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”Italia amore mio” e i profughi istriani (Gazzetta Modena 21 feb)

di Beppe Manni

A qualche giorno appena dalla giornata che ricorda le foibe e i 300mila profughi istriani e dalmati, cacciati dalla loro terra, il rampollo dei Savoia Emanuele Filiberto a San Remo ha cantato la canzone “Italia amore mio”. Parla di nostalgia e sofferenza di chi è stato allontanato dalla patria per tanti anni. Senza colpe. 

A Modena i profughi Istriani sono stati quasi 3.000. Furono cacciati dalla loro patria per le responsabilità di casa Savoia. Dopo aver affidato l’Italia al fascismo e a Mussolini, dopo aver invaso il Nord Africa, la Francia, l’Albania, la Grecia e la Yugoslavia, l’8 settembre del 1943 il re Savoia fuggì al sud, lasciando l’Italia in mano ai tedeschi.  L’impudenza non ha limiti.  Filiberto, il cantautore, appena rientrato in Italia nel 2002 per “grazia ricevuta”, chiese un risarcimento di 260 milioni di euro allo stato italiano, per i danni patiti a causa dell’esilio. 

Tre modenesi figli di due profughi istriani che nel 1954 erano stati cacciati con i genitori da Izola di Capodistria, hanno chiesto anche loro di essere risarciti. I loro genitori avevano due case e un campo di 10 ettari di terra coltivata. Paolo aveva responsabilità in fabbrica, era dirigente di Azione Cattolica un punto di riferimento nel paese: venne minacciato di notte, deriso perché era un italiano e un cattolico praticante. Fu imprigionato. Per evitare il peggio decise di partire. 

Il 28 ottobre del 1954, dopo la vendemmia, Paolo e Toncia, la moglie slovena, caricarono le loro poche masserizie sul camion e con tre figli piccoli passarono il confine. Per sei mesi rimasero in un albergo a Miramare. Trovarono poi ospitalità nel campo di Fossoli e infine vennero ad abitare a Modena. 

Nel loro paese erano stimati lavoratori e cittadini impegnati. Ma erano italiani e i conti della guerra voluti dal nonno di Emanuele Filiberto e Mussolini, lo hanno pagato loro e i profughi istriani. Paolo e Toncia sognarono per tutta la vita la loro patria dalla quale furono cacciati innocentemente. 

I tre figli Maria, Alberto e Donata hanno quantificato il loro credito in 850 mila euro. Il conto lo manderanno al presidente della Repubblica e ad Emanuele Filiberto.

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