.

La violenza è una componente dell’animo umano, riaffiora, solo la civiltà la blocca e ora non c’è nulla per fermarla. Il diritto dice che c’è un assassinio se c’è un corpo, se il corpo non c’è non si può dire che qualcuno sia stata ammazzato. E l’occupazione della Venezia Giulia venne caratterizzata dall’infoibamento di un numero rilevante di civili, militari e religiosi, di cui difficilmente si risaliva all’identità. Si stima che circa otto mila persone vennero prese e uccise. Uomini torturati a sangue freddo, donne stuprate per poi ritrovarsi tutti legati con il filo spinato l’uno all’altro e gettati nelle foibe, dal latino fovea, ossia cavità scavate dall’acqua nei terreni carsici, un tempo usate come discariche.

Nella mia famiglia mancano due persone, un cugino di trentuno e uno di ventisei anni. Dove sono? Non si sa, li hanno presi. Ci sono prove che testimoniano queste vicende, una è quella di una giovane insegnante ventitreenne, Norma Cossetto, che venne legata, torturata e stuprata su una cattedra in una scuola, poi gettata nelle foibe; la sorella riconobbe il corpo dilaniato dalle strazianti torture grazie al golfino tirolese che indossava e che il padre aveva regalato ad entrambe. L’altra è il ritrovamento da parte dei pompieri di cadaveri “distrutti” di persone del posto, gettati come rifiuti e trattati come oggetti, senza alcuna pietà. La maggior parte di questi cadaveri non si riuscivano a distinguere dalle orribili condizioni in cui erano. Un’amica aveva il marito falegname a cui mancavano due dita in una mano, non l’aveva potuto riconoscere in mezzo a quei cadaveri putridi, ma aveva detto di averlo identificato per poter avere un cadavere da seppellire, un atto di conforto e fede. Al cimitero di Verona c’è un cippo per tutte quelle persone che non hanno tombe su cui piangere.

I partigiani di Tito sono sui monti, all’interno, e quando i tedeschi si ritirano, arrivano, depredano tutto, anche le pentole e le coperte per usarle in montagna; facevano paura perché non c’era regola, unica legge la violenza e la sopraffazione. E la gente comincia a scomparire, soprattutto quelli che avevano rappresentato l’Italia. Mia madre avverte mio padre di non tornare, anche quando muore il nonno paterno. Muoiono finanzieri, carabinieri, il messo comunale, l’ostetrica, gli insegnanti. Chi si oppone scompare; in Dalmazia i cadaveri vengono buttati in mare o vengono stipati in navi e poi fatti saltare in aria in mare.

Mia madre non sapeva cosa darmi da mangiare, siamo sopravvissute grazie ai contadini del nonno. L’italiano era stato fascista, il fascista era nemico e perciò l’italiano era un nemico. I due fedelissimi di Tito confermarono che gli italiani dovevano essere mandati via in qualsiasi maniera, e con la paura scappi, con qualunque mezzo. Sono state testificate ottomila morti in foibe. Mi manca una figlioccia di nome Alice; avevano preso il papà, la mamma lo va a cercare infastidendo i titini e scompare lei e la bambina di dodici anni. Prego Dio che siano state solo infoibate, perché si sa che gli uomini prima dell’infoibamento hanno sopportato torture indicibili e le donne cose inenarrabili. Ho conosciuto lo zio di tre ragazze, si chiamavano Radecchi, di diciotto, diciannove e ventun anni, una delle quali era incinta. Il papà ha riconosciuto i corpi straziati da cui si capiva cosa avevano dovuto subire. Il padre si è lasciato morire di fame, impazzito.

Mia mamma mi ha raccontato a pezzi quello che è stato quel periodo, tacendo i particolari, che ho saputo in seguito da altri e scritto per ricordarli. La mamma era una dipendente dei monopoli di stato, nel ‘45 vanno via i Tedeschi e nel ‘46-‘47 imperversano i titini e ci si barricava in casa, perché si aveva paura di tutto. I titini arrivavano, accompagnati da un delatore, italiano, di notte, buttavano giù la porta, portavano via di tutto e cercavano gli uomini. I bambini orfani sono stati più di quarantamila.

Tra il 1947 e il 1949 per il timore di un’ulteriore pulizia etnica trecentocinquantamila istriani hanno abbandonato il paese nativo per rifugiarsi in madre patria, “italiani di nascita, di sacrificio e per scelta” li ha definiti Ciampi. Interi paesi sono rimasti deserti per paura di nuovi infoibamenti. Pola, che contava trentamila abitanti, si ridusse a duemila residenti. Gli istriani fuggiti hanno trovato poco sostegno in un’Italia stremata dal conflitto. Cinquantamila bambini vissero la loro infanzia in campi profughi e caserme abbandonate immersi nella più totale miseria.

Tornando a me, i titini mettono in “aspettativa politica” la mamma e la lasciano così senza un soldo. A Rovigno c’è un centro di ricerche storiche attivo dagli anni Sessanta e li ho trovato molti documenti da consultare, tra cui questa aspettativa politica. Mia madre vuole ottenere una carta, una sorta di pass, per potersene andare, e per giorni, anche di notte, fa la fila in un ufficio dove lavora un suo ex compagno di scuola, col berretto con la stella rossa, che spadroneggia e che la prende in giro per convincerla a rimanere. La mamma esasperata a un certo punto risponde che preferisce andare in Italia a morire di fame italiana che restare qui schiava, come lui, con la pancia piena: un grosso rischio, ma per fortuna nessuno aveva sentito. Questo episodio non l’ho saputo direttamente da mia madre, ma da un amico di famiglia, il signor Vidotto, che era presente; nel tempo mi aveva taciuto molte cose: insulti, botte, sassate. Aveva paura ad uscire con me piccola e sperava che non facessero male a una donna con una bambina, ma altri non sono stati così fortunati, e a una nostra conoscente hanno ucciso il bimbo di undici mesi che aveva in braccio con un colpo di fucile.

Non eravamo più padroni di parlare, di respirare. Persino il duomo di Rovigno era stato murato, impedendo ai vecchi di andare in chiesa a praticare, che era un fatto d’identità. La sorella di mio nonno, che aveva ottant’anni, è voluta restare per custodire la chiesa, ed è morta di stenti, di fame. Alla mia famiglia paterna, che era una famiglia benestante, hanno nazionalizzato tutto. Il mio più vecchio ricordo è stato quello di un giorno in cui sono arrivate delle navi sporche di rosso come rinforzo, rosse di bauxite, che io vedevo in piedi su una sedia dalla finestra, inappetente e malaticcia (ero nata settimina) e la nonna con una ciottola di latta bianca con un bordino blu che mi incitava a mangiare la minestrina con dentro un preziosissimo uovo (avevo tre anni e otto mesi). E poi i ricordi di urla di notte che mi hanno perseguitato per anni, o un canto che facevano i titini di notte in piazza in circolo.

All’età di cinque anni, insieme alla mamma, sono partita da Rovigno, a febbraio, per arrivare a Verona nel 1947 con venti chilogrammi di masserizie (due federe piene di cose messe a tracolla); siamo state caricate su un treno merci, lurido, chiuso dall’esterno, con una grata in alto, quattro balle di paglie sporche e una quindicina di persone costrette a ricostruirsi una vita in una nuova città, senza certezze, né un futuro preciso. Io ero l’unica bambina nel vagone. Ricordo bene il viaggio e il trattamento ricevuto, visto che i profughi venivano trattati come criminali. Diversi e rocamboleschi furono i modi con i quali i cittadini provarono ad abbandonare l’Istria: treni merci, imbarcazioni o lunghi tragitti a piedi. Chi non riusciva a trovare un alloggio era costretto a trascorrere anche anni nei campi profughi.

A mia madre era stato proposto di andare a lavorare a Venezia (“troppo vicina ai titini”, diceva), Rovereto (“ci sono i monti e fa freddo”), Firenze (“parlano troppo bene, mi paiono superbi”), Roma (“è troppo lontana”) e ha scelto Verona. In questo vagone ci siamo rimaste per due notti, senza sapere dove saremmo arrivate, con la paura che si tagliava a fette. Mia madre aveva un sacco con all’interno il mio vasino da notte per mantenere un minimo di dignità anche durante il viaggio, perché per gli esseri umani quando vengono denudati e costretti a fare i propri bisogni in pubblico è un’umiliazione potente. Io ero vestita come un palombaro perché addosso avevo tutti i vestiti che potevo indossare per riuscire a portarli con me. Il viaggio è durato due giorni e due notti.

Ricordo ancora lucidamente il silenzio assordante nel vagone, poiché tutti avevano troppa paura per parlare. Non c’era sostegno tra i passeggeri, ognuno era chiuso in sé stesso, si diffidava anche dei propri conoscenti. Mia madre aveva trentun anni, pochi soldi gelosamente nascosti nella camicetta, senza un luogo dove dormire o mangiare. Dopo questo viaggio, che era sembrato interminabile, siamo giunte a Verona in uno scalo merci, in viale Piave, dove non ci aspettava nessuno; a un certo punto un ferroviere ha aperto sbraitando in veronese il carro e ha visto che dentro c’erano dei “cristiani”, mi ha dato una carezza e mi ha fatto scendere, dicendo a mia madre di smetterla di piangere perché adesso le cose sarebbero andate bene. Ma non è stato così.

Il ferroviere dice di recarsi in una baracca vicino alla stazione di Porta Nuova dove un addetto raccoglieva i nomi delle persone che arrivavano. Una sorta di centro di accoglienza, dove non ci hanno dato neanche un bicchiere d’acqua. Poi dovevi comunicare alla Prefettura la tua residenza e allora ricevevi dei pacchi cibo lasciati dagli Americani, che contenevano piselli disidratati, uova liofilizzate, una farina integrale, un po’ di cioccolata, burro salato in scatola. E ora dove si va? Mio papà insegnava in una pluriclasse, dai sette ai quindici anni, trentotto studenti, in una frazione di Bosco Chiesanuova, in Val di Porro, e viveva in canonica.

Un’unica corriera arrivava da lì a piazza delle Poste, in centro, ma non tutti i giorni. Avevano appuntamento con lui in piazza delle Poste in un giorno x; allora siamo entrate con timore in un bar nei pressi di via delle Fogge, vicino c’era un albergo diurno dove abbiamo fatto un bagno perché dopo quel viaggio di tre giorni eravamo in condizioni indecenti, e abbiamo ordinato un caffellatte (mia madre aveva con sé, accuratamente nascosti, l’equivalente di cinquanta euro). Siamo restate nel bar ad aspettare tutto il giorno (era un febbraio freddissimo, l’Adige era ghiacciato nel ‘47), e grazie alla buonanima del barista che ci aveva permesso di stare al caldo in un angolo del bar aspettando l’arrivo di mio padre. Il cibo portato via era finito, la mamma ordina un altro caffellatte e si mette in fondo al bar: abbiamo ricevuto molto di più dalle persone modeste che da chi poteva. Il barista capisce e porta un vassoio con due veneziane, dicendo che altrimenti le avrebbe buttate via. Ma nel ‘47 uno avrebbe mai buttato via delle brioches? No di certo, quella era carità fatta con garbo. Negli anni a venire io e mia madre siamo andate a trovare questo signore tante volte e lui minimizzava sempre il suo gesto.

La sera è arrivato mio papà e non l’ho riconosciuto, una larva di uomo, con la stanghetta degli occhiali aggiustata col nastro adesivo. Io non volevo che mi prendesse in braccio perché mia madre mi diceva sempre di scappare qualora avessi visto un uomo, io non ho mai giocato per strada, avevo solo una bambola di pezza con cui giocare. Cosa ti manca quando sei un esule? Un amico, un parente, un conoscente. Sei una persona senza radici e non conti niente. Abbiamo trascorso la notte in un albergo fatiscente e il giorno seguente ci siamo messe a cercare un posto dove poter stare. Continuando a camminare siamo giunte su una strada in zona Quinzano, dove c’era una stazione di posta, accanto a cui si trovava una stalla, con un buco nel soffitto che faceva entrare l’acqua piovana. Ma era comunque una “casa”.

Chi è esule resta esule per tutta la vita.

Lo spartiacque è stata la nascita di mia sorella quando io avevo dieci anni: finalmente anch’io avevo qualcuno. Le ragazzine mi chiedevano da dove arrivassi perché non capivano le mie origini, perciò dicevo che arrivavo da un paesino vicino a Trieste, come mi aveva suggerito di dire mio padre. Ero curiosissima sulle mie origini e sono tornata a Rovigno a quattordici anni insieme a una nonna, i miei genitori invece sono tornati dopo cinque anni, non si fidavano. Io andavo in vacanza da biscugini e a diciotto anni ho iniziato a investigare su quello che era successo. Ma parlavano di più quelli scappati a Verona, che erano più di tremila. Non abbiamo mai chiesto nulla, né fatto cortei.

Il governo della Jugoslavia aveva nazionalizzato tutte le proprietà dell’esule e l’Italia ha pagato i danni di guerra alla Jugoslavia con i beni degli esuli, a cui poi lo stato avrebbe dovuto dare il controvalore. Io sarei stata una ricca ereditiera, ma vi assicuro che non ho ricevuto nulla. Non avevo nulla, ma non mi è mancato il necessario, mi è mancato il superfluo, il cibo per l’anima. Fortunatamente tanti erano in quella condizione. Essere un esule vuol dire non avere niente e nessuno, la scuola è stata la mia forza, era un posto dove finalmente ero come gli altri; ero un po’ più colta perché mio padre era insegnante.

Prima del Giorno del Ricordo non ho potuto parlare con nessuno di tutte queste vicende, gli insegnanti erano osteggiati se volevano invitarmi, alcuni di loro non ne sapevano nulla. Poi c’erano anche gli ottusi.

Tornando a me, i miei genitori dovevano lavorare tutto il giorno, di conseguenza essendo troppo piccola per rimanere a casa da sola sono stata affidata ad Avesa a una sarta che mi dava un occhio mentre lavorava, e così sono rimasta presso questa signora, sempre zitta e buona, e la sua famiglia fino all’inizio della scuola. Mio padre mi aveva portato per qualche giorno in montagna, dove lui insegnava, poiché in montagna, come in campagna, si trovava sempre qualcosa da mangiare. Vivevo chiusa in una stanza mentre lui lavorava e ogni tanto potevo uscire sul sagrato della chiesa dove avevo fatto amicizia con alcune bambine. Un pomeriggio mi venne chiesto, durante la ricreazione in giardino, se conoscessi qualche canzone di chiesa, anche se ancora non potevo frequentare il catechismo, e io ingenuamente intonai l’unica che avessi mai sentito, ovvero “Bandiera Rossa”, proprio davanti al sagrato della chiesa di Val di Porro. La canzoncina fece scalpore nel paesello della scuola e mio padre fu richiamato dal Provveditorato”.

Prof.ssa Daniela Vartolo
Fonte: Repubblica Scuola – 14/02/2024

 

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